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VITIGNI

Abbuoto

Abrusco

Aglianico  n.
Il vitigno (l’antico Ellenico) è molto diffuso tra la costa campana e quella adriatica, ma in questa zona presenta alcuni aspetti degni di nota: l’allevamento è ancora a cortina semplice, secondo il sistema che la popolazione sannita apprese dagli Etruschi (e non secondo la coltivazione in ordine sparso importata dai Greci).

Etimologia: Il nome deriva da Ellenikon, latinizzato in Ellenico, e successivamente trasformatosi, nel corso dei secoli, in Aglianico. Origini: Si tratta di un vitigno originario della Magna Grecia. Dai Romani veniva utilizzato per migliorare il Falerno, vino assai noto e celebrato nell’antichità. Col tempo la sua fama crebbe, fino a diventare il vino preferito dai signori del Regno di Napoli. Diffusione: Coltivato in tutta la regione, l’Aglianico è alla base della produzione del Taurasi Docg, nella provincia di Avellino, e della Doc Aglianico del Taburno, nel Beneventano. È presente anche in Basilicata, nel Molise e in alcune province pugliesi. Ambiente: È un vitigno difficile, che richiede lunghi periodi di maturazione per smussare le sue tipiche spigolosità. Nel Sannio beneventano e sugli alti colli dell’Irpinia la tipologia dei terreni, unita a fattori climatici, permette a queste uve di esprimersi al meglio. Storia: La tradizione viticola della Campania ha origini antichissime. All’epoca dei Romani i vini di questa regione godevano di una indiscussa supremazia, a detta di autori come Orazio, Varrone e Plinio, che ne celebrano le lodi sia in trattati agronomici, sia in poesia.

(Fonte: www.autoctono.it)

Aglianico del Vulture
Dall’Aglianico – vitigno di origine greca, il cui nome deriva dalla parola Ellenico- all’epoca dei romani si otteneva il mitico vino falernum, mentre oggi si ottiene l’unica Doc della Basilicata, l’Aglianico del Vulture, vino vigoroso e profumato che in anni recenti ha fatto registrare un’importante evoluzione qualitativa. Coltivato sia nella provincia di Matera che in quella di Potenza, ancora con il sistema tradizionale dell’alberello, cresce fino a 800 metri di altitudine, ma trova le condizioni più propizie fra i 200 e i 500 metri. I vigneti di Barile e dei comuni limitrofi si estendono sulle ripide pendici del Monte Vulture e sono caratterizzati da terreni sciolti di origine vulcanica, situati tra i 450 e i 550 metri. Per questo motivo, anche in zone vocate (Macarico e Valle del Titolo), la maturazione delle uve è tardiva e viene raggiunte tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre.

Aglianicone

Albana

Albanello

Albaranzeuli bianco

Albaranzeuli nero

Albarola

Albarossa

Aleatico

Alicante

Alicante bouchet

Alionza

Altra uva bianca

Altra uva nera

Ancellotta

Ansonica

Arneis

Arvesiniadu

Arvino n.
Da non confondersi con l’Arvino siciliano o con l’Arvine, vitigno bianco del Vallese, questa cultivar a bacca nera, chiamata anche Lacrima nel Cosentino, deve il suo nome ad Arvo, un affluente del fiume Neto che nasce dalla Sila. Caratterizzata da una buona adattabilità ai climi caldi e siccitosi e da una buona tolleranza alle principali malattie crittogamiche, essa presenta molte caratteristiche ampelografiche comuni alla Marsigliana, con la quale viene solitamente coltivata, ma è a tutti gli effetti una varietà a sè stante, attualmente a rischio di scomparsa. Dalla vinificazione delle sue uve si ottiene un vino di colore rosso rubino carico, con intensi profumi di piccoli frutti e prugna e dal caratteristico sentore di liquirizia. In bocca appare consistente, di acidità contenuta e con tannini morbidi.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Asprinio

