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Enoregioni italiane: Cagliaritano

Enoregioni italiane: Cagliaritano

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

CAGLIARITANO

La coltivazione della vite sull’Isola ha origini molto antiche: testimonianze riferiscono che oltre 3.000 anni fa (nel periodo di massimo splendore della civiltà nuragica) qui si produceva e si commercializzava il vino, la cui tecnica di preparazione fu poi affinata dai Romani. In seguito, anche le dominazioni dei Catalani, degli Aragonesi e degli Spagnoli contribuirono allo sviluppo delle tecniche colturali e della produzione del vino. Accanto a un mare trasparente e cristallino, la provincia di Cagliari offre una natura fatta di lagune e oasi naturalistiche uniche in Europa, feste e sagre secolari, musei e monumenti, segni e testimonianze di tutti i popoli passati e rimasti nel corso della storia. L’intreccio tra la civiltà del vino e la cultura sarda è qui reso eloquente proprio dalla costellazione di vigneti e dal ritrovamento di reperti archeologici che rimandano al lavoro dei campi e alla pratica della viticoltura. Oltre all’intero Cagliaritano, l’enoregione comprende una parte delle aree vitate di Oristano, Medio Campidano e Carbonia-Iglesia. I terreni variano dai depositi sabbioso-ghiaiosi con bassa disponibilità idrica dell’Iglesiente ai suoli generalmente poco profondi e costituiti da formazioni arenitiche o marnoso argillose presenti sia in prossimità delle pendenze costiere aspre e spesso elevate di Capo Ferrato (zona di cannonau) sia su terrazzi, rilievi collinari e fondivalle a nord di Cagliari, dove prosperano i vitigni a bacca bianca della tradizione regionale: nuragus, nasco, malvasia e moscato.

Vini locali. Dieci le denominazioni prodotte nel territorio, di cui 5 regionali (Cannonau, Monica, Moscato, Sardegna Semidano, Vermentino). La doc Cagliari, che ne ha recentemente accorpate tre preesistenti, è disponibile nelle tipologie Malvasia (anche Riserva e Spumante), dal colore giallo tendente al dorato, profumo intenso e caratteristico, sapore dolce, alcoolico con retrogusto amarognolo di mandorle tostate; Monica (anche Riserva), un vino rosso morbido e vellutato il cui nome deriva da quello del vitigno (morillo, che significava “moro”) introdotto in Sardegna sempre dagli spagnoli; Moscato, dolce e dorato con intense note olfattive di petali di rosa, fichi secchi e miele; Vermentino (anche Superiore). Il Nuragus di Cagliari doc, prodotto dall’omonimo e antico vitigno sardo introdotto dai navigatori fenici e che forse deriva il suo nome dalla forma dei grappoli che ricorda quella dei nuraghi, è un ottimo vino da tavola (anche Frizzante), non molto alcoolico, di colore giallo paglierino tenue con leggero riflesso verdolino, sapore asciutto o leggermente amabile, profumo lievemente vinoso e gradevole: da abbinare ad antipasti magri, sughi bianchi di pesce, frutti di mare e crostacei il tipo Secco, da fine pasto l’Amabile. Nasce dall’omonimo vitigno di origine spagnola sbarcato sull’isola nella prima metà del Settecento e oggi coltivato soprattutto nella parte meridionale della Sardegna, il Girò di Cagliari doc, di colore rosso rubino e gusto dal secco al dolce. Consigliato con preparazioni dolci a pasta non lievitata, pasticceria a base di mandorle, frutta secca e formaggi pecorini maturi, nelle versioni Liquoroso e Liquoroso Riserva va riservato a pasticceria da forno e crostate ai frutti rossi. Da segnalare la sottozona “Capo Ferrato” del Cannonau doc: di colore rosso rubino brillante, sentori di piante aromatiche mediterranee, asciutto, avvolgente e di buon corpo, accompagna felicemente carni arrosto, cacciagione, carni rosse e formaggi ovini maturi.

Piatti e Prodotti tipici. Nonostante le influenze romane, arabe e catalane ereditate dalle invasioni straniere, la gastronomia sarda ha conservato nel tempo forti radici autoctone. C’è la cucina dei pastori, che vivono di cacciagione, formaggi e pane; la cucina del mare, dei pescatori di aragoste, tonni e pesci spada e la cucina casalinga, delle donne che preparano il pane destinato a durare a lungo e la fregola, le piccole sfere irregolari di pasta di semola di grano duro e acqua, dal colore dorato dovuto alla essiccazione naturale e alla tostatura nel forno. Con le sfoglie sottili e croccanti del carasau si prepara il pane frattau (strati di pane alternati a uovo fritto, sugo di pomodoro e pecorino grattugiato), ottimo con un bicchiere di Nuragus di Cagliari. Caratteristico, soprattutto dell’entroterra, è il metodo di cottura della carne allo spiedo (maiale, agnello, selvaggina), aromatizzata con foglie di mirto e sale, insaporita con del lardo fuso e arrostita su un fuoco di legna secca aromatica (ginepro, lentischio e olivo). Cotti lentamente con la brace di arbusti pregiati e profumati e ottimi da consumare insieme ai vini rossi sardi anche sa corda (spiedino composto da pezzi di cuore, fegato e polmone alternati a fettine di lardo, il tutto avvolto da interiora) e su tattaliu (pezzi di coratella tenute insieme dalle budelline). Piatti tipici della costa cagliaritana sono invece la fregola con le vongole, còcciula e cozzas a schiscionera (vongole e cozze al tegame), burrida a sa casteddaia (gattucio marino, aceto e noci), cassòla (zuppa di pesce con uova di muggine, cefalo, tonno e bottarga), aligusta a sa casteddaia (aragosta bollita e condita con un’emulsione di olio, limone, sale e pepe), spaghetti con vongole e bottarga, spaghittus cun arrizzonis (ai ricci di mare, a volte anche insieme a carciofi o asparagi selvatici), su scabbecciu (pesce fritto speziato in salsa agrodolce). Molto popolari i dolci preparati con frutta secca, zafferano, miele e agrumi, dai candelaus con pasta di mandorle e un sapore speziato all’arancia alle seadas ricoperte di miele, dai pabassinas ricchi di uva passa e noci ai pistoccus, simili ai savoiardi e ideali come accompagnamento dei vini liquorosi locali. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Cagliari, Cannonau di Sardegna, Girò di Cagliari, Mandrolisai, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Nasco di Cagliari, Nuragus di Cagliari, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Isola dei Nuraghi, Marmilla, Ogliastra, Parteolla, Sibiola, Tharros, Trexenta

Sibiola igt

Mandrolisai doc_bovale

Nasco di Cagliari doc

Girò di Cagliari doc

Cagliari doc

Nuragus di Cagliari doc

Sardegna Semidano doc_Monti

Moscato di Sardegna doc

 

Monica di Sardegna doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Isola dei Nuraghi igt (Cherchi)

Marmilla igt_Vigneto_Lunamatrona

Ogliastra igt_Jerzu

 

Parteolla igt

Tharros igt

Trexenta igt

Censimento nazionale Agricoltura eroica

Censimento nazionale Agricoltura eroica

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali apre il primo censimento online per la creazione di un Elenco dell’Agricoltura eroica. Il censimento sarà utile per creare una mappa delle attività “eroiche” a livello nazionale ed individuare le caratteristiche unitarie e le difficoltà comuni a tutti. Le candidature sono aperte fino al 12 marzo 2018 attraverso una pagina dedicata dove ogni azienda potrà inserire i propri riferimenti, la posizione geografica e una descrizione dell’attività.

