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Un viaggio lungo un anno tra le enoregioni italiane

Un viaggio lungo un anno tra le enoregioni italiane

Con la “Sardegna Centrale” si è concluso il viaggio tra le enoregioni italiane iniziato nei primi mesi del 2017, quando l’Associazione Nazionale delle Città del Vino ha compiuto i suoi primi 30 anni di vita dedicati a sostenere l’importanza del “buon governo dei territori” con grande attenzione ai piccoli Comuni, alla cultura della vite e del vino, alla valorizzazione delle produzioni tipiche e autoctone, alla tutela ambientale e del paesaggio. In nessun altro Paese come nel nostro gli elementi della natura e gli interventi dell’uomo si intrecciano con una tale forza da rendere unici e non riproducibili altrove i prodotti di una particolare zona, che a quei prodotti conferisce una identità del tutto peculiare. Qui il concetto di terroir si declina in una infinità di realtà grazie anche ad una storia produttiva molto antica, ad una elevata diversità di suoli e climi, alla varietà paesaggistica e alle capacità di adattamento dimostrate nei secoli dai vitivinicoltori.

Proprio per testimoniare e valorizzare ancora una volta il binomio “vino-territorio”, l’Associazione ha voluto raccontare le enoregioni italiane con una breve descrizione dei caratteri generali (caratteristiche pedoclimatiche e paesaggistiche, presenza di strade del vino e dei sapori, cenni sulla storia della vitivinicoltura del territorio, vitigni autoctoni, ecc.), della produzione enologica (qualità organolettiche e abbinamenti gastronomici) e della cucina locale (prodotti agroalimentari tradizionali, piatti tipici, raccolta e uso di erbe spontanee e frutti selvatici) e infine, a completare il quadro, l’elenco delle denominazioni (docg, doc e igt) riferite a ciascuna di esse.

L’adozione della divisione delle venti regioni italiane in 92 “macroaree” – cioè insiemi di terre con elementi (climatici, litologici, morfologici e pedologici) omogenei – è stata mutuata dall’Atlante dei territori del vino, edito nel 2013 a cura dell’Enoteca Italiana di Siena e dell’Istituto Geografico Militare su invito del Ministero per le Politiche Agricole Alimentari e Forestali. La classificazione ideata da questo prezioso strumento di lavoro permette, infatti, di leggere la ricchezza del sistema vitivinicolo italiano attraverso l’individuazione degli elementi comuni dei territori, dalle tradizioni produttive alle condizioni ambientali.

Oggi la raccolta completa degli articoli pubblicati è disponibile alla pagina dedicata alle “92 Enoregioni per i 30 anni delle Città del Vino” e nella nostra sezione Studi e Ricerche. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

Enoregioni italiane: Sardegna Centrale

Enoregioni italiane: Sardegna Centrale

Termina oggi la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

SARDEGNA CENTRALE

Quattro gli enoterritori della porzione centro-orientale della Sardegna, tra le province di Nuoro, Oristano e Ogliastra: i terreni ricchi di potassio e vocati alla produzione della malvasia del breve tratto di costa intorno a Bosa; i pietrosi rilievi del Mandrolisai a ovest del Gennargentu, ancora coltivati ad alberello; la zona di Oliena a est e sud di Nuoro, dove la presenza delle rare argille nummulitiche contribuisce alla qualità del Nepente; i fertili terrazzi collinari che da Jerzu portano al mare di Lanusei. Il cannonau – noto come grenache in Francia e alicante in Spagna, paese da cui nel ‘400 fu introdotto in Sardegna – è diffuso in tutta l’Isola, ma trova sicuramente il suo ambiente di elezione nelle zone più interne e collinari come l’Ogliastra, la Baronia, la Barbagia, il Mandrolisai, dove gli inverni relativamente miti, la quasi assoluta mancanza di pioggia, la notevole ventosità e la breve distanza di tutti i punti dal mare permettono alla vite di vegetare rigogliosa sino ai 600 m slm. L’omonima strada del vino invita alla scoperta di scenari naturali di grande pregio montani e marini, paesaggi agricoli modellati dall’attività umana con pascoli e colture, siti archeologici, formazioni di macchia mediterranea (cisto, corbezzolo, lentisco, ginestra, mirto e leccio) e vere meraviglie come i celebri murales di Orgosolo, Su Gorropu (il canyon più grande d’Europa), la Grotta di Ispinigoli, il Museo delle maschere mediterranee a Mamoiada e il villaggio nuragico di Tiscali.

Vini locali. Considerata la sua grande adattabilità ambientale e di conseguenza la sua diffusione in aree ecologicamente diverse, il Cannonau doc può dare origine a tipologie di vini con caratteristiche molto differenti. Tre sono le sottodenominazioni geografiche che rappresentano anche le regioni storiche di produzione: Oliena o Nepente di Oliena (dal profumo vinoso con aroma ampio e persistente e sapore caldo, giustamente tannico e di buon corpo, celebrato anche da Gabriele D’Annunzio), Capo Ferrato (dall’odore caratteristico, gradevole, secco e gusto armonico e persistente) e Jerzu (ricco di aroma, corpo e di colore). La doc è disponibile nelle varietà Rosso (anche Riserva), Rosato, Passito, Liquoroso e Classico. Il Rosso ha un profumo fruttato maturo di piccoli frutti rossi e neri (ciliegia, mirto, prugna, mora) con fondo speziato di pepe e vegetale da erbe aromatiche/officinali e macchia mediterranea, gusto sapido e leggermente tannico, ottimo con le ricette più strutturate della cucina tradizionale sarda e i grassi e saporiti di salumi e formaggi locali. Il Rosato, dalle tinte brillanti e profumo floreale di rosa/viola e fruttato di ciliegia e piccoli frutti, è adatto come aperitivo. La Riserva e il Classico acquistano con l’invecchiamento caratteristiche note floreali di rosa o petalo secco, fruttate da frutta matura (confettura e prugna secca), speziate (chiodi di garofano e cannella-vaniglia) e vegetali da balsamico, e retrogusto amarognolo, leggermente tannico. Il Passito e il Liquoroso, con profumo di frutta matura e gusto rotondo e suadente, sono vini da dessert come le sebadas e i piricchittus (dolcetti ricoperti di glassa) o da conversazione. Legate alle specificità del territorio della Planargia sono il caratteristico odore aromatico e il sapore dal secco al dolce, morbido e vellutato, della celebre doc Malvasia di Bosa, valorizzata dall’omonima strada del vino. Disponibile anche nei tipi Riserva, Spumante e Passito, è da sempre simbolo dell’amicizia e dell’ospitalità, da offrire nei giorni di festa solo alle persone a cui si tiene particolarmente perché considerata un “bene comune” e di cui i proprietari difficilmente si privano!