Avana

Avarengo

Barbera bianca

Barbera nera

Barbera sarda

Barsaglina

Bellone

Bervedino

Biancame

Bianchetta genovese

Bianchetta trevigiana

Bianco d Alessano

Biancolella

Biancone

Bombino bianco

Bombino nero

Bonamico

Bonarda

Bonda

Boschera

Bosco

Bovale

Bovale grande

Bracciola

Brachetto

Bric

Bussanello

Cabernet franc

Cabernet sauvignon

Cacamosca b.
Il curioso nome di questa varietà a bacca bianca fa riferimento alla caratteristica presenza di numerose macchie brunastre sparse sulla superficie degli acini, a ricordare per l’appunto gli escrementi dell’insetto. Un tempo diffusa sulla costa amalfitana e sorrentina e sulla collina di Posillipo, trova ora una diffusione limitatissima, essendo presente con pochi ceppi in alcuni vigneti nei Comuni di Gragnano e Lettere, in provincia di Napoli. Il vino che se ne ricava, già apprezzato nel secolo scorso anche al di fuori dell’Italia, mostra una buona struttura alcolica ed un’acidità contenuta.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Caddiu

Cagnulari

Calabrese

Caloria

Canaiolo bianco

Canaiolo nero

Canaiolo rosa

Canina nera

Cannonao

Caprettone b.
Diffuso esclusivamente in alcuni Comuni localizzati alle pendici del Vesuvio, dove concorre all’uvaggio della DOC Lacryma Christi, questo vitigno bianco è stato in passato assimilato al vitigno Coda di volpe bianca, dal quale si differenzia però per molti caratteri. Come spesso capita per le varietà che rimandano a nomi di animali, anche in questo caso il nome del vitigno fa probabilmente riferimento alla forma del grappolo, simile alla barbetta della capra, o ai pastori che ne intrapresero la coltivazione. Non esistono dati in merito alle caratteristiche organolettiche del vino che deriva dalla sua vinificazione in purezza.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Carica l asino

Caricagiola

Carignano

Carmenere

Carricante

Castiglione
Etimologia: Sono noti i sinonimi Zucchero e Cannella, o Zagarolese. Origini: Non si conosce con esattezza la provenienza del Castiglione. Probabilmente si tratta di un vitigno di recente introduzione nel panorama ampelografico. Diffusione: Questo vitigno è coltivato esclusivamente in Calabria, soprattutto nelle province di Cosenza e di Reggio Calabria. Ambiente: Le zone maggiormente interessate dall’allevamento della vite nel sud della Calabria sono le pendici collinari di tutto il litorale, dove nel corso dei secoli sono stati creati terrazzamenti artificiali, sostenuti da muretti di pietra a secco.   Storia: L’arrivo dei Greci nella terra dei Brutii nel corso dell’VIII-VII secolo a.C. diede nuovo impulso alla coltivazione locale della vite. Dai porti di Sibari, Crotone e Locri salpavano navi cariche di anfore ricolme di vini squisiti. Dopo l’epoca romana, in cui in questa regione si privilegiò la coltivazione di cereali, nel Medioevo riprese la produzione di vini, tra cui il Chiaretto di Cirella, il Centula, il Falsamico, il Ciragio.

(Fonte: www.autoctono.it)

Catalanesca b.
Conosciuta anche come Catalana e da sempre impiegata come uva da tavola, questa varietà risulta presente nella zona vesuviana a partire dal 1500, anche se alcuni documenti storici indicano un commercio di “uva catalana” fin dal ‘400, di probabile origine spagnola. Attualmente, questo vitigno bianco è diffuso solo sulle pendici del Monte Somma, in particolare nei Comuni di Somma Vesuviana, Sant’Anastasia e Ottaviano, in provincia di Napoli, dove si caratterizza per la maturazione molto tardiva (fine Ottobre) e per la sua attitudine alla conservazione in pianta. Dai primi studi di valutazione del potenziale enologico della varietà, emergono dati interessanti in merito alla qualità del vino che si potrebbe ottenere dalla sua vinificazione in purezza.

(Fonte: AGER-AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed., 2004)

Catanese nero

Catarratto bianco comune

Catarratto bianco lucido

Cavalla b.
Di origine incerta, questo vitigno bianco dal grappolo piccolo e cilindrico viene citato dai maggiori ampelografi della storia a partire dal 1878, come varietà bianca diffusa nella zona di Pozzuoli e sull’isola di Procida. Come spesso capita per varietà con nomi ispirati al regno animale, anche in questo caso il nome si riferisce alla forma del grappolo, che ricorda la coda del cavallo. Attualmente il vitigno è coltivato solo nell’area dei Campi Flegrei e delle isole di Ischia e Procida, in provincia di Napoli, dove manifesta una buona vigoria ma una scarsa resistenza alla botrite. Non sono note le caratteristiche organolettiche dei vini che si ricavano dalla sua vinificazione in purezza.

