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Il paesaggio vitato dell’Isola del Giglio si è mantenuto intatto per secoli grazie al paziente e duro lavoro degli agricoltori del posto che sono intervenuti in maniera non invasiva assecondando il profilo dell’isola attraverso la costruzione di terrazzamenti e facendo ricorso principalmente al lavoro manuale. La presenza di una “viticoltura di frontiera”, in una condizione di isolamento rispetto alla terraferma, ha permesso la conservazione di un patrimonio genetico unico e fortemente legato al territorio, in particolare del vitigno ansonica, di probabile origine greca. Attualmente l’attività vitivinicola dell’Isola ha subito una forte contrazione, ma coloro che continuano a vinificare adottano le tecniche tradizionali.

Dopo secoli di storie di invasioni e difficoltà, fu nel tardo ‘600 che l’allevamento della vite ebbe vigore sull’Isola del Giglio, grazie alla famiglia dei Medici che stimolò al massimo i contadini locali, con agevolazioni economiche di vario tipo, a riprendere la coltivazione dell’uva. Alla fine del ‘700 l’Ansonica si affermò come vitigno principale, prendendo il posto del Biancone. Un vitigno apprezzato anche come uva da tavola, conteso dai mercati di Livorno, Civitavecchia, Genova e Firenze, anche Stendhal ne parlò tessendone le lodi. E nonostante fosse un luogo di difficilissima vinificazione, la produzione di Ansonica è sempre stata abbondantissima. Dopo il grande successo del XIX secolo, ai primi del ‘900 la situazione della viticoltura volse al peggio, per la migrazione verso il continente degli isolani e l’avvento della fillossera con un declino che ha portato la produzione di vino ai minimi storici, lasciando che il turismo prendesse il sopravvento. Qualche anziano vignaiolo ancora ricorda le barchette che venivano dalla terra ferma per caricare questo straordinario prodotto.

Straordinaria testimonianza sono i palmenti (costruiti tra il 1500 ed il 1700) che ancora si possono individuare qua e là tra vigneti e pezzi di antiche vigne lasciate ormai incolte.  Le operazioni di spremitura delle uve, infatti, venivano condotte negli stessi vigneti e precisamente all’interno di vasche in pietra o scavate nella roccia, singole o comunicanti (i palmenti). Il mosto ricavato da una prima fermentazione veniva separato dalle vinacce e raccolto in contenitori di terracotta o in botti di legno per essere trasportato al paese in maniera da essere ulteriormente lavorato nelle cantine. I palmenti sono stati riutilizzati fino agli anni Sessanta del Novecento.

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