Piatti e Prodotti tipici. La gastronomia locale è legata ai prodotti della pastorizia e della terra: salumi, farro, ravioli e maccarrones de ferrittu (la pasta fresca preparata su ferro da calza) conditi con sugo di ghisadu o formaggio, agnello e capretto allo spiedo o arrosto, funghi (i porcini sardi appartengono quasi tutti alla specie Boletus aereus e crescono prevalentemente sotto sughere e lecci, ma i più gustosi si trovano nei castagneti), olio e formaggi. L’extravergine del Nuorese è un olio giallo dorato con riflessi verdognoli, fruttato è di media intensità, molto pulito, e gusto equilibrato con sentori erbacei. Piuttosto eclettico in cucina, si esalta con i legumi, i carciofi sardi crudi, il muggine alla griglia. La tradizione tramanda segreti e specialità come la pecora in cappotto (stufato di carne di pecora, cipolle e patate mangiato con pane carasau inumidito con il brodo di cottura), i culingionis (ravioli ripieni di formaggio, patate e menta e conditi con sugo di pomodoro e pecorino) e il ghisadu: il nome di questo spezzatino è di origine catalana ed in Spagna ancora oggi è possibile assaggiare un piatto simile, ma è tipico del Montiferru, l’area sarda storicamente deputata all’allevamento del Bue Rosso. Particolare è anche il casizolu del Montiferru (Presidio Slow Food), formaggio a pasta filata a forma di pera prodotto con latte di vacche di razza Sardo Modicana (anche questa tutelata dal Presidio Slow Food), buono così com’è accompagnato a pere, noci, miele di rosmarino o di agrumi oppure da far fondere in forno su fogli di carta musica e mangiare coperto di miele di corbezzolo (casizzolu arrustiu). Tipico dolce pasquale dell’Ogliastra è il pan’e conciu, curiosa pagnotta dalla lentissima lievitazione, impastata di farina di grano duro, miele, strutto, anice, finocchio selvatico e chiodo di garofano e spesso scurita dalla presenza di vino cotto, confezionata in forme emisferiche di circa 15 cm di diametro con un’incisione a croce (che durante la cottura le fa aprire in quattro spicchi). Con il miele si preparano anche le aranzada, piccoli rombi di miele e scorzette d’arancia lasciati indurire su foglie di limone ben lavate; si può trovare anche in forma di “torrone” arricchito con mandorle tostate sminuzzate. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Cagliari, Cannonau di Sardegna, Girò di Cagliari, Malvasia di Bosa, Mandrolisai, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Nasco di Cagliari, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Barbagia, Isola dei Nuraghi, Ogliastra, Planargia, Provincia di Nuoro igt, , Tharros

Barbagia
Doc malvasia di bosa
Doc mandrolisai
Planargia
Ogliastr

Malvasia di Bosa doc

Mandrolisai doc_Bovale

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Monica di Sardegna doc

Moscato di Sardegna doc

Sardegna Semidano doc_Monti

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Nasco di Cagliari doc

 

Girò di Cagliari doc

Cagliari doc

Nuragus di Cagliari doc

Barbagia igt_mamoiada

Isola dei Nuraghi igt (Cherchi)

 

Ogliastra igt_Jerzu (Sardegna)

Planargia igt

Provincia di Nuoro igt

 

Tharros igt

Enoregioni italiane: Cagliaritano

Enoregioni italiane: Cagliaritano

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

CAGLIARITANO

La coltivazione della vite sull’Isola ha origini molto antiche: testimonianze riferiscono che oltre 3.000 anni fa (nel periodo di massimo splendore della civiltà nuragica) qui si produceva e si commercializzava il vino, la cui tecnica di preparazione fu poi affinata dai Romani. In seguito, anche le dominazioni dei Catalani, degli Aragonesi e degli Spagnoli contribuirono allo sviluppo delle tecniche colturali e della produzione del vino. Accanto a un mare trasparente e cristallino, la provincia di Cagliari offre una natura fatta di lagune e oasi naturalistiche uniche in Europa, feste e sagre secolari, musei e monumenti, segni e testimonianze di tutti i popoli passati e rimasti nel corso della storia. L’intreccio tra la civiltà del vino e la cultura sarda è qui reso eloquente proprio dalla costellazione di vigneti e dal ritrovamento di reperti archeologici che rimandano al lavoro dei campi e alla pratica della viticoltura. Oltre all’intero Cagliaritano, l’enoregione comprende una parte delle aree vitate di Oristano, Medio Campidano e Carbonia-Iglesia. I terreni variano dai depositi sabbioso-ghiaiosi con bassa disponibilità idrica dell’Iglesiente ai suoli generalmente poco profondi e costituiti da formazioni arenitiche o marnoso argillose presenti sia in prossimità delle pendenze costiere aspre e spesso elevate di Capo Ferrato (zona di cannonau) sia su terrazzi, rilievi collinari e fondivalle a nord di Cagliari, dove prosperano i vitigni a bacca bianca della tradizione regionale: nuragus, nasco, malvasia e moscato.

Vini locali. Dieci le denominazioni prodotte nel territorio, di cui 5 regionali (Cannonau, Monica, Moscato, Sardegna Semidano, Vermentino). La doc Cagliari, che ne ha recentemente accorpate tre preesistenti, è disponibile nelle tipologie Malvasia (anche Riserva e Spumante), dal colore giallo tendente al dorato, profumo intenso e caratteristico, sapore dolce, alcoolico con retrogusto amarognolo di mandorle tostate; Monica (anche Riserva), un vino rosso morbido e vellutato il cui nome deriva da quello del vitigno (morillo, che significava “moro”) introdotto in Sardegna sempre dagli spagnoli; Moscato, dolce e dorato con intense note olfattive di petali di rosa, fichi secchi e miele; Vermentino (anche Superiore). Il Nuragus di Cagliari doc, prodotto dall’omonimo e antico vitigno sardo introdotto dai navigatori fenici e che forse deriva il suo nome dalla forma dei grappoli che ricorda quella dei nuraghi, è un ottimo vino da tavola (anche Frizzante), non molto alcoolico, di colore giallo paglierino tenue con leggero riflesso verdolino, sapore asciutto o leggermente amabile, profumo lievemente vinoso e gradevole: da abbinare ad antipasti magri, sughi bianchi di pesce, frutti di mare e crostacei il tipo Secco, da fine pasto l’Amabile. Nasce dall’omonimo vitigno di origine spagnola sbarcato sull’isola nella prima metà del Settecento e oggi coltivato soprattutto nella parte meridionale della Sardegna, il Girò di Cagliari doc, di colore rosso rubino e gusto dal secco al dolce. Consigliato con preparazioni dolci a pasta non lievitata, pasticceria a base di mandorle, frutta secca e formaggi pecorini maturi, nelle versioni Liquoroso e Liquoroso Riserva va riservato a pasticceria da forno e crostate ai frutti rossi. Da segnalare la sottozona “Capo Ferrato” del Cannonau doc: di colore rosso rubino brillante, sentori di piante aromatiche mediterranee, asciutto, avvolgente e di buon corpo, accompagna felicemente carni arrosto, cacciagione, carni rosse e formaggi ovini maturi.

Piatti e Prodotti tipici. Nonostante le influenze romane, arabe e catalane ereditate dalle invasioni straniere, la gastronomia sarda ha conservato nel tempo forti radici autoctone. C’è la cucina dei pastori, che vivono di cacciagione, formaggi e pane; la cucina del mare, dei pescatori di aragoste, tonni e pesci spada e la cucina casalinga, delle donne che preparano il pane destinato a durare a lungo e la fregola, le piccole sfere irregolari di pasta di semola di grano duro e acqua, dal colore dorato dovuto alla essiccazione naturale e alla tostatura nel forno. Con le sfoglie sottili e croccanti del carasau si prepara il pane frattau (strati di pane alternati a uovo fritto, sugo di pomodoro e pecorino grattugiato), ottimo con un bicchiere di Nuragus di Cagliari. Caratteristico, soprattutto dell’entroterra, è il metodo di cottura della carne allo spiedo (maiale, agnello, selvaggina), aromatizzata con foglie di mirto e sale, insaporita con del lardo fuso e arrostita su un fuoco di legna secca aromatica (ginepro, lentischio e olivo). Cotti lentamente con la brace di arbusti pregiati e profumati e ottimi da consumare insieme ai vini rossi sardi anche sa corda (spiedino composto da pezzi di cuore, fegato e polmone alternati a fettine di lardo, il tutto avvolto da interiora) e su tattaliu (pezzi di coratella tenute insieme dalle budelline). Piatti tipici della costa cagliaritana sono invece la fregola con le vongole, còcciula e cozzas a schiscionera (vongole e cozze al tegame), burrida a sa casteddaia (gattucio marino, aceto e noci), cassòla (zuppa di pesce con uova di muggine, cefalo, tonno e bottarga), aligusta a sa casteddaia (aragosta bollita e condita con un’emulsione di olio, limone, sale e pepe), spaghetti con vongole e bottarga, spaghittus cun arrizzonis (ai ricci di mare, a volte anche insieme a carciofi o asparagi selvatici), su scabbecciu (pesce fritto speziato in salsa agrodolce). Molto popolari i dolci preparati con frutta secca, zafferano, miele e agrumi, dai candelaus con pasta di mandorle e un sapore speziato all’arancia alle seadas ricoperte di miele, dai pabassinas ricchi di uva passa e noci ai pistoccus, simili ai savoiardi e ideali come accompagnamento dei vini liquorosi locali. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Cagliari, Cannonau di Sardegna, Girò di Cagliari, Mandrolisai, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Nasco di Cagliari, Nuragus di Cagliari, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Isola dei Nuraghi, Marmilla, Ogliastra, Parteolla, Sibiola, Tharros, Trexenta