Vogliamo arrivare ad una maggiore tutela e valorizzazione dell’agricoltura eroica – ha spiegato il ministro per le Politiche Agricole Maurizio MartinaÈ una delle esperienze più caratterizzanti del modello agricolo italiano, proprio perché unisce il saper fare spesso tradizionale con paesaggi difficili, complessi, che richiedono ancora una cura strettamente manuale. Sono un patrimonio culturale, ancora prima che economico. Nell’anno nazionale del cibo italiano apriamo il primo censimento e invitiamo le imprese ad aiutarci ad avere una fotografia più completa possibile di queste attività. Nella prossima legislatura sarà così possibile lavorare sul rafforzamento degli strumenti a supporto di queste imprese eroiche”.

Questa attività è, infatti, propedeutica all’elaborazione di proposte normative che portino ad una maggiore tutela dell’agricoltura anche con possibili innovazioni legislative in merito, come avvenuto per i vigneti eroici e storici che la Legge 238/2016 (“Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino“) individua nei vigneti ricadenti in aree aventi particolare pregio paesaggistico e ambientale o soggette a rischio di dissesto idrogeologico o (come nelle piccole isole) caratterizzate da difficoltà strutturali e di meccanizzazione, da effettivo e permanente carattere di isolamento ed inserite in un contesto socio-economico penalizzante sotto il profilo della redditività aziendale.

Si tratta dunque di una grande opportunità per dare visibilità e rilevanza a tutte quelle pratiche colturali (quella del vino in primis) che sopravvivono grazie al duro lavoro, alla passione ed alla “ostinazione” di contadini e viticoltori che affrontano ogni giorno le difficoltà particolari creata dal clima, dall’altezza, dalla natura impervia del terreno che impedisce nella gran parte dei casi l’uso di macchinari rendendo il lavoro più costoso e complesso.

Sono i produttori di eccellenze italiane uniche al mondo – il limone sfusato di Amalfi, le lenticchie di Visso e di Castelluccio di Norcia, il passito di Pantelleria, lo Sciacchetrà ligure, i vini delle Cinque Terre, della Costiera Amalfitana, di Ponza, delle Colline del Prosecco, solo per ricordarne alcune – e contemporaneamente i custodi di terre a rischio di abbandono, di frane o di incendi. Perché terrazzamenti e muretti a secco ospitano piante le cui radici sono un potentissimo freno all’erosione del suolo e che spesso appartengono a quelle cultivar rare o poco conosciute che arricchiscono il grande patrimonio di biodiversità vegetale e di antichissime pratiche colturalidel nostro Paese.

Già due regolamenti MIPAAF (826/2012 e 15938/2013) avevano previsto che le Regioni potessero erogare contributi al fine di sostenere la viticultura in zone ad alta valenza ambientale e paesaggistica (così individuate:pendenza del terreno superiore al 30%, altitudine superiore ai 500 metri sul livello del mare ad esclusione dei vigneti situati su altopiano, sistemazione degli impianti viticoli su terrazze e gradoni, viticultura delle piccole isole) e a condizione di eseguire eventuali modifiche degli elementi caratterizzanti il paesaggio viticolo nel modo meno invasivo e più rispettoso possibile della tradizione locale, con la sola esclusione della forma di allevamento del vigneto.

Un grande passo avanti è sicuramente rappresentato dall’art. 7 del già citato Testo Unico Vino laddove, adottando un’interessante modalità attuativa della Convenzione Europea sul Paesaggio, impegna lo Stato a promuovere azioni di ripristino, recupero, manutenzione e salvaguardia di tali vigneti, individuando i territori nei quali sono situati, le tipologie degli interventi eventualmente finanziabili, i potenziali beneficiari e quali tecniche sostenibili legate all’agricoltura tradizionale, di produzione integrata o biologica devono essere impiegate nel rispetto degli elementi strutturali del paesaggio e con tecniche e materiali adeguati al mantenimento delle caratteristiche di tipicità e tradizione delle identità locali.

Così come un importante contributo è dato dall’istituzione del Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici, finalizzato ad aumentare la visibilità delle aree rurali, lo sviluppo di un turismo culturale d’eccellenza, la consapevolezza del valore rurale del territorio nelle comunità locali e la collaborazione tra pubbliche istituzioni, imprenditori agricoli, professionisti e associazioni culturali tesa alla salvaguardia del paesaggio bene pubblico.

Ma molto altro ancora bisognerebbe fare per favorire la permanenza o il ritorno sul territorio, soprattutto delle giovani generazioni che in misura crescente se ne sono allontanate.

Ben vengano allora il sostegno alla agricoltura differenziata, al turismo esperienziale, alle certificazioni di qualità (dalle Denominazioni ai Presidi Slow Food) che valorizzano il consumo consapevole di luoghi e prodotti e contemporaneamente possono aumentare il reddito diretto dei produttori giustificando un prezzo di mercato più alto perché integrato da servizi supplementari (come la conoscenza del valore culturale, la partecipazione a visite guidate e laboratori didattici, …), l’erogazione di borse di studio agli studenti delle discipline legate all’agricoltura e all’agroalimentare e di finanziamenti ai piccoli imprenditori agricoli, l’introduzione del pagamento dei beni e dei servizi ecosistemici (dalla fornitura di cibo, acqua, carburanti e legname all’approvvigionamento idrico e purificazione dell’aria, riciclo naturale dei rifiuti, formazione del suolo, impollinazione e molti altri meccanismi regolatori naturali) che svolgono un ruolo fondamentale nella salvaguardia dell’ambiente, l’incremento delleattività di ricerca applicata per ottimizzare vecchi sistemi (oggi quanto mai utili per esempio per affrontare i cambiamenti climatici) e dotarli di nuove tecnologie (vedi le preziose strategie dell’agricoltura di precisione). Ma altrettanto importante è la leva della cultura, della conoscenza, della comunicazione, per far conoscere queste realtà e dare a chi ha scelto di viverle ogni giorno una piccola-grande gratificazione in più.