(Fonte: AGER-AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed., 2004)

Cesanese comune

Cesanese d Affile

Chardonnay

Chasselas dorato

Chasselas dorato

Ciliegiolo

Clairette

Cococciola

Coda di Pecora b.
Da non confondersi con il Coda di Volpe, dal quale differisce per caratteristiche ampelografiche, comportamento vegeto-produttivo ed areale di diffusione, questo vitigno a bacca bianca è invece probabilmente omologo ad altre varietà quali il Verdicchio di Caiazzo ed il Verdone di Puglia, con le quali condivide numerosi caratteri morfologici. La sua diffusione è ora limitata all’area compresa tra il Monte Maggiore e il Roccamonfina, in particolare nel territorio del Comune di Galluccio, in provincia di Caserta. Non si conoscono le peculiarità organolettiche dei vini da esso ricavati.

(Fonte: AGER-AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed., 2004)

Coda di volpe bianca

Colombana nera

Colorino

Corinto nero 1

Corinto nero 2

Cornalin

Cornarea

Cortese

Corvina

Corvinone

Cove

Croatina

Crovassa

Damaschino

Dindarella

Diolinoir

Dolcetto

Dolciame

Doux d Henry

Durasa

Durella

Erbaluce

Ervi

Falanghina

Favorita

Fenile b.
Si tratta di una rarissima varietà a bacca bianca della Costiera Amalfitana, dove è certamente presente da molto tempo, come testimoniano le grandi dimensioni dei ceppi, spesso su piede franco. Il suo nome potrebbe derivare dal colore biondo-dorato dell’uva matura, che ricorda il colore del fieno. Diffuso, seppur in forma sporadica, nei Comuni di Furore, Positano ed Amalfi in provincia di Salerno, esso concorre come vitigno complementare alla produzione della DOC Costa d’Amalfi bianco, sottozona Furore. E’ attualmente oggetto di un programma regionale di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni campani, che ne ha evidenziato le buone potenzialità enologiche.

(Fonte: AGER-AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed., 2004)

Fertilia

Fiano

Flavis

Foglia tonda

Forastera

Forgiarin

Forsellina

Fortana

Francavidda

Franconia

Frappato

Freisa

Fubiano

Fumin

Gaglioppo
Etimologia: Il Gaglioppo deve il suo nome alla compattezza del suo grappolo, ma è conosciuto anche con i nomi di Maghioccu nero, Mantonico nero, Aglianico di Cassano, Arvino, Galloffa, Lacrima di Cosenza, Uva Navarra.  Origini: Vitigno a bacca nera di probabile origine greca, il Gaglioppo si trova anche sotto altri sinonimi nelle Marche, in Umbria, Abruzzo, Campania e nella provincia di Messina. Ha molte analogie genetiche con il Frappato siciliano. Diffusione: Il Gaglioppo è prevalentemente diffuso nelle province calabresi di Cosenza e Catanzaro, ma si può rinvenire in quasi tutto il territorio calabrese. Dà origine alle DOC Cirò Rosso e Melissa. Ambiente: La Valle di Neto, da cui proviene questo vino, si trova nel cuore del Marchesato, zona caratterizzata dal susseguirsi delle dolci colline poste ai piedi della Sila, digradanti fino alle coste centrali del Mar Ionio. Storia: Con l’avvento dei greci, la viticoltura locale, già prospera, si arricchì di nuove superfici vitate che iniziarono a colorare le colline intorno a Cremissa, antica Cirò, e contribuirono ad affermare la vocazione vinicola di quel territorio. Da quel momento la cultura del vino diventò parte integrante della storia di quest’angolo di Calabria, al punto che i vigneti di Cremissa divennero tra i più noti dell’intera Magna Grecia.