Sibiola igt

Mandrolisai doc_bovale

Nasco di Cagliari doc

Girò di Cagliari doc

Cagliari doc

Nuragus di Cagliari doc

Sardegna Semidano doc_Monti

Moscato di Sardegna doc

 

Monica di Sardegna doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Isola dei Nuraghi igt (Cherchi)

Marmilla igt_Vigneto_Lunamatrona

Ogliastra igt_Jerzu

 

Parteolla igt

Tharros igt

Trexenta igt

Censimento nazionale Agricoltura eroica

Censimento nazionale Agricoltura eroica

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali apre il primo censimento online per la creazione di un Elenco dell’Agricoltura eroica. Il censimento sarà utile per creare una mappa delle attività “eroiche” a livello nazionale ed individuare le caratteristiche unitarie e le difficoltà comuni a tutti. Le candidature sono aperte fino al 12 marzo 2018 attraverso una pagina dedicata dove ogni azienda potrà inserire i propri riferimenti, la posizione geografica e una descrizione dell’attività.

Vogliamo arrivare ad una maggiore tutela e valorizzazione dell’agricoltura eroica – ha spiegato il ministro per le Politiche Agricole Maurizio MartinaÈ una delle esperienze più caratterizzanti del modello agricolo italiano, proprio perché unisce il saper fare spesso tradizionale con paesaggi difficili, complessi, che richiedono ancora una cura strettamente manuale. Sono un patrimonio culturale, ancora prima che economico. Nell’anno nazionale del cibo italiano apriamo il primo censimento e invitiamo le imprese ad aiutarci ad avere una fotografia più completa possibile di queste attività. Nella prossima legislatura sarà così possibile lavorare sul rafforzamento degli strumenti a supporto di queste imprese eroiche”.

Questa attività è, infatti, propedeutica all’elaborazione di proposte normative che portino ad una maggiore tutela dell’agricoltura anche con possibili innovazioni legislative in merito, come avvenuto per i vigneti eroici e storici che la Legge 238/2016 (“Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino“) individua nei vigneti ricadenti in aree aventi particolare pregio paesaggistico e ambientale o soggette a rischio di dissesto idrogeologico o (come nelle piccole isole) caratterizzate da difficoltà strutturali e di meccanizzazione, da effettivo e permanente carattere di isolamento ed inserite in un contesto socio-economico penalizzante sotto il profilo della redditività aziendale.

Si tratta dunque di una grande opportunità per dare visibilità e rilevanza a tutte quelle pratiche colturali (quella del vino in primis) che sopravvivono grazie al duro lavoro, alla passione ed alla “ostinazione” di contadini e viticoltori che affrontano ogni giorno le difficoltà particolari creata dal clima, dall’altezza, dalla natura impervia del terreno che impedisce nella gran parte dei casi l’uso di macchinari rendendo il lavoro più costoso e complesso.

Sono i produttori di eccellenze italiane uniche al mondo – il limone sfusato di Amalfi, le lenticchie di Visso e di Castelluccio di Norcia, il passito di Pantelleria, lo Sciacchetrà ligure, i vini delle Cinque Terre, della Costiera Amalfitana, di Ponza, delle Colline del Prosecco, solo per ricordarne alcune – e contemporaneamente i custodi di terre a rischio di abbandono, di frane o di incendi. Perché terrazzamenti e muretti a secco ospitano piante le cui radici sono un potentissimo freno all’erosione del suolo e che spesso appartengono a quelle cultivar rare o poco conosciute che arricchiscono il grande patrimonio di biodiversità vegetale e di antichissime pratiche colturalidel nostro Paese.

Già due regolamenti MIPAAF (826/2012 e 15938/2013) avevano previsto che le Regioni potessero erogare contributi al fine di sostenere la viticultura in zone ad alta valenza ambientale e paesaggistica (così individuate:pendenza del terreno superiore al 30%, altitudine superiore ai 500 metri sul livello del mare ad esclusione dei vigneti situati su altopiano, sistemazione degli impianti viticoli su terrazze e gradoni, viticultura delle piccole isole) e a condizione di eseguire eventuali modifiche degli elementi caratterizzanti il paesaggio viticolo nel modo meno invasivo e più rispettoso possibile della tradizione locale, con la sola esclusione della forma di allevamento del vigneto.

Un grande passo avanti è sicuramente rappresentato dall’art. 7 del già citato Testo Unico Vino laddove, adottando un’interessante modalità attuativa della Convenzione Europea sul Paesaggio, impegna lo Stato a promuovere azioni di ripristino, recupero, manutenzione e salvaguardia di tali vigneti, individuando i territori nei quali sono situati, le tipologie degli interventi eventualmente finanziabili, i potenziali beneficiari e quali tecniche sostenibili legate all’agricoltura tradizionale, di produzione integrata o biologica devono essere impiegate nel rispetto degli elementi strutturali del paesaggio e con tecniche e materiali adeguati al mantenimento delle caratteristiche di tipicità e tradizione delle identità locali.

Così come un importante contributo è dato dall’istituzione del Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici, finalizzato ad aumentare la visibilità delle aree rurali, lo sviluppo di un turismo culturale d’eccellenza, la consapevolezza del valore rurale del territorio nelle comunità locali e la collaborazione tra pubbliche istituzioni, imprenditori agricoli, professionisti e associazioni culturali tesa alla salvaguardia del paesaggio bene pubblico.

Ma molto altro ancora bisognerebbe fare per favorire la permanenza o il ritorno sul territorio, soprattutto delle giovani generazioni che in misura crescente se ne sono allontanate.

Ben vengano allora il sostegno alla agricoltura differenziata, al turismo esperienziale, alle certificazioni di qualità (dalle Denominazioni ai Presidi Slow Food) che valorizzano il consumo consapevole di luoghi e prodotti e contemporaneamente possono aumentare il reddito diretto dei produttori giustificando un prezzo di mercato più alto perché integrato da servizi supplementari (come la conoscenza del valore culturale, la partecipazione a visite guidate e laboratori didattici, …), l’erogazione di borse di studio agli studenti delle discipline legate all’agricoltura e all’agroalimentare e di finanziamenti ai piccoli imprenditori agricoli, l’introduzione del pagamento dei beni e dei servizi ecosistemici (dalla fornitura di cibo, acqua, carburanti e legname all’approvvigionamento idrico e purificazione dell’aria, riciclo naturale dei rifiuti, formazione del suolo, impollinazione e molti altri meccanismi regolatori naturali) che svolgono un ruolo fondamentale nella salvaguardia dell’ambiente, l’incremento delleattività di ricerca applicata per ottimizzare vecchi sistemi (oggi quanto mai utili per esempio per affrontare i cambiamenti climatici) e dotarli di nuove tecnologie (vedi le preziose strategie dell’agricoltura di precisione). Ma altrettanto importante è la leva della cultura, della conoscenza, della comunicazione, per far conoscere queste realtà e dare a chi ha scelto di viverle ogni giorno una piccola-grande gratificazione in più.