E’ per tutti questi motivi che l’Associazione nazionale delle Città del Vino, che i temi del paesaggio, della biodiversità, della centralità dell’agricoltura e della necessità di legare l’innovazione alla tradizione, li ha sempre messi tra le priorità della sua missione, oggi invita caldamente i suoi associati a farsi promotori dell’iniziativa del MIPAAF divulgandola presso gli operatori del territorio ed esortandoli ad inviare la propria candidatura rispondendo alle poche e semplici domande del censimento. (Alessandra Calzecchi Onesti)

Enoregioni italiane: Sulcis e Campidano

Enoregioni italiane: Sulcis e Campidano

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

SULCIS E CAMPIDANO

Due le aree vitivinicole comprese da questa nella enoregione nel sud-ovest della Sardegna: il Medio Campidano, con basse colline e terrazzi di origine alluvionale, e il Sulcis, con le fasce costiere delle Isole di San Pietro e Sant’Antioco (le più vaste isole minori della Regione) e i rilievi medio alti dell’entroterra. L’area è caratterizzata da un esteso litorale ed alcune formazioni montuose che, con modesta altitudine, si ergono su una morfologia prevalentemente collinare interrotta dalle pianure del Cixerri e del Basso Sulcis. Nelle isole, dove ai suoli costituiti da materiale alluvionale antico e recente si alternano tratti sabbiosi caratterizzati da una ridotta capacità idrica, permane ancora oggi la coltivazione ad alberello basso franco di piede, che protegge i vigneti dalla filossera e li rende più longevi. Il clima mediterraneo subtropicale, dalle estati calde e aride, è mitigato dalle costante ventilazione procurata dalle brezze marine. La ricchezza storica e la varietà paesaggistica, valorizzati dalla Strada del Vino Carignano del Sulcis, offrono al visitatore itinerari naturalistici tra montagne impervie, panorami dolcemente ondulati, ambienti paludosi o litorali costieri e itinerari culturali tra mura antiche, monumenti religiosi, chiese campestri, siti archeologici e siti di archeologia industriale nelle aree minerarie, prodotti artigianali e feste tradizionali.

Vini locali. La variabilità delle condizioni pedoclimatiche sia nel Sulcis che nel Campidano favorisce la coltivazione di un’ampia gamma di vitigni: pascale, bovale sardo (o bovaleddu) e bovale grande (o bovale di Spagna), carignano, monica, nasco, nuragus, greco nero (localmente conosciuto come grecu nieddu), vermentino e cannonau. Il Campidano di Terralba o Terralba doc, prodotto prevalentemente con i due tipi di bovale anche nelle varianti Riserva e Superiore, si distingue per il colore rosso rubino carico, l’odore vinoso e intenso con note di frutta rossa matura e il sapore asciutto e sapido, tipici delle uve di base. Accompagna zuppe di farro, grigliate di carni carni miste, preparazioni a base di cacciagione o di anguille, formaggi semiduri e caciotte fresche. Prodotto per almeno l’85% dall’omonimo vitigno, probabilmente introdotto dai Fenici o dai Cartaginesi, la denominazione Carignano del Sulcis è disponibile nelle tipologie Rosso (anche Riserva e Superiore), Rosato, Novello e Passito. E’ un vino vellutato, straordinariamente equilibrato, che dopo un periodo di maturazione in botte affina le sue caratteristiche, assumendo il tipico colore rubino carico, profumi di prugne e ribes, il gusto caldo, intenso e persistente. Il Rosso è ottimo da tutto pasto o in abbinamento con ragù di carne, porchetta arrosto, carni in umido o speziate, provolone e salsicce sarde. Il Rosato è consigliato con salumi, primi piatti conditi con pomodoro e formaggi, preparazioni a base di uova, zuppe di pesce, formaggi caprini. Il Passito, di colore dal rosso all’ambrato e aromi intensi e caratteristici (confettura di more e cassis, note di oliva verde e legno d’olivastro stagionato, fiori rossi, legni pregiati, liquirizia e cacao) è eccellente da meditazione, con dolci di ricotta fritti o biscotti rustici al cioccolato.

Piatti e Prodotti tipici. Le campagne campidanesi offrono due eccellenze forse ancora poco conosciute: il riso e lo zafferano. La coltivazione del riso, avviata in via sperimentale a partire dal 1927 e oggi in fase di riscoperta, è favorite dalla vicinanza del mare e dai terreni argillosi di origine vulcanica che esaltano le note organolettiche tipiche delle varietà di tipo aromatico. Lo zafferano di Sardegna dop trova la sua migliore espressione nella zona di San Gavino Monreale, dove si produce circa il 60% dello zafferano italiano e dove l’oro rosso è tutelato dal Presidio Slow Food: l’uso in cucina dei pregiati stimmi è indispensabile per la preparazione di ravioli, carni di agnello e capretto, sughi, pesci (dalla spigola all’insalata di calamari) e dolci, a cominciare dalle pardulas, le formaggelle pasquali ripiene di formaggio o ricotta. Ma clima e geografia favoriscono qui molti altri prodotti dell’orto, dei campi e dei pascoli: il carciofo spinoso sardo dop ottimo crudo o in accompagnamento a pietanze di carne, i pomodori locali apprezzati per il sapore dolce e fresco, frutta (pesche, ciliegie, arance, pere e meloni), grano, olive e olio extravergine, carni (porchetto, capretto, pecora), formaggi (pecorino, caprini, caciotte, ricotta) e salumi (salsiccia, prosciutto, lardo, mustela) da accompagnare con il civraxiu, l’ottimo pane dalla crosta rugosa e croccante, mandorle, miele in tutte le sue varietà dal classico millefiori al più raro corbezzolo, e infine i liquori locali come il Villacidro Murgia, utilizzato anche per aromatizzare o accompagnare i delicati e saporiti dolci tradizionali come amaretti e papassinos. Tra le ricette tipiche della rinomata cucina di Carloforte – un mix di tradizioni liguri, nordafricane e sarde – ci sono il ricco e v cuscus di verdure, la cassolla (zuppa di diverse qualità di pesce, crostacei e molluschi), i numerosi piatti e prodotti derivati dal tonno, il polpo all’inferno (stufato con aglio e vino bianco), lo stoccafisso alla tabarchina, la farinata di ceci, i canestrelli, le tortelle di ricotta, i giggeri (palline di pasta fritta aromatizzata all’arancia e caramellata nello zucchero), le meraviglie, il gatò (croccante di mandorle e miele a forma di rombi e cuori), i panetti con fichi. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Cagliari, Campidano di Terralba o Terralba, Cannonau di Sardegna, Carignano del Sulcis, Girò di Cagliari, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Nasco di Cagliari, Nuragus di Cagliari, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Isola dei Nuraghi, Marmilla, Tharros, Valle di Porto Pino

Campidano di Terralba o Terralba doc

Girò di Cagliari doc

Nasco di Cagliari doc

Nuragus di Cagliari doc

Sardegna Semidano doc_Monti

Moscato di Sardegna doc

Monica di Sardegna doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Isola dei Nuraghi igt (Cherchi)

Marmilla igt_Vigneto_Lunamatrona

Tharros igt

 