(Fonte: www.autoctono.it)

Gamaret

Gamay

Garganega

Ginestra b.
Geneticamente assimilabile al vitigno Biancazita ed al suo biotipo Biancatenera, questa varietà bianca deve il suo nome al profumo di ginestra delle sue uve, il che la rende potenzialmente interessante dal punto di vista enologico. Già noto nei primi dell’800, questo vitigno è attualmente coltivato nei Comuni salernitani di Scala, Ravello, Amalfi, Maiori e Minori, ma anche a Furore, Tramonti, Corbara e Positano dove però è conosciuto con il nome di Biancazita. La sua tolleranza alle principali crittogame è però scarsa, ragione probabile del suo abbandono. Rientra, come vitigno complementare, nella base ampelografica della DOC Costa d’Amalfi bianco.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Giro

Granoir

Grecanico dorato

Grechetto

Grechetto rosso

Greco di Bianco b.
Varietà di uva antica, coltivata sulle coste ioniche della Calabria sin dai tempi della Magna Grecia, quando veniva chiamata “aminea” cioè “non rossa”, differente dal Greco presente in molte altre Regioni del Sud Italia con cui condivide la provenienza greca. Furono probabilmente i Pelagi ad importare questo vitigno e a diffonderlo nelle zone del Sud d’Italia di loro influenza. Allevata con impianti a guyot doppio, la pianta è mediamente resistente ai principali patogeni e di elevata produttività e manifesta un buon adattamento ai climi caldi ed asciutti. Le uve bianche, grazie alla surmaturazione in pianta o all’appassimento al sole su graticci di canne fino a quando non si è registrato un calo minimo del 35%, hanno poi una fermentazione in vasche d’acciaio e un affinamento in acciaio e in bottiglia. Se ne ottiene un vino dolce dal colore giallo dorato con riflessi ambrati, aromi di gelsomino, frutta appassita, miele e spezie, tra cui lo zenzero, sapore morbido e caldo. E’ il Greco di Bianco, prodotto in un’area piuttosto ristretta formata dal Comune di Bianco e in parte di quello di Casignana. La leggenda vuole che questo vino, noto anche come “Greco di Gerace”, abbia fornito il vigore necessario ai soldati locresi per sconfiggere l’esercito di Crotone, dieci volte superiore, nella battaglia sul fiume Sagra combattuta nel 560 a.C.

Greco nero

Grignolino
Uno dei vitigni piemontesi più tipici. Il suo strano nome pare derivi da “grignola”, antica terminologia dialettale astigiana per indicare i vinaccioli che in quest’uva sono particolarmente abbondanti; secondo altri il nome deriverebbe invece dal gusto acidulo del vino che fa digrignare i denti, in piemontese “grigno” che significa però anche ridere. Sotto il sinonimo di “Barbesino”, il vino Grignolino è conosciuto fin dal Medioevo: alcuni atti notarili del XIII secolo custoditi nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di Casale Monferrato riportano notizie della sua coltivazione, mentre risulta che nel ‘600 i Gonzaga richiedessero ogni anno “sei brente” di Grignolino.

Grillo

Groppello di Mocasina

Groppello di Santo Stefano

Groppello gentile

Guardavalle bianco
Questo vitigno autoctono bianco, chiamato anche Vardavalli, viene coltivato in particolar modo sul versante ionico della Regione, nelle aree viticole di Kalipera, della Locride e del Bivoncio e deve probabilmente il suo nome alla predilizione per le zone collinari. Mostra una buona tolleranza alle avversità climatiche ed alle principali fitopatie. Vinificata generalmente in uvaggio con altre varietà locali, quando interpretata in purezza genera un vino di colore giallo con riflessi verdognoli, aroma intenso di nocciola tostata, media struttura gustativa ed un caratteristica nota astringente.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Guarnaccia