E’ per tutti questi motivi che l’Associazione nazionale delle Città del Vino, che i temi del paesaggio, della biodiversità, della centralità dell’agricoltura e della necessità di legare l’innovazione alla tradizione, li ha sempre messi tra le priorità della sua missione, oggi invita caldamente i suoi associati a farsi promotori dell’iniziativa del MIPAAF divulgandola presso gli operatori del territorio ed esortandoli ad inviare la propria candidatura rispondendo alle poche e semplici domande del censimento. (Alessandra Calzecchi Onesti)

Enoregioni italiane: Sulcis e Campidano

Enoregioni italiane: Sulcis e Campidano

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

SULCIS E CAMPIDANO

Due le aree vitivinicole comprese da questa nella enoregione nel sud-ovest della Sardegna: il Medio Campidano, con basse colline e terrazzi di origine alluvionale, e il Sulcis, con le fasce costiere delle Isole di San Pietro e Sant’Antioco (le più vaste isole minori della Regione) e i rilievi medio alti dell’entroterra. L’area è caratterizzata da un esteso litorale ed alcune formazioni montuose che, con modesta altitudine, si ergono su una morfologia prevalentemente collinare interrotta dalle pianure del Cixerri e del Basso Sulcis. Nelle isole, dove ai suoli costituiti da materiale alluvionale antico e recente si alternano tratti sabbiosi caratterizzati da una ridotta capacità idrica, permane ancora oggi la coltivazione ad alberello basso franco di piede, che protegge i vigneti dalla filossera e li rende più longevi. Il clima mediterraneo subtropicale, dalle estati calde e aride, è mitigato dalle costante ventilazione procurata dalle brezze marine. La ricchezza storica e la varietà paesaggistica, valorizzati dalla Strada del Vino Carignano del Sulcis, offrono al visitatore itinerari naturalistici tra montagne impervie, panorami dolcemente ondulati, ambienti paludosi o litorali costieri e itinerari culturali tra mura antiche, monumenti religiosi, chiese campestri, siti archeologici e siti di archeologia industriale nelle aree minerarie, prodotti artigianali e feste tradizionali.

Vini locali. La variabilità delle condizioni pedoclimatiche sia nel Sulcis che nel Campidano favorisce la coltivazione di un’ampia gamma di vitigni: pascale, bovale sardo (o bovaleddu) e bovale grande (o bovale di Spagna), carignano, monica, nasco, nuragus, greco nero (localmente conosciuto come grecu nieddu), vermentino e cannonau. Il Campidano di Terralba o Terralba doc, prodotto prevalentemente con i due tipi di bovale anche nelle varianti Riserva e Superiore, si distingue per il colore rosso rubino carico, l’odore vinoso e intenso con note di frutta rossa matura e il sapore asciutto e sapido, tipici delle uve di base. Accompagna zuppe di farro, grigliate di carni carni miste, preparazioni a base di cacciagione o di anguille, formaggi semiduri e caciotte fresche. Prodotto per almeno l’85% dall’omonimo vitigno, probabilmente introdotto dai Fenici o dai Cartaginesi, la denominazione Carignano del Sulcis è disponibile nelle tipologie Rosso (anche Riserva e Superiore), Rosato, Novello e Passito. E’ un vino vellutato, straordinariamente equilibrato, che dopo un periodo di maturazione in botte affina le sue caratteristiche, assumendo il tipico colore rubino carico, profumi di prugne e ribes, il gusto caldo, intenso e persistente. Il Rosso è ottimo da tutto pasto o in abbinamento con ragù di carne, porchetta arrosto, carni in umido o speziate, provolone e salsicce sarde. Il Rosato è consigliato con salumi, primi piatti conditi con pomodoro e formaggi, preparazioni a base di uova, zuppe di pesce, formaggi caprini. Il Passito, di colore dal rosso all’ambrato e aromi intensi e caratteristici (confettura di more e cassis, note di oliva verde e legno d’olivastro stagionato, fiori rossi, legni pregiati, liquirizia e cacao) è eccellente da meditazione, con dolci di ricotta fritti o biscotti rustici al cioccolato.

Piatti e Prodotti tipici. Le campagne campidanesi offrono due eccellenze forse ancora poco conosciute: il riso e lo zafferano. La coltivazione del riso, avviata in via sperimentale a partire dal 1927 e oggi in fase di riscoperta, è favorite dalla vicinanza del mare e dai terreni argillosi di origine vulcanica che esaltano le note organolettiche tipiche delle varietà di tipo aromatico. Lo zafferano di Sardegna dop trova la sua migliore espressione nella zona di San Gavino Monreale, dove si produce circa il 60% dello zafferano italiano e dove l’oro rosso è tutelato dal Presidio Slow Food: l’uso in cucina dei pregiati stimmi è indispensabile per la preparazione di ravioli, carni di agnello e capretto, sughi, pesci (dalla spigola all’insalata di calamari) e dolci, a cominciare dalle pardulas, le formaggelle pasquali ripiene di formaggio o ricotta. Ma clima e geografia favoriscono qui molti altri prodotti dell’orto, dei campi e dei pascoli: il carciofo spinoso sardo dop ottimo crudo o in accompagnamento a pietanze di carne, i pomodori locali apprezzati per il sapore dolce e fresco, frutta (pesche, ciliegie, arance, pere e meloni), grano, olive e olio extravergine, carni (porchetto, capretto, pecora), formaggi (pecorino, caprini, caciotte, ricotta) e salumi (salsiccia, prosciutto, lardo, mustela) da accompagnare con il civraxiu, l’ottimo pane dalla crosta rugosa e croccante, mandorle, miele in tutte le sue varietà dal classico millefiori al più raro corbezzolo, e infine i liquori locali come il Villacidro Murgia, utilizzato anche per aromatizzare o accompagnare i delicati e saporiti dolci tradizionali come amaretti e papassinos. Tra le ricette tipiche della rinomata cucina di Carloforte – un mix di tradizioni liguri, nordafricane e sarde – ci sono il ricco e v cuscus di verdure, la cassolla (zuppa di diverse qualità di pesce, crostacei e molluschi), i numerosi piatti e prodotti derivati dal tonno, il polpo all’inferno (stufato con aglio e vino bianco), lo stoccafisso alla tabarchina, la farinata di ceci, i canestrelli, le tortelle di ricotta, i giggeri (palline di pasta fritta aromatizzata all’arancia e caramellata nello zucchero), le meraviglie, il gatò (croccante di mandorle e miele a forma di rombi e cuori), i panetti con fichi. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Cagliari, Campidano di Terralba o Terralba, Cannonau di Sardegna, Carignano del Sulcis, Girò di Cagliari, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Nasco di Cagliari, Nuragus di Cagliari, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Isola dei Nuraghi, Marmilla, Tharros, Valle di Porto Pino

Campidano di Terralba o Terralba doc

Girò di Cagliari doc

Nasco di Cagliari doc

Nuragus di Cagliari doc

Sardegna Semidano doc_Monti

Moscato di Sardegna doc

Monica di Sardegna doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Isola dei Nuraghi igt (Cherchi)

Marmilla igt_Vigneto_Lunamatrona

Tharros igt

 