Valli di Porto Pino igt

Enoregioni italiane: Costa Centro  Occidentale

Enoregioni italiane: Costa Centro Occidentale

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

COSTA CENTRO OCCIDENTALE

Questa è una area di natura complessa e variegata che rispecchia l’eterogeneità della geologia e dei paesaggi sardi, con rilievi di origine vulcanica a nord e a est, i fertili suoli nella bassa valle del Tirso coperti di vigneti (“Bennaxi”) e quelli argillosi più alti e asciutti e particolarmente vocati alla pastorizia sul lato destro del fiume (“Gregori”). Il clima mediterraneo e la buona disponibilità idrica hanno permesso lo sviluppo di una fiorente attività ortofrutticola, che costituisce la principale ricchezza della zona. Le estati calde ed asciutte, gli inverni freddi e piovosi e le forti escursioni giornaliere facilitano inoltre le alte gradazioni zuccherine dei grappoli destinati alla produzione di vini dolci. Qui nel corso dei secoli la viticoltura ha mantenuto il ruolo di coltura principale del territorio ed è giunta sino ai nostri giorni introducendo, accanto alle varietà locali, anche la coltivazione di sangiovese e trebbiano, impiantati con successo agli inizi degli anni ’30. Antico e nobile vitigno portato dai Fenici nella zona costiera oristanese, la vernaccia di Oristano predilige le terre pianeggianti derivate dalle alluvioni antiche e recenti del Tirso e del Rio Mannu e viene ancora allevata in gran parte ad alberello latino. Il suo nome, attribuito ai Romani, starebbe ad indicare un’uva vernacula cioè del luogo e questo spiegherebbe la presenza in altre aree viticole italiane di “vernacce” del tutto diverse da quella sarda.

Vini locali. Primo tra i vini sardi ad avere ottenuto la denominazione di origine controllata e disponibile nelle tipologie Secco, Superiore, Riserva e Liquoroso (anche Secco o Dry), la Vernaccia di Oristano presenta colore giallo dorato ambrato, profumo delicato, alcolico con sfumature di fior di mandorlo, sapore fine, sottile, caldo, con leggero e gradevole retrogusto di mandorle amare. L’equilibrio zuccherino degli acini giunti alla giusta maturazione, grazie al microclima e alla composizione geologica della Bassa Valle del fiume Tirso, e la particolare lavorazione conferiscono al vino la struttura ottimale: alla raccolta tardiva, quando gli zuccheri si sono concentrati a causa della disidratazione, segue prima una lunga fermentazione e poi l’affinamento in botti di rovere o di castagno in ambienti soggetti a forti sbalzi termici, dove le migliori annate acquistano un bouquet complesso e singolare, particolarmente intenso. Il tipo secco accompagna zuppe di pesce speziate, pesce azzurro alla griglia, bottarga, salmone affumicato e formaggi piccanti, mentre quello dolce è ideale con la pasticceria sarda a base di mandorle. Piacevoli, freschi e di pronta beva sono i vini della denominazione Arborea: Sangiovese (ottimo con agnello in umido, pollame, salsicce sarde e provolone), Sangiovese Rosato (minestre di legumi e formaggi non stagionati), Trebbiano (primi piatti regionali e a base di pesce) e Trebbiano Frizzante (crostacei e frutti di mare), gli ultimi due disponibili anche nella tipologia Amabile. La doc regionale Sardegna Semidano, che può essere accompagnata dalla sottozona “Mogoro”, è un vino bianco fermo, dal colore giallo paglierino con riflessi tendenti al dorato, profumo delicato di fruttato e sapore morbido, sapido e fresco, tipici dell’omonimo vitigno presente nell’uvaggio per almeno l’85%. Adatto a frutti di mare anche crudi, minestre e risotti di terra e di mare, pesce misto fritto o alla griglia, è disponibile anche nelle versioni Superiore, Spumante (riflessi tendenti al verdognolo, perlage fine e persistente, gusto secco o amabile o dolce e leggermente aromatico) e Passito (giallo oro, odore intenso, etereo, di frutta matura, dolce, pieno e mielato al palato).

Piatti e Prodotti tipici. In tutta l’Isola meritano un assaggio le specialità della cucina locale: dai piatti dell’entroterra come i ravioli con ripieno di cinghiale agli spiedi di selvaggina, dalla mustela (controfiletto di maiale affumicato) ai calamari ripieni. Qui l’offerta gastronomica comprende, tra gli altri, ortaggi di qualità, capperi, finocchiella e barbe rosse, s’ortau (salsicce), su zicchi (pasta dura), fiuritti (pasta fresca) e malloreddus (gnocchetti di semola), l’olio extravergine d’oliva di Sardegna dop, burrida (gattuccio di mare con prezzemolo e noci), bottariga (la bottarga di uova pressate di tonno o muggine, servita a fettine con olio d’oliva) e le innumerevoli le varietà di pane tradizionale, spesso impastato con farina di sola semola e cotto nel forno a legna: su cifraxu o chivarzu (forme grandi fino a dieci chili e morbide, ricche di mollica, che rimangono fresche per lunghissimo tempo), su pani carasau (o carta musica), coccoi de tamata, spianada, coccoi prena (pagnotta farcita con un ripieno di patate bollite) e il coccòi delle feste religiose (pani allungati colorati e decorati con tagli impressi con le forbici direttamente sulla pasta). Tra gli ottimi formaggi ricordiamo la fresa di latte vaccino (forma schiacciata e rotonda e pasta burrosa e morbida, che ricorda lo stracchino lombardo) e le dop fiore sardo, pecorino romano (in comune con Lazio e Toscana) e pecorino sardo, tutte di remotissime origini, anche anteriori alla conquista romana. Ottenuto da latte di muflone, ovino selvatico tipico dell’isola, e con una caratteristica forma a “schiena di mulo”, il fiore sardo deriva il suo nome dal coagulante di derivazione vegetale: la pasta è dura, cruda, di sapore più o meno piccante, da tavola o da grattugia a seconda della stagionatura (3-6 mesi). Da non perdere le impanadas, una sorta di calzoni di varie dimensioni ripieni di carne di maiale, verdure di stagione (per esempio patate e pomodori, funghi, carciofi, olive snocciolate), agnello e piselli, cacciagione, anguille o altro ancora. La pasta viene preparata con farina, strutto, acqua e sale, lavorata a lungo, farcita e cotta al forno. Tipici dell’oristanese sono i su pani de saba (con farina, sciroppo di mosto, bucce d’arancia e frutta secca tostata) e i mustazzolus (a base di mosto concentrato, farina di frumento, lievito e zucchero) di forma romboidale, forse il più antico dolce della Sardegna. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Arborea, Cagliari, Campidano di Terralba o Terralba, Cannonau di Sardegna, Girò di Cagliari, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Nasco di Cagliari,

di Cagliari, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna, Vernaccia di Oristano