Impigno

Incrocio b. Fedit 51CSG

Incrocio Bruni 54

Incrocio Manzoni 2.15

Incrocio Terzi    1

Invernenga

Italica

Kerner

Lacrima

Lagrein

Lambrusca di Alessandria

Lambrusco di Sorbara

Lambrusco f. frastagliata

Lambrusco Grasparossa

Lambrusco Maestri

Lambrusco Marani

Lambrusco Montericco

Lambrusco Salamino

Lambrusco Viadanese

Livornese bianca

Lumassina

Maceratino

Magliocco canino

Magliocco n.
Vitigno nero di antica coltivazione ora in via di estinzione, questo Magliocco, da non confondersi con il più diffuso Magliocco canino, appartiene alla famiglia dei Magliocchi, vitigni dal grappolo piccolo come un pugno o maglio (da cui il nome), dai quali differisce però per diversi caratteri. Si adatta bene ai climi caldi ed asciutti, specialmente in terreni sciolti e profondi che garantiscano un’adeguata riserva idrica, dove manifesta un elevato vigore vegetativo ed una media tolleranza alla principali malattie crittogamiche. Generalmente mescolata ad altre varietà calabresi quali l’Arvino e la Marsigliana nella composizione della DOC Donnici e dell’IGT Val di Neto, se vinificato in purezza produce un vino di colore rosso rubino non molto carico, spiccati aromi di frutta secca, gusto armonico e morbido, buona alcolicità, bassa acidità ed una discreta attitudine all’invecchiamento.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Magliocco

Maiolica
Di origini sconosciute, sebbene risulti coltivata in Abruzzo da lungo tempo, questa varietà a bacca nera è ora diffusa sporadicamente i n provincia di Pescara e Chieti, ma è presente anche in piccolissime aree della provincia di Macerata, nelle Marche. Dal punto di vista viticolo, è caratterizzata da una produzione abbondante, media resistenza alle crittogame e scarsa resistenza al freddo. Quando vinificata in purezza, e non nel consueto uvaggio con il locale Montepulciano, dà luogo ad un vino rosso carico con riflessi violacei, profumo di viola e spezie, sapore intenso, non molto tannico, di bassa acidità.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Malbech

Malbo gentile

Malvasia

Malvasia b. di Basilicata

Malvasia bianca

Malvasia bianca di Candia

Malvasia bianca lunga

Malvasia del Lazio

Malvasia di Candia arom.

Malvasia di Casorzo

Malvasia di Lipari

Malvasia di Sardegna

Malvasia di Schierano

Malvasia Istriana

Malvasia nera Basilicata

Malvasia nera di Brindisi

Malvasia nera di Lecce

Malvasia rosa

Mammolo

Manzoni

Marsanne

Marsigliana nera
In passato confusa con il Greco Nero, questa varietà a bacca nera, chiamata anche Marcigliana, è presente da tempi remoti nei vigneti situati sulla costa tirrenica delle provincie di Cosenza e Catanzaro, dove viene da sempre utilizzata soprattutto in uvaggio per l’intensità colorante che apporta ai mosti. Caratterizzata da un’elevata produttività, la Marsigliana mostra un’alta variabilità intravarietale, un’elevata resistenza alla peronospora ed alla botrite, una media tolleranza all’oidio ed alle avversità climatiche. Vinificata in purezza, produce vini di colore rosso granato carico con riflessi violacei, aromi di frutta rossa, media gradazione alcolica e buon equlibrio complessivo fra le componenti acide e morbide. Entra nella composizione della DOC Lamezia.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Marzemina bianca

Marzemino

Mayolet rs

Mazzese

Melara

Merlot

Meunier

Minnella bianca

Molinara

Monica

Montepulciano n.
Etimologia: Il nome del vitigno Montepulciano farebbe presumere una sua provenienza dal territorio di Montepulciano, in provincia di Siena, sebbene il vitigno non abbia nessuna parentela con il Prugnolo Gentile (Sangiovese), la varietà con la quale si produce il celebre Vino Nobile di Montepulciano. Origini: Per secoli confuso con il Sangiovese, questo vitigno è originario dell’Abruzzo, nato nella zona di Torre de’ Passeri o nella Conca Peligna. Solo nel 1875 alcuni documenti descrivono correttamente queste uve, chiamate Montepulciano Cordisco, ben distinte da quelle del Sangiovese. Diffusione: Il Montepulciano è diffuso in varie regioni dell’Italia centro-meridionale, principalmente lungo tutto il litorale adriatico. Entra nel disciplinare di moltissime Doc: in Abruzzo, Marche, Molise e Puglia. È presente anche in alcune Doc del Lazio e dell’Umbria. Da segnalare, dalla vendemmia del 2003, la creazione della nuova Docg Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane. Ambiente: L’Abruzzo è una regione prevalentemente montuosa. La viticoltura si concentra dunque sulla fascia collinare che si stende tra l’Appennino centrale e la costa adriatica, costituita da terreni argillosi, arenacei e sabbie. Qui il clima è mite, ben ventilato, con precipitazioni che aumentano man mano che ci si addentra nell’entroterra. Storia: Furono gli Etruschi, intorno al VII secolo a.C., a insegnare alle popolazioni locali alcuni metodi di coltivazione, come quello di maritare la vite agli alberi. Il poeta Ovidio, di origine abruzzese, nelle Metamorfosi usa la similitudine della vite legata all’olmo come immagine del sentimento dell’amore. Marziale invece ricorda i vini abruzzesi che impreziosivano le mense dei patrizi.