Valli di Porto Pino igt

Enoregioni italiane: Costa Centro  Occidentale

Enoregioni italiane: Costa Centro Occidentale

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

COSTA CENTRO OCCIDENTALE

Questa è una area di natura complessa e variegata che rispecchia l’eterogeneità della geologia e dei paesaggi sardi, con rilievi di origine vulcanica a nord e a est, i fertili suoli nella bassa valle del Tirso coperti di vigneti (“Bennaxi”) e quelli argillosi più alti e asciutti e particolarmente vocati alla pastorizia sul lato destro del fiume (“Gregori”). Il clima mediterraneo e la buona disponibilità idrica hanno permesso lo sviluppo di una fiorente attività ortofrutticola, che costituisce la principale ricchezza della zona. Le estati calde ed asciutte, gli inverni freddi e piovosi e le forti escursioni giornaliere facilitano inoltre le alte gradazioni zuccherine dei grappoli destinati alla produzione di vini dolci. Qui nel corso dei secoli la viticoltura ha mantenuto il ruolo di coltura principale del territorio ed è giunta sino ai nostri giorni introducendo, accanto alle varietà locali, anche la coltivazione di sangiovese e trebbiano, impiantati con successo agli inizi degli anni ’30. Antico e nobile vitigno portato dai Fenici nella zona costiera oristanese, la vernaccia di Oristano predilige le terre pianeggianti derivate dalle alluvioni antiche e recenti del Tirso e del Rio Mannu e viene ancora allevata in gran parte ad alberello latino. Il suo nome, attribuito ai Romani, starebbe ad indicare un’uva vernacula cioè del luogo e questo spiegherebbe la presenza in altre aree viticole italiane di “vernacce” del tutto diverse da quella sarda.

Vini locali. Primo tra i vini sardi ad avere ottenuto la denominazione di origine controllata e disponibile nelle tipologie Secco, Superiore, Riserva e Liquoroso (anche Secco o Dry), la Vernaccia di Oristano presenta colore giallo dorato ambrato, profumo delicato, alcolico con sfumature di fior di mandorlo, sapore fine, sottile, caldo, con leggero e gradevole retrogusto di mandorle amare. L’equilibrio zuccherino degli acini giunti alla giusta maturazione, grazie al microclima e alla composizione geologica della Bassa Valle del fiume Tirso, e la particolare lavorazione conferiscono al vino la struttura ottimale: alla raccolta tardiva, quando gli zuccheri si sono concentrati a causa della disidratazione, segue prima una lunga fermentazione e poi l’affinamento in botti di rovere o di castagno in ambienti soggetti a forti sbalzi termici, dove le migliori annate acquistano un bouquet complesso e singolare, particolarmente intenso. Il tipo secco accompagna zuppe di pesce speziate, pesce azzurro alla griglia, bottarga, salmone affumicato e formaggi piccanti, mentre quello dolce è ideale con la pasticceria sarda a base di mandorle. Piacevoli, freschi e di pronta beva sono i vini della denominazione Arborea: Sangiovese (ottimo con agnello in umido, pollame, salsicce sarde e provolone), Sangiovese Rosato (minestre di legumi e formaggi non stagionati), Trebbiano (primi piatti regionali e a base di pesce) e Trebbiano Frizzante (crostacei e frutti di mare), gli ultimi due disponibili anche nella tipologia Amabile. La doc regionale Sardegna Semidano, che può essere accompagnata dalla sottozona “Mogoro”, è un vino bianco fermo, dal colore giallo paglierino con riflessi tendenti al dorato, profumo delicato di fruttato e sapore morbido, sapido e fresco, tipici dell’omonimo vitigno presente nell’uvaggio per almeno l’85%. Adatto a frutti di mare anche crudi, minestre e risotti di terra e di mare, pesce misto fritto o alla griglia, è disponibile anche nelle versioni Superiore, Spumante (riflessi tendenti al verdognolo, perlage fine e persistente, gusto secco o amabile o dolce e leggermente aromatico) e Passito (giallo oro, odore intenso, etereo, di frutta matura, dolce, pieno e mielato al palato).

Piatti e Prodotti tipici. In tutta l’Isola meritano un assaggio le specialità della cucina locale: dai piatti dell’entroterra come i ravioli con ripieno di cinghiale agli spiedi di selvaggina, dalla mustela (controfiletto di maiale affumicato) ai calamari ripieni. Qui l’offerta gastronomica comprende, tra gli altri, ortaggi di qualità, capperi, finocchiella e barbe rosse, s’ortau (salsicce), su zicchi (pasta dura), fiuritti (pasta fresca) e malloreddus (gnocchetti di semola), l’olio extravergine d’oliva di Sardegna dop, burrida (gattuccio di mare con prezzemolo e noci), bottariga (la bottarga di uova pressate di tonno o muggine, servita a fettine con olio d’oliva) e le innumerevoli le varietà di pane tradizionale, spesso impastato con farina di sola semola e cotto nel forno a legna: su cifraxu o chivarzu (forme grandi fino a dieci chili e morbide, ricche di mollica, che rimangono fresche per lunghissimo tempo), su pani carasau (o carta musica), coccoi de tamata, spianada, coccoi prena (pagnotta farcita con un ripieno di patate bollite) e il coccòi delle feste religiose (pani allungati colorati e decorati con tagli impressi con le forbici direttamente sulla pasta). Tra gli ottimi formaggi ricordiamo la fresa di latte vaccino (forma schiacciata e rotonda e pasta burrosa e morbida, che ricorda lo stracchino lombardo) e le dop fiore sardo, pecorino romano (in comune con Lazio e Toscana) e pecorino sardo, tutte di remotissime origini, anche anteriori alla conquista romana. Ottenuto da latte di muflone, ovino selvatico tipico dell’isola, e con una caratteristica forma a “schiena di mulo”, il fiore sardo deriva il suo nome dal coagulante di derivazione vegetale: la pasta è dura, cruda, di sapore più o meno piccante, da tavola o da grattugia a seconda della stagionatura (3-6 mesi). Da non perdere le impanadas, una sorta di calzoni di varie dimensioni ripieni di carne di maiale, verdure di stagione (per esempio patate e pomodori, funghi, carciofi, olive snocciolate), agnello e piselli, cacciagione, anguille o altro ancora. La pasta viene preparata con farina, strutto, acqua e sale, lavorata a lungo, farcita e cotta al forno. Tipici dell’oristanese sono i su pani de saba (con farina, sciroppo di mosto, bucce d’arancia e frutta secca tostata) e i mustazzolus (a base di mosto concentrato, farina di frumento, lievito e zucchero) di forma romboidale, forse il più antico dolce della Sardegna. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Arborea, Cagliari, Campidano di Terralba o Terralba, Cannonau di Sardegna, Girò di Cagliari, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Nasco di Cagliari,

di Cagliari, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna, Vernaccia di Oristano

IGT: Isola dei Nuraghi, Marmilla, Tharros, Valle del Tirso

 

Nuragus di Cagliari doc

Campidano di Terralba o Terralba doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

 

Monica di Sardegna doc

Moscato di Sardegna doc

Sardegna Semidano doc_Monti

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Vernaccia di Oristano doc

Isola dei Nuraghi igt (Cherchi)

Marmilla igt_Vigneto_Lunamatrona

 