IGT: Isola dei Nuraghi, Marmilla, Tharros, Valle del Tirso

 

Nuragus di Cagliari doc

Campidano di Terralba o Terralba doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

 

Monica di Sardegna doc

Moscato di Sardegna doc

Sardegna Semidano doc_Monti

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Vernaccia di Oristano doc

Isola dei Nuraghi igt (Cherchi)

Marmilla igt_Vigneto_Lunamatrona

 

Tharros igt

Valle del Tirso igt

Cagliari doc

Arborea doc

Girò di Cagliari doc

Nasco di Cagliari doc

ENOREGIONI ITALIANE: COSTA NORD OCCIDENTALE

ENOREGIONI ITALIANE: COSTA NORD OCCIDENTALE

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

COSTA NORD OCCIDENTALE

L’area comprende alcuni tra i più bei litorali della Sardegna settentrionale, con lunghi tratti di coste basse e spiagge sabbiose che si alternano ad alte falesie a strapiombo sul mare: la Riviera del Corallo, l’area marina protetta di Capo Caccia, l’Argentiera che fa parte del Parco geominerario storico ed ambientale della Sardegna, il Parco Nazionale dell’Asinara. La viticoltura è presente sulle dune terrazzate affacciate sul Golfo degli Aranci (prevalentemente vigneti di cannonau), sui terreni argillosi del sassarese (moscato e vermentino) e sopra Alghero, sui rilievi di bassa collina e sulle piane di origine alluvionale ricavate dalla bonifica dei terreni paludosi e che ospitano anche frutteti e coltivazioni cerealicole. Dai vitigni torbato e vermentino nascono vini bianchi freschi, dal cannonau vini rossi morbidi e rotondi, dal vermentino e moscato vini fragranti e ricchi di aromi. Come in tutta la Sardegna, la coltivazione della vite ha origini antichissime nella Romangia, una regione storica composta dai comuni di Sorso e Sennori e da una piccola parte del territorio del comune di Sassari: lo suggerisce il nome stesso, di derivazione romanica, e lo testimoniano diversi studi archeologici, con reperti e ritrovamenti di vinaccioli carbonizzati, roncole per la potatura e per la vendemmia, boccali di ceramiche usati per bere il vino e vasi vinari.

Vini locali. Con diverse uve tra autoctone e internazionali si produce la doc Alghero, dalle numerose varianti che prendono il nome dal vitigno prevalente: Torbato, Sauvignon, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Franc o Carmenère, Sangiovese, Cagniulari o Cagnulari, Vermentino. Il Bianco (anche Frizzante, Spumante e Passito) deve avere colore giallo paglierino tenue, profumo delicato, gradevole, sapore sapido e armonico, da degustare insieme a primi piatti regionali, zuppa di pesce, pesce alla griglia e pecorino sardo. Il Rosato (anche Frizzante), che bene si sposa con minestre di farro e caciottine fresche, ha colore rosato, odore vinoso, delicato, gradevole, sapore armonico, asciutto o morbido. Il Rosso (anche Novello, Spumante e Liquoroso), dalle tinte rubino tendenti al granato con l’invecchiamento, presenta note olfattive gradevoli e caratteristiche, sapore asciutto e corposo, piacevolmente tannico, ottimo con ravioli e pecorino sardo. Particolarmente interessanti il Torbato (anche Spumante), dai profumi intensi e leggermente aromatici e retrogusto leggermente amarognolo, e il Cagnulari (anche Riserva), dal colore brillante, eleganti profumi di frutti di bosco e confetture con delicate note balsamiche, caldo e morbido al palato. Prende il nome dai due omonimi comuni della Romangia un particolare tipo di vino dolce, il Moscato di Sorso-Sennori doc, prodotto da uve di moscato bianco in purezza nelle versioni Bianco, Liquoroso, Passito e Spumante. In tutte le tipologie si riscontrano aromi floreali e fruttati tipici della cultivar di base, e con note, in particolare nelle prime tre, di miele, mandorle e frutta secca. Consigliato da fine pasto per accompagnare pasticceria delicata e a torte di frutta e, nel tipo Liquoroso, anche pasticceria a base di mandorle, crostate alla frutta gialla o formaggi piccanti.

Piatti e Prodotti tipici. In Sardegna del tonno, come per il maiale, non si butta via niente e con l’aiuto del sale marino se ne conservano il cuore, il lattume (il seme del maschio), le uova (la preziosa bottarga), i vari tagli di polpa. Dalla parte migliore del filetto si ottiene una splendida carne secca (simile al musciamme della tradizione ligure, oggi vietato perché originariamente fatto con il delfino) chiamata anche bresaola di tonno, da gustare affettata sottilissima con olio e limone. Il particolare sapore del pecorino sardo dop deriva dalle essenze che crescono nei pascoli dell’Isola: a pasta semicotta, può essere dolce e di breve maturazione (20-60 giorni) o maturo (5-6 mesi), da grattugiare. Il casu becciu è pecorino “invermato”, cioè lasciato marcire con l’acaro del formaggio. A tavola: capunara (antipasto a base di crostacei, acciughe, uova sode e frutti di mare), minestra cun basolu tundu (zuppa di ceci e finocchietto selvatico), favata (zuppa di fave, cavolfiori, salsicce e piedini di maiale), tacculas (tordi al mirto), razza in agliata (cioè lessata e servita con una salsetta di pomodoro, prezzemolo e aglio), carciofi in pinzimonio o al tegame ripieni di pane e prezzemolo, cioga minuta alla sassarese (lumachine al pomodoro), llagosta a l’antiga (insalata di aragosta, cipolle rosse dolci, pomodori e gallette), i fragranti biscotti ripieni di una leggera crema di latte e limone e le sebadas pasquali: rotondi ravioloni di semola di grano duro, farciti con scorza di arancia finemente tritata, succo di limone, zucchero e provoletta (o peretta o panedda), formaggio dolce e aromatico a pasta filata dalla tipica forma a pera, ricavato dal latte intero di mucche alimentate esclusivamente a pascolo e fieno sulle prime pendici del Monte Limbara. Cotte al forno o fritte (meglio se nell’olio d’oliva sardo dal caratteristico aroma di cardo), si servono ricoperte di zucchero, miele di arancia o miele di corbezzolo, la pianta sempreverde che da novembre a febbraio si copre di vellutate palline giallo-rosso e delicate campanelline bianche. Di colore bruno scuro e dal sapore amarognolo, è un ingrediente tipico della pasticceria e cucina sarda, nonché ottimo accompagnamento del pecorino e della ricotta. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Alghero, Cannonau di Sardegna, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Moscato di Sorso-Sennori o Moscato di Sorso o Moscato di Sennori, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Isola dei Nuraghi, Nurra, Romangia

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Alghero doc

Moscato di Sorso-Sennori doc

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Monica di Sardegna doc

Moscato di Sardegna doc

Sardegna Semidano doc

 

Isola dei Nuraghi igt_cagnulari (Cherchi)

Nurra igt (Cherchi)

Romangia igt_cannonau

Enoregioni italiane: Gallura

Enoregioni italiane: Gallura

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sardegna è possibile individuare sei enoregioni: Gallura, Costa Nord Occidentale, Costa Centro Occidentale, Sulcis e Campidano, Cagliaritano, Sardegna Centrale.