(Fonte: www.autoctono.it)

Montonico bianco
Etimologia: Fin dal secolo scorso era conosciuto con vari sinonimi, tra cui Chiapparone, Ciapparuto, Ciapparone, Racciapolone, Racciapaluta, e altri. Ancora oggi nelle Marche è chiamato Chiapparù o Uva Regno. Origini: Le origini sono remote, ma non si hanno notizie più precise al riguardo. Nel 1825 l’ampelografo Giuseppe Acerbi dichiara che si tratta di un vitigno ben rappresentato nell’Italia centrale. Diffusione: Diffuso un tempo in tutto il centro Italia, in particolare in Abruzzo e nelle Marche, oggi il suo areale di diffusione si è molto ristretto. È coltivato in provincia di Teramo, soprattutto nei pressi di Bisenti, e fa una piccola comparsa in provincia di Macerata e a Foggia. Ambiente: È la più settentrionale provincia abruzzese: dai massicci montuosi del Gran Sasso d’Italia si stende sulle alte colline che gradualmente scendono verso il mare. Il clima, da continentale nelle valli interne, diventa sempre più mite avvicinandosi alla costa. Storia: Furono gli Etruschi, intorno al VII secolo a.C., a insegnare alle popolazioni locali alcuni metodi di coltivazione, come quello di maritare la vite agli alberi. Lo stesso Ovidio, di origine abruzzese, nelle Metamorfosi usa la similitudine della vite legata all’olmo parlando dell’amore.

(Fonte: www.autoctono.it)

Montonico Pinto b.
Da non confondersi con il Montonico bianco, diffuso in diverse Regioni dell’Italia Centro-Sud, o con il Montonico di Rogliano, questo vitigno a bacca bianca è chiamato anche Montonico Ciarchiarisi ed è diffuso in alcuni vigneti dei Comuni di Frascineto, Civita, Castrovillari e Cassano Ionico, in provincia di Cosenza. Mostra una scarsa resistenza alle principali malattie della vite. Se vinificato in purezza, dà origine ad un vino giallo paglierino, con aroma caratteristico e struttura gustativa sorretta da una buona acidità. Concorre alla realizzazione della DOC Pollino.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Montu

Morone

Moscatello selvatico

Moscato bianco

Moscato di Scanzo

Moscato di Terracina

Moscato di Terracina

Moscato giallo

Moscato nero di Acqui

Moscato rosa

Mostosa

Muller Thurgau

Nasco

Nebbiera

Nebbiolo

Negrara

Negretto

Negro amaro

Ner d ala

Nerello cappuccio

Nerello mascalese

Neretta cuneese

Neretto di Bairo

Nero buono

Neyret

Nieddera

Nieddu mannu

Nigra

Nocera

Nosiola

Notardomenico

Nuragus

Olivella n.

Il curioso nome di questa varietà a bacca nera fa riferimento alla forma dell’acino, che ricorda l’oliva sia nella forma ovaloide che nel colore violaceo. A lungo confusa con il vitigno Sciascinoso, a causa della somiglianza morfologica fra le due varietà, l’Olivella è risultata invece essere un vitigno a sé stante, fra i più vecchi della Campania, idoneo alla produzione di vini di grande pregio. Nella media è sia la sua tolleranza alle principali malattie crittogamiche che la resistenza alle avversità climatiche. Concorre alla produzione di uno dei più famosi vini campani, il vino DOC Lacryma Christi del Vesuvio, nelle tipologie Rosso e Rosato, prodotto in quindici Comuni in provincia di Napoli, localizzati sulle pendici del vulcano.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Ortrugo