Tharros igt

Valle del Tirso igt

Cagliari doc

Arborea doc

Girò di Cagliari doc

Nasco di Cagliari doc

ENOREGIONI ITALIANE: COSTA NORD OCCIDENTALE

ENOREGIONI ITALIANE: COSTA NORD OCCIDENTALE

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

COSTA NORD OCCIDENTALE

L’area comprende alcuni tra i più bei litorali della Sardegna settentrionale, con lunghi tratti di coste basse e spiagge sabbiose che si alternano ad alte falesie a strapiombo sul mare: la Riviera del Corallo, l’area marina protetta di Capo Caccia, l’Argentiera che fa parte del Parco geominerario storico ed ambientale della Sardegna, il Parco Nazionale dell’Asinara. La viticoltura è presente sulle dune terrazzate affacciate sul Golfo degli Aranci (prevalentemente vigneti di cannonau), sui terreni argillosi del sassarese (moscato e vermentino) e sopra Alghero, sui rilievi di bassa collina e sulle piane di origine alluvionale ricavate dalla bonifica dei terreni paludosi e che ospitano anche frutteti e coltivazioni cerealicole. Dai vitigni torbato e vermentino nascono vini bianchi freschi, dal cannonau vini rossi morbidi e rotondi, dal vermentino e moscato vini fragranti e ricchi di aromi. Come in tutta la Sardegna, la coltivazione della vite ha origini antichissime nella Romangia, una regione storica composta dai comuni di Sorso e Sennori e da una piccola parte del territorio del comune di Sassari: lo suggerisce il nome stesso, di derivazione romanica, e lo testimoniano diversi studi archeologici, con reperti e ritrovamenti di vinaccioli carbonizzati, roncole per la potatura e per la vendemmia, boccali di ceramiche usati per bere il vino e vasi vinari.

Vini locali. Con diverse uve tra autoctone e internazionali si produce la doc Alghero, dalle numerose varianti che prendono il nome dal vitigno prevalente: Torbato, Sauvignon, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Franc o Carmenère, Sangiovese, Cagniulari o Cagnulari, Vermentino. Il Bianco (anche Frizzante, Spumante e Passito) deve avere colore giallo paglierino tenue, profumo delicato, gradevole, sapore sapido e armonico, da degustare insieme a primi piatti regionali, zuppa di pesce, pesce alla griglia e pecorino sardo. Il Rosato (anche Frizzante), che bene si sposa con minestre di farro e caciottine fresche, ha colore rosato, odore vinoso, delicato, gradevole, sapore armonico, asciutto o morbido. Il Rosso (anche Novello, Spumante e Liquoroso), dalle tinte rubino tendenti al granato con l’invecchiamento, presenta note olfattive gradevoli e caratteristiche, sapore asciutto e corposo, piacevolmente tannico, ottimo con ravioli e pecorino sardo. Particolarmente interessanti il Torbato (anche Spumante), dai profumi intensi e leggermente aromatici e retrogusto leggermente amarognolo, e il Cagnulari (anche Riserva), dal colore brillante, eleganti profumi di frutti di bosco e confetture con delicate note balsamiche, caldo e morbido al palato. Prende il nome dai due omonimi comuni della Romangia un particolare tipo di vino dolce, il Moscato di Sorso-Sennori doc, prodotto da uve di moscato bianco in purezza nelle versioni Bianco, Liquoroso, Passito e Spumante. In tutte le tipologie si riscontrano aromi floreali e fruttati tipici della cultivar di base, e con note, in particolare nelle prime tre, di miele, mandorle e frutta secca. Consigliato da fine pasto per accompagnare pasticceria delicata e a torte di frutta e, nel tipo Liquoroso, anche pasticceria a base di mandorle, crostate alla frutta gialla o formaggi piccanti.

Piatti e Prodotti tipici. In Sardegna del tonno, come per il maiale, non si butta via niente e con l’aiuto del sale marino se ne conservano il cuore, il lattume (il seme del maschio), le uova (la preziosa bottarga), i vari tagli di polpa. Dalla parte migliore del filetto si ottiene una splendida carne secca (simile al musciamme della tradizione ligure, oggi vietato perché originariamente fatto con il delfino) chiamata anche bresaola di tonno, da gustare affettata sottilissima con olio e limone. Il particolare sapore del pecorino sardo dop deriva dalle essenze che crescono nei pascoli dell’Isola: a pasta semicotta, può essere dolce e di breve maturazione (20-60 giorni) o maturo (5-6 mesi), da grattugiare. Il casu becciu è pecorino “invermato”, cioè lasciato marcire con l’acaro del formaggio. A tavola: capunara (antipasto a base di crostacei, acciughe, uova sode e frutti di mare), minestra cun basolu tundu (zuppa di ceci e finocchietto selvatico), favata (zuppa di fave, cavolfiori, salsicce e piedini di maiale), tacculas (tordi al mirto), razza in agliata (cioè lessata e servita con una salsetta di pomodoro, prezzemolo e aglio), carciofi in pinzimonio o al tegame ripieni di pane e prezzemolo, cioga minuta alla sassarese (lumachine al pomodoro), llagosta a l’antiga (insalata di aragosta, cipolle rosse dolci, pomodori e gallette), i fragranti biscotti ripieni di una leggera crema di latte e limone e le sebadas pasquali: rotondi ravioloni di semola di grano duro, farciti con scorza di arancia finemente tritata, succo di limone, zucchero e provoletta (o peretta o panedda), formaggio dolce e aromatico a pasta filata dalla tipica forma a pera, ricavato dal latte intero di mucche alimentate esclusivamente a pascolo e fieno sulle prime pendici del Monte Limbara. Cotte al forno o fritte (meglio se nell’olio d’oliva sardo dal caratteristico aroma di cardo), si servono ricoperte di zucchero, miele di arancia o miele di corbezzolo, la pianta sempreverde che da novembre a febbraio si copre di vellutate palline giallo-rosso e delicate campanelline bianche. Di colore bruno scuro e dal sapore amarognolo, è un ingrediente tipico della pasticceria e cucina sarda, nonché ottimo accompagnamento del pecorino e della ricotta. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Alghero, Cannonau di Sardegna, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Moscato di Sorso-Sennori o Moscato di Sorso o Moscato di Sennori, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Isola dei Nuraghi, Nurra, Romangia

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Alghero doc

Moscato di Sorso-Sennori doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Monica di Sardegna doc

Moscato di Sardegna doc

Sardegna Semidano doc

 

Isola dei Nuraghi igt_cagnulari (Cherchi)

Nurra igt (Cherchi)

Romangia igt_cannonau

Enoregioni italiane: Gallura

Enoregioni italiane: Gallura

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

GALLURA

Coincide con la provincia di Olbia-Tempio questa enoregione caratterizzata da un paesaggio molto vario di rocce scolpite dal vento, dolci colline a pascolo, nuraghi e chiese medievali, splendide spiagge e sugherete, boschi di lecci e piante profumate come il mirto, le ginestre, i ginepri, i corbezzoli, i lentischi e l’erica. Grazie alla matrice granitica – che impedisce di avere produzioni elevate ma permette di ottenere vini con buona gradazione alcolica e acidità e ottima presenza di frutto – e alle peculiarità climatiche che la distinguono dalle altre zone confinanti – lunghe estati calde, forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e presenza del Maestrale che limita l’insorgere delle muffe – ha qui trovato il suo habitat di elezione il vermentino, tra le quattro varietà di uva maggiormente prodotte nell’Isola. Contrariamente ad altre colture vitivinicole locali, il sa fermentino ha una tradizione recente: passando probabilmente dalla Spagna e poi attraverso Francia, Liguria e Corsica, solo a metà Ottocento sarebbe comparso nella Sardegna settentrionale, dove ha dato origini a due celebri vini, il Vermentino di Sardegna doc (prodotto in tutta la Regione) e il Vermentino di Gallura, unica denominazione di origine controllata e garantita sarda, oggi valorizzata dall’omonima strada del vino.