GALLURA

Coincide con la provincia di Olbia-Tempio questa enoregione caratterizzata da un paesaggio molto vario di rocce scolpite dal vento, dolci colline a pascolo, nuraghi e chiese medievali, splendide spiagge e sugherete, boschi di lecci e piante profumate come il mirto, le ginestre, i ginepri, i corbezzoli, i lentischi e l’erica. Grazie alla matrice granitica – che impedisce di avere produzioni elevate ma permette di ottenere vini con buona gradazione alcolica e acidità e ottima presenza di frutto – e alle peculiarità climatiche che la distinguono dalle altre zone confinanti – lunghe estati calde, forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e presenza del Maestrale che limita l’insorgere delle muffe – ha qui trovato il suo habitat di elezione il vermentino, tra le quattro varietà di uva maggiormente prodotte nell’Isola. Contrariamente ad altre colture vitivinicole locali, il sa fermentino ha una tradizione recente: passando probabilmente dalla Spagna e poi attraverso Francia, Liguria e Corsica, solo a metà Ottocento sarebbe comparso nella Sardegna settentrionale, dove ha dato origini a due celebri vini, il Vermentino di Sardegna doc (prodotto in tutta la Regione) e il Vermentino di Gallura, unica denominazione di origine controllata e garantita sarda, oggi valorizzata dall’omonima strada del vino.

Vini locali. Di colore giallo paglierino con leggeri riflessi verdognoli, il Vermentino di Gallura docg (anche Superiore) ha profumi intensi e fini di fiori, agrumi e piante aromatiche e un sapore alcolico e morbido con retrogusto leggermente amarognolo. E’ un vino da bere giovane, entro il terzo anno dalla vendemmia, consigliato come aperitivo o in abbinamento a minestre vellutate di pollo o funghi, risotti e paste con sughi marinari, pesce arrosto, crostacei, molluschi e frutti di mare, frittate, pecorino sardo dolce. Il Vermentino di Sardegna doc, con una resa maggiore per ettaro, ha eleganti aromi floreali (che si esaltano dopo un breve periodo di affinamento) e gusto fresco che accompagna zuppe di pesce e cucina di mare. Si producono in Gallura le due denominazioni geografiche tradizionali “Tempio Pausania” o “Tempio” e “Gallura” di un’altra doc regionale, il Moscato di Sardegna, ottenuto per il 90% da uve di moscato bianco, uno dei vitigni più anticamente coltivati in Sardegna e apprezzato fin dai tempi dei Romani per la dolcezza dei suoi acini. E’ disponibile nelle tipologie Bianco, Passito, Da uve stramature e Spumante: si presenta dal giallo dorato all’ambrato, con una discreta persistenza aromatica e un sapore dolce e vellutato che con la spumantizzazione acquista note fruttate. Ideale con gli amaretti sardi e piccola pasticceria secca, ma anche frutta, torte di pandispagna con la panna e dolci a pasta non lievitata con uva passa e canditi.

Piatti e Prodotti tipici. Qui si trovano i prodotti più noti della tradizione sarda, dall’agnello igp al carciofo spinoso dop. L’elenco dei piatti tipici è lunghissimo: li pulicioni gadduresi (ravioli di semola di grano duro, farciti con ricotta di pecora, uova, un pizzico di zucchero e scorza di limone), sùppa cuata (“lasagne” di pane, provola chiamata panedda, pecorino grattugiato, erbe aromatiche e pomodoro secco), cartocci di pesce fritto, trippa di vitello con i fagioli o al pomodoro. Per fare i maccarones furriados l’impasto di semola, uova, olio e zafferano viene avvolto intorno ad un ferro da calza piuttosto grande (su ferritu) e poi condito con olio e pecorino fuso. Piatto tipico delle feste che tra aprile e luglio si celebrano sul sagrato delle chiesette campestri del ‘600 è la zuppa berchiddese, preparata versando su una spianata di pane sardo duro (tipo Ozieri) del brodo di pecora bollente, pecorino fresco a pezzi e grattugiato, prezzemolo e pepe e mescolando per qualche minuto, sino a quando la massa degli ingredienti ha completamente assorbito il brodo; si serve ben calda con un ragù di carne di pecora. Per dessert: la ricotta con abbamele (budino tipico ottenuto da una particolare lavorazione del miele residuo nella cera dei favi, bollito più volte in acqua e impastato con la ricotta), li acciuliddi (treccine fritte di pasta con lo strutto) e i brugnolus del Carnevale: palline di farina di grano duro e bianca, formaggio grezzo finemente macinato, uova, buccia di limone grattugiata, lievito e miele oppure più semplicemente di patate lessate e ridotte a purea, farina, uova e limone, fritte nell’olio bollente e avvolte nel miele o nello zucchero. La zona è famosa anche per le tiliccas (sfoglie di farina e strutto, con i bordi rialzati, ripiene di miele, mandorle, noci e sapa) e per la produzione di frutta candita, torroni, sospiri, confetture (di pesca, more, mandaranci, mirto e ribes), marroni canditi e pasticceria secca. E come digestivo il liquore di mirto, fatto in casa lasciando le bacche mature in infusione nell’alcol puro, diluendo il liquido filtrato con sciroppo fatto con zucchero e acqua di fonte e lasciandolo invecchiare per almeno un anno. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOCG: Vermentino di Gallura

DOC: Cannonau di Sardegna, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Sardegna Semidano, Vermentino di Sardegna

IGT: Colli del Limbara, Isola dei Nuraghi

Vermentino di Gallura docg_francobollo

Cannonau di Sardegna doc (Cherchi)

Monica di Sardegna doc

Moscato di Sardegna doc

 

Sardegna Semidano doc_Monti (OT)

Vermentino di Sardegna doc (Cherchi)

Colli del Limbara igt (Tondini)

Isola dei Nuraghi igt_cagnulari (Cherchi)

Contadini volanti: l’agricoltura eroica

Contadini volanti: l’agricoltura eroica

Giovedì 8 febbraio alle ore 18, Moby Dick biblioteca hub culturale di Roma ospiterà la presentazione del Progetto fotografico “CONTADINI VOLANTI” di Flavia Amabile.

