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I vigneti di collina

Lamole è un piccolo borgo a pochi chilometri da Grave in Chianti, al confine fra la Provincia di Firenze e quella di Siena, nel cuore di una terra da secoli votata alla produzione di vino. Qui molti produttori di vino stanno ripristinando i “terrazzamenti” che sin dal Settecento caratterizzano un paesaggio unico, tinteggiato dal viola pallido dei giaggioli a inizio maggio, dal giallo delle ginestre da fine primavera, dal verde brillante delle viti e quello argentato degli olivi, dai colori più cupi del bosco fino ai gialli e ai rossi della maturazione autunnale. Fin dal basso Medioevo e dal Rinascimento gli spazi coltivabili sono stati conquistati con il frutto del lavoro di centinaia di persone e di una tecnica affinata nei secoli. L’ostacolo ambientale di gran lunga più importante era ed è la pendenza del terreno mediamente superiore al 30% e spesso oltre il 50%. La realizzazione dei terrazzamenti consentiva di “rimettere in piano” il terreno, rendendolo coltivabile. Ma per trattenere quella terra sciolta, fine come cipria era necessaria anche una capillare regimazione delle acque che consentisse anche agli scrosci più impetuosi di essere assorbiti dal terreno senza asportare quel suolo prezioso. Se la terra mancava, i sassi avanzavano sempre e, per non essere costretti ad allontanarli, si suddivideva l’appezzamento avvicinando i muri fra loro e creando terrazze della larghezza di pochi metri. Lingue di terra, piccole lame, in latino “lamulae”, da cui  probabilmente deriva il nome del luogo. La roccia, suddivisa in pietre squadrate ed ordinata in muretti, diveniva così un prezioso alleato nella maturazione dell’uva cedendo nella notte il calore accumulato durante il giorno ai pochi grappoli vicini al terreno delle viti basse, coltivate  nella forma di allevamento ad alberello tipica della tradizione di Lamole. A partire dal Settecento la pratica del terrazzamento si estende dalle pendici rocciose anche alle fasce collinari plioceniche, con i ciglioni dove prevale il tufo (sabbia) e con le colmate di monte dove prevale il mattaione o creta (argilla), ma una serie di trattati agronomici dell’epoca rivela che fra il Sette e l’Ottocento la situazione era diventata molto critica, con una prevalenza di sistemazioni dette “a rittochino”. Fino agli anni ’50 tutta la parte collinare della Toscana centrale era ancora interessata da queste particolari sistemazioni agrarie: ciglionamenti nei terreni sabbiosi, terrazzamenti in quelli rocciosi. Poco prima degli anni Sessanta inizia però l’esodo dei mezzadri, attratti dalle fabbriche della città, e i filari che solcavano in verticale le colline con i terrazzamenti furono sostituiti dai sistemi di coltivazioni con una nuova versione del rittochino, questa volta fatto a macchina …. L’abbandono interessò anche l’utilizzazione del bosco, che un’antropizzazione millenaria aveva condotto al governo a ceduo e che forniva alla comunità locale combustibile, legname da opera (castagno) utilizzato nella viticoltura e nell’edilizia rurale e pascolo per il bestiame. Un bosco che, abbandonati i turni di ceduazione e avviato ad alto fusto, versa ora, salvo poche eccezioni in uno stato di grave degrado,  nonostante studi recenti abbiano messo in luce la possibilità di destinare il ceduo alla produzione di biomassa vegetale per la produzione di energia. Dagli anni ’90 in poi una maggiore attenzione al prodotto di qualità favorisce il restauro o il recupero di sistemi e pratiche tradizionali rivisitate alla luce delle nuove condizioni tecnologiche e produttive e numerose aziende del Chianti fiorentino e di quello senese riprendono la pratica del terrazzamento dando vita ad un’opera di ricostruzione non solo vitivinicola ma anche paesaggistica.

Le caratteristiche che hanno reso famoso nei secoli il vino di Lamole non erano quelle di grandissima corposità, ma di finezza e ricchezza di profumi. La gradazione alcoolica era comunque elevata,  grazie appunto all’accumulo di calore favorito dai  muretti di pietra e dalle viti ad alberello. L’altitudine contribuiva ad esaltare i profumi fra i quali, peculiare di questo vino vino di Lamole, quello di mammole. Nella Fattoria di Lamole di Paolo Socci, che ha scelto una conduzione del vigneto con produzioni molto limitate (40-50 quintali di uva ad ettaro), sono stati selezionati i cloni tipici del Sangioveto di Lamole, reimpiantati franchi di piede (senza l’innesto con la vite americana), restaurati alcuni piccoli vigneti allevati ad alberello di oltre 70 anni di età ed impiantati nuovi vigneti sperimentali.

Da vedere: Risalendo da Greve in Chianti verso il Monte San Michele, lungo la strada che porta al paese, il Castello di Lamole è ben visibile al centro della sua valle di castagni e larici. Posto su di uno sperone di roccia e circondato da boschi fin dal 1000, ha conservato la sua posizione strategica a difesa dei confini fiorentini assunta durante la guerra tra Firenze e Siena. Il Castello, che era stato costruito dai Longobardi su un precedente insediamento romano a vigilare un’importante via di comunicazione, apparteneva alla famiglia ghibellina dei Cavalcanti  che nel 1304 si ribellarono, insieme ad altre famiglie, all’autorità del comune di Firenze e posero il loro quartier generale nel Castello. Dopo averlo preso in assedio, i fiorentini lo rasero al suolo e rinchiusero gli abitanti nelle nuove carceri costruite a Firenze sui terreni degli Uberti, che da quest’episodio presero il nome (Carcere delle Stinche).  In seguito il Castello venne riedificato e nuovamente abitato finché con il tempo, cessata l’esigenza di una difesa dei confini da parte della signoria fiorentina, ha visto trasformate le sue torri e le sue “case da signore” in abitazioni coloniche acquistando col tempo l’aspetto attuale. L’insediamento si presenta come un insieme di edifici, più o meno alti, posti in forma ellittica e distribuiti per una lunghezza di circa 600 metri a costituire le cinta murarie di difesa. Il borgo, le cui unità abitative conservano ancora molti degli aspetti architettonici medievali, è attraversato in tutta la sua lunghezza da due piccole strade che scorrono parallele e che formano tre piccole piazzette, la principale delle quali è situata al termine dell’abitato e dello sperone di roccia su cui l’intero borgo si posa. Nello scrittoio della Fattoria di Lamole, un cabreo del 1772 mostra pianta e veduta del castello.

 

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