Vini locali. Di colore giallo paglierino con leggeri riflessi verdognoli, il Vermentino di Gallura docg (anche Superiore) ha profumi intensi e fini di fiori, agrumi e piante aromatiche e un sapore alcolico e morbido con retrogusto leggermente amarognolo. E’ un vino da bere giovane, entro il terzo anno dalla vendemmia, consigliato come aperitivo o in abbinamento a minestre vellutate di pollo o funghi, risotti e paste con sughi marinari, pesce arrosto, crostacei, molluschi e frutti di mare, frittate, pecorino sardo dolce. Il Vermentino di Sardegna doc, con una resa maggiore per ettaro, ha eleganti aromi floreali (che si esaltano dopo un breve periodo di affinamento) e gusto fresco che accompagna zuppe di pesce e cucina di mare. Si producono in Gallura le due denominazioni geografiche tradizionali “Tempio Pausania” o “Tempio” e “Gallura” di un’altra doc regionale, il Moscato di Sardegna, ottenuto per il 90% da uve di moscato bianco, uno dei vitigni più anticamente coltivati in Sardegna e apprezzato fin dai tempi dei Romani per la dolcezza dei suoi acini. E’ disponibile nelle tipologie Bianco, Passito, Da uve stramature e Spumante: si presenta dal giallo dorato all’ambrato, con una discreta persistenza aromatica e un sapore dolce e vellutato che con la spumantizzazione acquista note fruttate. Ideale con gli amaretti sardi e piccola pasticceria secca, ma anche frutta, torte di pandispagna con la panna e dolci a pasta non lievitata con uva passa e canditi.

Piatti e Prodotti tipici. Qui si trovano i prodotti più noti della tradizione sarda, dall’agnello igp al carciofo spinoso dop. L’elenco dei piatti tipici è lunghissimo: li pulicioni gadduresi (ravioli di semola di grano duro, farciti con ricotta di pecora, uova, un pizzico di zucchero e scorza di limone), sùppa cuata (“lasagne” di pane, provola chiamata panedda, pecorino grattugiato, erbe aromatiche e pomodoro secco), cartocci di pesce fritto, trippa di vitello con i fagioli o al pomodoro. Per fare i maccarones furriados l’impasto di semola, uova, olio e zafferano viene avvolto intorno ad un ferro da calza piuttosto grande (su ferritu) e poi condito con olio e pecorino fuso. Piatto tipico delle feste che tra aprile e luglio si celebrano sul sagrato delle chiesette campestri del ‘600 è la zuppa berchiddese, preparata versando su una spianata di pane sardo duro (tipo Ozieri) del brodo di pecora bollente, pecorino fresco a pezzi e grattugiato, prezzemolo e pepe e mescolando per qualche minuto, sino a quando la massa degli ingredienti ha completamente assorbito il brodo; si serve ben calda con un ragù di carne di pecora. Per dessert: la ricotta con abbamele (budino tipico ottenuto da una particolare lavorazione del miele residuo nella cera dei favi, bollito più volte in acqua e impastato con la ricotta), li acciuliddi (treccine fritte di pasta con lo strutto) e i brugnolus del Carnevale: palline di farina di grano duro e bianca, formaggio grezzo finemente macinato, uova, buccia di limone grattugiata, lievito e miele oppure più semplicemente di patate lessate e ridotte a purea, farina, uova e limone, fritte nell’olio bollente e avvolte nel miele o nello zucchero. La zona è famosa anche per le tiliccas (sfoglie di farina e strutto, con i bordi rialzati, ripiene di miele, mandorle, noci e sapa) e per la produzione di frutta candita, torroni, sospiri, confetture (di pesca, more, mandaranci, mirto e ribes), marroni canditi e pasticceria secca. E come digestivo il liquore di mirto, fatto in casa lasciando le bacche mature in infusione nell’alcol puro, diluendo il liquido filtrato con sciroppo fatto con zucchero e acqua di fonte e lasciandolo invecchiare per almeno un anno. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOCG: Vermentino di Gallura

DOC: Cannonau di Sardegna, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Colli del Limbara, Isola dei Nuraghi

Vermentino di Gallura docg_francobollo

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Monica di Sardegna doc

Moscato di Sardegna doc

 

Sardegna Semidano doc_Monti (OT)

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Colli del Limbara igt (Tondini)

Isola dei Nuraghi igt_cagnulari (Cherchi)

Contadini volanti: l’agricoltura eroica

Contadini volanti: l’agricoltura eroica

Giovedì 8 febbraio alle ore 18, Moby Dick biblioteca hub culturale di Roma ospiterà la presentazione del Progetto fotografico “CONTADINI VOLANTI” di Flavia Amabile.

Interverranno:

Francesca Rocchi, vicepresidente nazionale di Slowfood

Luciana Sabino, titolare della Antiche Cantine Migliaccio di Ponza

Flavia Amabile, giornalista de La Stampa

Carlo Hausmann, assessore agricoltura, caccia e pesca della Regione Lazio

Si chiamano Giggino, Antonio, Alì. Sono italiani ma anche tunisini, ucraini e di tante altre nazionalità. Sono contadini ma soprattutto sono i custodi della bellezza italiana. Coltivano le terre di Pantelleria, Costiera Amalfitana, Cinque Terre, Ponza, ma anche di Visso a pochi passi dall’epicentro o di Castelluccio di Norcia, duramente colpita dal terremoto ma con una speranza di salvarsi soltanto grazie alla tenacia dei contadini che, agli inizi di aprile, hanno sfidato rischi di ogni genere per salire su uno degli altopiani più belli del mondo e seminare le loro lenticchie.

Producono eccellenze gastronomiche uniche al mondo. La loro è un’agricoltura eroica per le difficoltà particolari creata dal clima, dall’altezza, dalla natura impervia del terreno che impedisce nella gran parte dei casi l’uso di macchinari rendendo il lavoro più costoso e complesso ma nessuno finora lo ha riconosciuto in modo ufficiale.

La loro sopravvivenza, si basa sulla buona volontà – e sull’eroismo – di chi decide di andare avanti comunque, anche se deve competere con concorrenti che partono da una condizione di evidente vantaggio economico e anche se sta svolgendo un ruolo di pubblica utilità evitando che alcuni dei territori più belli d’Italia vengano abbandonati aumentando il rischio di frane o incendi.

Sont i produttori di eccellenze italiane uniche al mondo come il limone sfusato di Amalfi, il passito di Pantelleria, lo Sciacchetrà.

La loro è un’agricoltura eroica per le difficoltà particolari creata dal clima, dall’altezza, dalla natura impervia del terreno che impedisce nella gran parte dei casi l’uso di macchinari rendendo il lavoro più costoso e complesso ma nessuno finora lo ha riconosciuto in modo ufficiale. In realtà non esiste nemmeno una definizione univoca dell’agricoltura eroica. Il loro destino, e la loro sopravvivenza, si basa sulla buona volontà – e sull’eroismo – di chi decide di andare avanti comunque, anche se deve competere con concorrenti che partono da una condizione di evidente vantaggio economico e anche se sta svolgendo un ruolo di pubblica utilità evitando che alcuni dei territori più belli d’Italia vengano abbandonati aumentando il rischio di frane o incendi.

Da tre anni sto girando l’Italia per fotografarli e filmare i loro gesti, le tecniche, il loro ‘fare’ antico ma anche molto all’avanguardia in un’epoca in cui l’uso della terra deve essere sempre più consapevole. Li ho definiti ‘Contadini volanti’ perché in Costiera Amalfitana salgono sui pergolati, anche a tre metri di altezza, per piegare i rami dei limoni durante la potatura, e sembra di vederli volare sugli alberi. Li ho incontrati mentre erano al lavoro, provando a documentare le varie stagioni della loro attività, dalla potatura, al raccolto, dalla stesura delle reti alla posa dei tronchi dei pergolati, sapendo che solo una parte di questo mondo sopravviverà, soprattutto se continuerà quest’indifferenza delle istituzioni“. (Flavia Amabile)

Da questi tre anni di incontri con i contadini sono nati una mostra di foto in bianco e nero, un libro sul lavoro dei contadini della Costiera Amalfitana, un progetto di videofumetti sui Contadini supereroi e un progetto di video di carattere documentario e numerosi articoli e foto pubblicati sulla Stampa.