Interverranno:

Francesca Rocchi, vicepresidente nazionale di Slowfood

Luciana Sabino, titolare della Antiche Cantine Migliaccio di Ponza

Flavia Amabile, giornalista de La Stampa

Carlo Hausmann, assessore agricoltura, caccia e pesca della Regione Lazio

Si chiamano Giggino, Antonio, Alì. Sono italiani ma anche tunisini, ucraini e di tante altre nazionalità. Sono contadini ma soprattutto sono i custodi della bellezza italiana. Coltivano le terre di Pantelleria, Costiera Amalfitana, Cinque Terre, Ponza, ma anche di Visso a pochi passi dall’epicentro o di Castelluccio di Norcia, duramente colpita dal terremoto ma con una speranza di salvarsi soltanto grazie alla tenacia dei contadini che, agli inizi di aprile, hanno sfidato rischi di ogni genere per salire su uno degli altopiani più belli del mondo e seminare le loro lenticchie.

Producono eccellenze gastronomiche uniche al mondo. La loro è un’agricoltura eroica per le difficoltà particolari creata dal clima, dall’altezza, dalla natura impervia del terreno che impedisce nella gran parte dei casi l’uso di macchinari rendendo il lavoro più costoso e complesso ma nessuno finora lo ha riconosciuto in modo ufficiale.

La loro sopravvivenza, si basa sulla buona volontà – e sull’eroismo – di chi decide di andare avanti comunque, anche se deve competere con concorrenti che partono da una condizione di evidente vantaggio economico e anche se sta svolgendo un ruolo di pubblica utilità evitando che alcuni dei territori più belli d’Italia vengano abbandonati aumentando il rischio di frane o incendi.

Sont i produttori di eccellenze italiane uniche al mondo come il limone sfusato di Amalfi, il passito di Pantelleria, lo Sciacchetrà.

La loro è un’agricoltura eroica per le difficoltà particolari creata dal clima, dall’altezza, dalla natura impervia del terreno che impedisce nella gran parte dei casi l’uso di macchinari rendendo il lavoro più costoso e complesso ma nessuno finora lo ha riconosciuto in modo ufficiale. In realtà non esiste nemmeno una definizione univoca dell’agricoltura eroica. Il loro destino, e la loro sopravvivenza, si basa sulla buona volontà – e sull’eroismo – di chi decide di andare avanti comunque, anche se deve competere con concorrenti che partono da una condizione di evidente vantaggio economico e anche se sta svolgendo un ruolo di pubblica utilità evitando che alcuni dei territori più belli d’Italia vengano abbandonati aumentando il rischio di frane o incendi.

Da tre anni sto girando l’Italia per fotografarli e filmare i loro gesti, le tecniche, il loro ‘fare’ antico ma anche molto all’avanguardia in un’epoca in cui l’uso della terra deve essere sempre più consapevole. Li ho definiti ‘Contadini volanti’ perché in Costiera Amalfitana salgono sui pergolati, anche a tre metri di altezza, per piegare i rami dei limoni durante la potatura, e sembra di vederli volare sugli alberi. Li ho incontrati mentre erano al lavoro, provando a documentare le varie stagioni della loro attività, dalla potatura, al raccolto, dalla stesura delle reti alla posa dei tronchi dei pergolati, sapendo che solo una parte di questo mondo sopravviverà, soprattutto se continuerà quest’indifferenza delle istituzioni“. (Flavia Amabile)

Da questi tre anni di incontri con i contadini sono nati una mostra di foto in bianco e nero, un libro sul lavoro dei contadini della Costiera Amalfitana, un progetto di videofumetti sui Contadini supereroi e un progetto di video di carattere documentario e numerosi articoli e foto pubblicati sulla Stampa.

Info: www.facebook.com/icontadinivolanti/ – www.facebook.com/MobyDickhubculturale/

Enoregioni italiane: Sicilia Orientale

Enoregioni italiane: Sicilia Orientale

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sicilia è possibile individuare sei enoregioni: Sicilia Occidentale, Sicilia Occidentale Interna, Isole, Etna, Terre del Cerasuolo, Sicilia Orientale.

SICILIA ORIENTALE

L’enoregione comprende la punta più a nord e quella più a sud della costa orientale della Sicilia: da una parte i rilievi collinari e di bassa montagna dei Monti Peloritani che si affacciano sullo Stretto di Messina tra il Tirreno e lo Ionio, costituiti da rocce scistose non calcaree e fortemente drenati, che danno tipicità e carattere ai vitigni a bacca nera; dall’altra le brulle colline e le pianure costiere del siracusano, con suoli calcarei e fertili che favoriscono una produzione enologica di qualità. Il clima costiero di tipo mediterraneo, generalmente mite da marzo fino all’autunno, registra precipitazioni maggiori e temperature più basse salendo di quota. Antichissima la vocazione vitivinicola, testimoniata dai tempi della colonizzazione greca: il Moscato di Siracusa viene identificato con il Pollio siracusano, il più vecchio vino d’Italia, così chiamato dal re dei Traci che qui governò nel VII sec. a.C. e nel ‘700 i vini di Avola dovevano essere assai rinomati se i viaggiatori stranieri si soffermano nella città per degustarne i vini. Due le strade del vino che guidano il visitatore tra enogastronomia, natura e cultura: quella della provincia di Messina con gli splendidi paesaggi della catena montuosa dei Peloritani e delle Isole Eolie e un ricco patrimonio storico, e quella del Val di Noto, con le eccezionali testimonianze d’arte e architettura barocca, le magnifiche spiagge e la riserva naturale di Vendicari, sentieri di montagna, borghi, castelli, grotte, rovine e santuari.

Vini locali. La Sicilia è terra di vini dolci e liquorosi che, nonostante la lunghissima storia, sono oggi sempre più rari da trovare, come il Moscato ottenuto interamente dall’omonimo vitigno (secondo la tradizione fu la dea della Terra Cerere a imprimere le caratteristiche punteggiature sui chicchi giallo oro) delle denominazioni Siracusa e Noto, disponibili anche nelle tipologie Spumante, Passito, Nero d’Avola, Syrah, Rosso e Bianco il primo; Spumante, Liquoroso, Passito, Rosso e Nero d’Avola, il secondo. Il Moscato di Noto, profumatissimo, ha un aroma di moscato delicato con sentori di frutta matura, sapore dolce ed equilibrato e un retrogusto con note di frutta candita, ideale anche come aperitivo. Il Moscato di Siracusa ha odore delicato caratteristico e sapore vellutato e gradevole, consigliato con piccola pasticceria e crostate di frutta bianca. I due disciplinari hanno da qualche anno provveduto a differenziare il tipo Passito, per valorizzare la tecnica tradizionale della zona che lasciava appassire i grappoli sulla pianta o dopo la raccolta per incrementarne la percentuale di zucchero a seguito della disidratazione, ottenendo una maggiore quantità di alcol e di estratti, rotondità, complessità aromatica e intensità di colore, variabile dal giallo dorato più o meno intenso all’ambrato. Prende il nome dal fiume Eloro la doc prodotta (anche nella sottozona “Pachino”) con i vitigni autoctoni nero d’avola, frappato e pignatello nei tipi Rosso (vino robusto, con retrogusto gradevolmente asciutto e amarognolo, adatto a primi piatti saporiti, arrosti di agnello e selvaggina, formaggi semiduri o duri) e Rosato (fruttato e vellutato, leggermente acidulo, adatto a salumi, maccheroni con le sarde, carni bianche, frittate e torte di verdura). E’ prodotto esclusivamente nel comune di Messina con le uve di nerello mascalese, nocera, nerello cappuccio con l’eventuale aggiunta di quelle di calabrese, gaglioppo e sangiovese, il Faro doc, dal colore rosso rubino, odore delicato etereo e persistente, sapore secco e armonico, di medio corpo: si sposa bene a pasta con sugo di carne, formaggi stagionati come ragusano e pecorino siciliano, polpettone, braciole di vitello, capretto messinese e pesce stocco alla ghiotta.