Ottavianello

Pallagrello n.
Ritenuto da diversi studiosi campani “variante” a frutto rosso della Coda di Volpe bianca, ma più probabilmente imparentato con il Piedilungo calabrese (così chiamato per il lungo “piede” o rachide), questo vitigno dal grappolo piccolo e cilindrico, di produttività contenuta, è attualmente diffuso nei comprensori casertani dei Comuni di Alife, Alvignano, Caiazzo e Castel Campagnano, dove i pochi coltivatori che ne possiedono una piccola estensione ne ricavano un vino rosso di ottima qualità, di colore intenso ed aroma speziato, di sempre maggior interesse commerciale. Caratterizzato da un buon vigore e da una produzione contenuta, il Pallagrello nero si mostra abbastanza resistente alla botrite, anche grazie allo spessore delle sue bucce. In considerazione dell’elevato livello qualitativo del vino che si ottiene da questo vitigno, è prevista a breve l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Pampanuto

Pascale

Passau

Passerina

Pavana

Pecorello Bianco b.
Vera e propria reliquia, questo vitigno a bacca bianca è sporadicamente presente in alcuni vigneti della zona del Savuto, dove viene impropriamente confuso con il Pecorino, vitigno notevolmente diffuso nel Centro Italia, a causa di alcune somiglianze morfologiche con esso. Elevata è la sua resistenza alla botrite, ma scarsa quella alle altre crittogame. Vinificato da solo, produce un vino di buona struttura, con profilo gustativo improntato alla morbidezza.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Pecorino

Pedevenda

Pelaverga

Pepella b.
Il nome di questa curiosa varietà a bacca bianca, diffusa in limitatissime aree dei Comuni di Tramonti, Ravello e Scala in provincia di Salerno, fa riferimento alla presenza, accanto ad acini normali, di acini piccoli come grani di pepe, fenomeno probabilmente dovuto a difetti di morfologia fiorale. Caratterizzata da grappoli generalmente piccoli e molto spargoli per via dei difetti sopra citati, mostra una resistenza medio-scarsa alle principali malattie della vite. Gli studi enologici in corso hanno però accertato l’ottimo livello qualitativo dei vini che se ne ottengono.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Pelaverga piccolo

Perera

Perricone

Petit Rouge

Petit Verdot

Petite Arvine

Piccola nera

Picolit

Piculit-Neri

Piedirosso

Pigato

Pignola

Pignoletto

Pignolo

Pinella

Pinot bianco

Pinot grigio

Pinot nero

Plassa

Pollera nera

Portoghese

Prie Blanc

Prie Rouge

Primitivo

Prodest

Prosecco

Prugnolo gentile

Prunesta  C. n.
Varietà a bacca nera conosciuta anche con il sinonimo di Brumesta o Uva del Soldato, è riconoscibile per il caratteristico grappolo tozzo con acini grossi ed è diffusa sporadicamente nella zona tirrenica della Calabria, dove mostra un’ottima tolleranza alle principali malattie crittogamiche ed alla tignola. Il suo nome deriva forse dal latino “bumastos” che allude ad un uva che ha forma di mammella di vacca, o, in alternativa, dal latino “bruma”, per la forte presenza di pruina o per la sua maturazione tardiva. Vinificata sempre in uvaggio con altre varietà locali, da sola genera un vino di colore cerasuolo o rosso rubino poco intenso, con fragrante aroma vinoso, mediamente tannico, dotato di buon corpo. Può essere utilizzata con successo per realizzare delle vendemmie tardive.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Quagliano

Raboso piave

Raboso veronese

Rebo

Refosco nostrano

Refosco peduncolo rosso

Regina

Regina

Regina dei Vigneti

Regina dei vigneti

Retagliado bianco

Ribolla gialla

Riesling

Riesling italico

Ripolo b.
Un tempo diffusa nei territori dei Comuni di Gragnano e di Castellammare, questa varietà a bacca bianca è attualmente presente nei soli vigneti di Furore, Amalfi e Positano, aree comprese nell’ambito della zona di produzione della DOC Costa d’Amalfi, sottozona Furore. E’ un vitigno di medio vigore, adatto a forme contenute di allevamento, condizioni nelle quali manifesta una produttività contenuta ed una certa sensibilità alle principali crittogame. Di produzione contenuta ed incostante, sembra dimostrare una buona attitudine enologica, il che la pone come una delle varietà di potenziale interesse nel programma di ampliamento ampelografico campano.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Rollo