Info: www.facebook.com/icontadinivolanti/ – www.facebook.com/MobyDickhubculturale/

Enoregioni italiane: Sicilia Orientale

Enoregioni italiane: Sicilia Orientale

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sicilia è possibile individuare sei enoregioni: Sicilia Occidentale, Sicilia Occidentale Interna, Isole, Etna, Terre del Cerasuolo, Sicilia Orientale.

SICILIA ORIENTALE

L’enoregione comprende la punta più a nord e quella più a sud della costa orientale della Sicilia: da una parte i rilievi collinari e di bassa montagna dei Monti Peloritani che si affacciano sullo Stretto di Messina tra il Tirreno e lo Ionio, costituiti da rocce scistose non calcaree e fortemente drenati, che danno tipicità e carattere ai vitigni a bacca nera; dall’altra le brulle colline e le pianure costiere del siracusano, con suoli calcarei e fertili che favoriscono una produzione enologica di qualità. Il clima costiero di tipo mediterraneo, generalmente mite da marzo fino all’autunno, registra precipitazioni maggiori e temperature più basse salendo di quota. Antichissima la vocazione vitivinicola, testimoniata dai tempi della colonizzazione greca: il Moscato di Siracusa viene identificato con il Pollio siracusano, il più vecchio vino d’Italia, così chiamato dal re dei Traci che qui governò nel VII sec. a.C. e nel ‘700 i vini di Avola dovevano essere assai rinomati se i viaggiatori stranieri si soffermano nella città per degustarne i vini. Due le strade del vino che guidano il visitatore tra enogastronomia, natura e cultura: quella della provincia di Messina con gli splendidi paesaggi della catena montuosa dei Peloritani e delle Isole Eolie e un ricco patrimonio storico, e quella del Val di Noto, con le eccezionali testimonianze d’arte e architettura barocca, le magnifiche spiagge e la riserva naturale di Vendicari, sentieri di montagna, borghi, castelli, grotte, rovine e santuari.

Vini locali. La Sicilia è terra di vini dolci e liquorosi che, nonostante la lunghissima storia, sono oggi sempre più rari da trovare, come il Moscato ottenuto interamente dall’omonimo vitigno (secondo la tradizione fu la dea della Terra Cerere a imprimere le caratteristiche punteggiature sui chicchi giallo oro) delle denominazioni Siracusa e Noto, disponibili anche nelle tipologie Spumante, Passito, Nero d’Avola, Syrah, Rosso e Bianco il primo; Spumante, Liquoroso, Passito, Rosso e Nero d’Avola, il secondo. Il Moscato di Noto, profumatissimo, ha un aroma di moscato delicato con sentori di frutta matura, sapore dolce ed equilibrato e un retrogusto con note di frutta candita, ideale anche come aperitivo. Il Moscato di Siracusa ha odore delicato caratteristico e sapore vellutato e gradevole, consigliato con piccola pasticceria e crostate di frutta bianca. I due disciplinari hanno da qualche anno provveduto a differenziare il tipo Passito, per valorizzare la tecnica tradizionale della zona che lasciava appassire i grappoli sulla pianta o dopo la raccolta per incrementarne la percentuale di zucchero a seguito della disidratazione, ottenendo una maggiore quantità di alcol e di estratti, rotondità, complessità aromatica e intensità di colore, variabile dal giallo dorato più o meno intenso all’ambrato. Prende il nome dal fiume Eloro la doc prodotta (anche nella sottozona “Pachino”) con i vitigni autoctoni nero d’avola, frappato e pignatello nei tipi Rosso (vino robusto, con retrogusto gradevolmente asciutto e amarognolo, adatto a primi piatti saporiti, arrosti di agnello e selvaggina, formaggi semiduri o duri) e Rosato (fruttato e vellutato, leggermente acidulo, adatto a salumi, maccheroni con le sarde, carni bianche, frittate e torte di verdura). E’ prodotto esclusivamente nel comune di Messina con le uve di nerello mascalese, nocera, nerello cappuccio con l’eventuale aggiunta di quelle di calabrese, gaglioppo e sangiovese, il Faro doc, dal colore rosso rubino, odore delicato etereo e persistente, sapore secco e armonico, di medio corpo: si sposa bene a pasta con sugo di carne, formaggi stagionati come ragusano e pecorino siciliano, polpettone, braciole di vitello, capretto messinese e pesce stocco alla ghiotta.

Prodotti tipici. Tra le numerose produzioni caratteristiche, segnaliamo il celebre pomodoro ciliegino di Pachino igp, la patata novella di Siracusa, la mandorla di Avola, il limone di Siracusa e il limone interdonato Messina (ibrido naturale tra un clone di cedro e un clone di limone, buccia fine e succo poco acido) entrambi igp, l’arancia rossa di Sicilia igp, la ricotta infornata e gli oli extravergine di oliva Monti Iblei, Valdemone e Monte Etna dop. Salume tipico del paese di Sant’Angelo di Brolo, immerso nel verde dei Monti Nebrodi e affacciato sul mare delle isole Eolie, il salame S.Angelo igp nasce solo dalle parti più nobili di maiali allevati ancora con prodotti genuini come ghiande, fave e crusca, tagliate “a punta di coltello” a grana grossa con aggiunta di sale e pepe nero e lasciate stagionare in cantina per almeno dieci mesi. Secondo gli storici locali affonda le sue origini già intorno all’XI sec., quando la colonizzazione normanna introdusse nuove abitudini alimentari che privilegiavano il consumo della carne suina, che era stata invece abolita durante l’occupazione degli arabi. L’uso di mangiare la cuccìa il 13 dicembre, in segno di devozione a S. Lucia, sembra, invece, da collegare alla grave carestia che nel 1646 colpì Siracusa durante la dominazione spagnola, quando l’arrivo di una nave carica di frumento fu ritenuta un vero miracolo da ricordare ogni anno con questo dolce preparato con grano, pezzetti di cioccolato amaro e zuccata. Il nome forse deriva dal sostantivo cocciu, chicco, o dal verbo cucciari, cioè mangiare un chicco alla volta: la tradizione vuole, infatti, che sia distribuito a familiari, amici e vicini di casa, lasciando le briciole sui tetti per gli uccellini. A tavola: pescestocco ‘a ghiotta (cioè stoccafisso cucinato con cipolla, sedano, olive verdi salate, capperi, salsa di pomodoro e patate) da mangiare come piatto unico con abbondante pane casereccio o con la pasta, i pregiati frutti di mare del Lago Faro e di Ganzirri per fumanti spaghetti, zuppe di pesce o insalate di mare, la pignolata (bianca al profumo di limone e al cioccolato), braciole di pesce spada arrosto, polpette di melanzane, coniglio a stimpirata con capperi e olive, i cannoli di ricotta a Messina, le schiumette a Siracusa, cassate e granite di caffè, fragola o limone. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Eloro, Faro, Mamertino di Milazzo o Mamertino, Noto, Sicilia, Siracusa

IGT: Avola, Terre Siciliane

Noto doc

Faro doc

Eloro doc_perricone

Sicilia doc

Siracusa doc

Avola igt_ nero d’avola

 

Terre Siciliane igt

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