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Grazie al clima continentale, alla struttura argilloso-calcarea dei terreni e alla configurazione geografica in rilievo che le consente una felice esposizione al sole, l’Umbria è  terra di grandi vini. Pur disponendo di una superficie vitata di estensione ridotta e apparentemente omogenea, la regione presenta un panorama vitienologico assai complesso a causa della mancata coincidenza dei confini geografici con i limes culturali, espressione delle differenti civiltà che si sono avvicendate nel corso dei secoli. In epoca preromana, infatti, gli Umbri occupano un territorio più ampio di quello attuale: i confini si estendono a nord fino al Po e a est fino alle rive dell’Adriatico.  Con la suddivisione augustea in Regio VII e Regio VI, viene inglobato l’ager gallicus a est, mentre Perugia, Orvieto e i territori oltre il Tevere vengono assegnati all’Etruria.

Il comprensorio di Orvieto con l’omonimo Trebbiano, da una parte, e l’area interna lungo la Flaminia con il Trebbiano spoletino allevato in forme espanse e il Sagrantino di Montefalco dall’altra, presentano caratteri propri di viticolture assai differenti. Le sponde del medio corso del Tevere sembrano rappresentare la rigida linea di confine fra Etruschi e Umbri, ma le testimonianze archeologiche attestano, invece, l’assoluta permeabilità di queste aree di frontiera nonché l’osmosi di culture e pratiche fra questi due popoli.

Orvieto (Tr)

La tradizione vinicola dell’Orvietano ha radici antiche. Già gli Etruschi avevano scavato cantine nel masso tufaceo, che caratterizza la città, e nel fresco di queste grotte la fermentazione si completava solo dopo parecchi mesi, lasciando al vino un residuo zuccherino che contribuì a decretarne il successo. Nel medioevo e nel Rinascimento fu uno dei vini preferiti alla Corte pontificia,  lodato da poeti, artisti e uomini insigni, tra cui il Pinturicchio. La stessa Opera del Duomo lo elargiva nelle grandi occasioni come il compimento dei lavori importanti o su richiesta del capo maestro e lo si trovava espressamente richiesto nei contratti di lavoro,  come quello stipulato da Luca Signorelli nel 1500 per la realizzazione degli affreschi. In epoca a noi più vicina fu usato da Garibaldi e dai suoi Mille per brindare, prima di lasciare il porto di Talamone per l’avventura siciliana; D’Annunzio lo definì “Sole d’Italia in bottiglia”; Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna salutarono con calici di Orvieto l’avvenuta reazione nucleare.  Oltre al Trebbiano o Procanico nell’Orvieto Doc è presente il Grechetto di Orvieto, vitigno portato in Italia meridionale dai coloni greci e maggiormente diffuso nell’orvietano, in provincia di Terni e in parte della provincia di Perugia. Tra i vitigni minori del territorio si segnalano il Verdello e il Drupeggio.

Montefalco (Pg)

Il Sagrantino è coltivato solo in Umbria, in particolare nel territorio dei comuni di Montefalco e parte del territorio dei comuni di Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria in provincia di Perugia. Le prime testimonianze che ne documentano la presenza risalgono ai primi del 500. Alcuni ipotizzano che il Sagrantino sia stato importato dall’Asia Minore dai seguaci di San Francesco di ritorno dai loro viaggi di predicazione intorno al XIV-XV secolo. Il nome deriverebbe – dal latino sacer = sacro  per l’usanza dei frati di ricavarne un vino passito da impiegare nei riti religiosi. Ancora oggi alcuni conventi del territorio conservano ceppi centenari di Sagrantino allevati in forma di pergolato. Sembra poi che i contadini del luogo ne facessero uso per le festività e le ricorrenze religiose.

Il Trebbiano spoletino, non ancora iscritto al registro delle cultivar ma classificato come “ecotipo a diffusione locale”, ha il suo areale di diffusione nella Valle Umbra meridionale solcata dai torrenti Ruicciano e Tatarena (Spoleto, Castel Ritaldi, Montefalco e Trevi). Si caratterizza per il portamento vigoroso e le forme espanse. In passato veniva coltivato franco di piede, in forma di alberata e con il supporto del tutore vivo.

 

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