Rondinella

Rossara

Rossese

Rossignola

Rossola nera

Roussane

Roussin

Ruche

S. Martino

S. Michele

Sagrantino

San Giuseppe nero

San Lunardo

Sanginella bianca b.
Ecco un’altra antica varietà bianca sull’origine della quale, come per la Catalanesca, non esistono dubbi: si tratta di un’antica varietà campana, citata a partire dall’800. Un tempo diffusa ed apprezzata in tutto il meridione come uva da tavola, è ora presente solo in pochi esemplari nelle vigne più vecchie prossime alla città di Salerno e nella Valle del Calore Salernitano. E’ in corso su di essa un progetto di recupero e valorizzazione.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Sangiovese

Santa Maria

Sauvignon

Schiava

Schiava gentile

Schiava grigia

Schiava grossa 1

Schiava grossa 2

Schioppettino

Sciaglin

Sciascinoso

Semidano

Semillon

Sgavetta

Sirica n.
Già citato da Plinio nel 75 a.c., questo rarissimo vitigno a bacca nera deve probabilmente il suo nome a Siri, antica città dello Ionio vicina a Metaponto, rinominata Eraclea in seguito alla conquista romana successiva alla seconda guerra punica. Recenti studi molecolari ne hanno dimostrato una notevole affinità con l’Aglianico, di cui potrebbe rappresentare una sorta di “progenitore”. Considerabile una vera e propria reliquia, questa straordinaria varietà è attualmente presente in quattro individui superstiti di 250-280 anni situati a Taurasi, in provincia di Benevento, ed è al centro di un programma di recupero di grande importanza scientifica. Il vino che se ne ricava è rosso rubino, con sentori di frutta fresca e sapore morbido, speziato, di buona persistenza.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Sirio

Soperga

Suppezza n.
Questo vitigno rosso, il cui nome deriverebbe da una masseria dei Monti Lattari intorno alla quale esso è stato identificato, è diffuso esclusivamente in Penisola Sorrentina, in particolare nei Comuni di Gragnano, Pimonte, Lettere e Castellamare di Stabia. Recenti studi di caratterizzazione molecolare del DNA delle varietà campane hanno evidenziato la diversità genetica di questa varietà, dal piccolo grappolo conico-piramidale ed acini arrotondati, rispetto agli altri vitigni diffusi nella Regione. Vitigno piuttosto vigoroso e produttivo, mostra una discreta resistenza alla peronospora, mentre è più sensibile alla muffa grigia. Concorre come vitigno complementare alla produzione della DOC Penisola Sorrentina, sottozone Gragnano e Lettere.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Susumaniello

Sylvaner verde

Syrah

Tannat

Tazzelenghe

Tempranillo

Teroldego

Terrano

Timorasso

Tocai friulano

Tocai rosso

Torbato

Traminer aromatico

Trebbiano abruzzese

Trebbiano di Soave

Trebbiano giallo

Trebbiano modenese

Trebbiano romagnolo

Trebbiano spoletino

Trebbiano toscano

Trevisana nera

Tschaggele

Turca

Ucelut

Uva di Troia

Uva per colore n.
Questo vitigno a bacca nera, così chiamato per l’aspetto rosseggiante di tutta la pianta, apici dei germogli e foglie comprese, appartiene al gruppo delle uve “tintore” o “tintiglie”, diffuse un tempo in tutta la Campania come cultivar da impiegare per arricchire di tinta i mosti ricavati da uve poco colorate o di annate poco favorevoli, ed è caratterizzata da acini piccoli e, caso raro fra le varietà di vite, da polpa colorata. E’ attualmente diffuso nella zona di Gragnano e Lettere, in provincia di Napoli, dove entra nell’uvaggio della DOC Penisola Sorrentina Rosso.

(Fonte: AGER ed AutoctonO, “Dizionario dei Vitigni Antichi Minori italiani” CI.VIN Ed.)

Uva rara

Uva tosca

Valentino

Vega

Veltliner

Verdea

Verdea

Verdeca

Verdello

Verdese

Verdicchio bianco

Verdiso

Verduschia

Verduzzo friulano

Verduzzo trevigiano

Vermentino

Vermentino nero

Vernaccia di Oristano

Vernaccia di San Gimignano

Vernaccia nera

Vespaiola

Vespolina

Vien de nus

Viogner

Vitouska

Vuillermin

Wildbacher

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