Prodotti tipici. Tra le numerose produzioni caratteristiche, segnaliamo il celebre pomodoro ciliegino di Pachino igp, la patata novella di Siracusa, la mandorla di Avola, il limone di Siracusa e il limone interdonato Messina (ibrido naturale tra un clone di cedro e un clone di limone, buccia fine e succo poco acido) entrambi igp, l’arancia rossa di Sicilia igp, la ricotta infornata e gli oli extravergine di oliva Monti Iblei, Valdemone e Monte Etna dop. Salume tipico del paese di Sant’Angelo di Brolo, immerso nel verde dei Monti Nebrodi e affacciato sul mare delle isole Eolie, il salame S.Angelo igp nasce solo dalle parti più nobili di maiali allevati ancora con prodotti genuini come ghiande, fave e crusca, tagliate “a punta di coltello” a grana grossa con aggiunta di sale e pepe nero e lasciate stagionare in cantina per almeno dieci mesi. Secondo gli storici locali affonda le sue origini già intorno all’XI sec., quando la colonizzazione normanna introdusse nuove abitudini alimentari che privilegiavano il consumo della carne suina, che era stata invece abolita durante l’occupazione degli arabi. L’uso di mangiare la cuccìa il 13 dicembre, in segno di devozione a S. Lucia, sembra, invece, da collegare alla grave carestia che nel 1646 colpì Siracusa durante la dominazione spagnola, quando l’arrivo di una nave carica di frumento fu ritenuta un vero miracolo da ricordare ogni anno con questo dolce preparato con grano, pezzetti di cioccolato amaro e zuccata. Il nome forse deriva dal sostantivo cocciu, chicco, o dal verbo cucciari, cioè mangiare un chicco alla volta: la tradizione vuole, infatti, che sia distribuito a familiari, amici e vicini di casa, lasciando le briciole sui tetti per gli uccellini. A tavola: pescestocco ‘a ghiotta (cioè stoccafisso cucinato con cipolla, sedano, olive verdi salate, capperi, salsa di pomodoro e patate) da mangiare come piatto unico con abbondante pane casereccio o con la pasta, i pregiati frutti di mare del Lago Faro e di Ganzirri per fumanti spaghetti, zuppe di pesce o insalate di mare, la pignolata (bianca al profumo di limone e al cioccolato), braciole di pesce spada arrosto, polpette di melanzane, coniglio a stimpirata con capperi e olive, i cannoli di ricotta a Messina, le schiumette a Siracusa, cassate e granite di caffè, fragola o limone. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Eloro, Faro, Mamertino di Milazzo o Mamertino, Noto, Sicilia, Siracusa

IGT: Avola, Terre Siciliane

Noto doc

Faro doc

Eloro doc_perricone

Sicilia doc

Siracusa doc

Avola igt_ nero d’avola

 

Terre Siciliane igt

Enoregioni italiane: Terre del Cerasuolo

Enoregioni italiane: Terre del Cerasuolo

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sicilia è possibile individuare sei enoregioni: Sicilia Occidentale, Sicilia Occidentale Interna, Isole, Etna, Terre del Cerasuolo, Sicilia Orientale.

TERRE DEL CERASUOLO

L’enoregione comprende ripiani, rilievi e terrazzamenti che dall’altopiano degli Iblei degradano verso il mare a nord-ovest di Ragusa, con suoli caratterizzati prevalentemente da formazioni calcaree e sedimenti marini argillosi, clima di tipo mediterraneo subtropicale e vigneti a filare. La Strada del Vino Cerasuolo di Vittoria attraversa un paesaggio contemporaneamente dolce e aspro, con antiche masserie e pascoli delimitati da ampi recinti di bianchi muretti a secco, scogliere e dune sabbiose, chiese e palazzi delle città tardo barocche della Val di Noto (Patrimonio Mondiale dell’Unesco). Negli ultimi anni la produzione della docg Cerasuolo di Vittoria (da uve nero d’Avola e frappato), della più recente doc Riesi (da ansonica, chardonnay, cabernet sauvignon e nero d’Avola) e delle varietà da tavola ha rilanciato la coltivazione della vite, che ha qui origini assai remote tanto da essere stata disciplinata da una prima regolamentazione già nel periodo arabo-normanno. Il Cerasuolo di Vittoria nella sua tipologia attuale nasce nel 1606, quando fu fondata l’omonima città: la sua fondatrice Vittoria Colonna Enriquez regalò infatti in quell’anno ai primi 75 coloni un ettaro di terreno a condizione che ne coltivassero un altro a vigneto. Oggi è il vino di spicco della provincia di Ragusa, insieme ad alcuni comuni di Caltanissetta e Catania, l’unico a denominazione d’origine controllata e garantita siciliano.

Vini locali. Dal caratteristico colore rosso ciliegia, il Cerasuolo di Vittoria docg ha un delicato profumo fragrante e vinoso da floreale a fruttato di ciliegia e sapore secco, caldo e rotondo, adatto a peperoni e melanzane ripieni di carne, caponata, arancine di riso, arrosti di carni bianche e rosse. Nel tipo Classico, sottoposto ad un più lungo invecchiamento anche in legno, i riflessi virano al granato e l’odore acquista note sensoriali di prugna secca, cioccolato, cuoio, tabacco. Consigliato l’abbinamento con agnello alla brace e formaggi stagionati e piccanti. Numerose le tipologie della doc Riesi (Rosso, Novello, Rosato, Bianco, Spumante, Vendemmia Tardiva, Superiore anche Riserva), che può essere seguita da una delle seguenti specificazioni di vitigno: Insolia, Chardonnay, Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah. Il Bianco ha un colore paglierino più o meno intenso, talvolta con riflessi verdognoli, odore fine ed elegante e gusto armonico, delicato e sapido, ottimo con molluschi, crostacei e cozze. Il Rosso, dal profumo gradevole e vinoso e sapore asciutto e armonico, bene si sposa con formaggi tipici siciliani e carni rosse e, nel tipo Superiore o Riserva, anche braciole di vitello e involtini con carciofi. Il Rosato, fresco e fruttato, accompagna antipasti di mare, primi piatti con le sarde o con le melanzane. Lo Spumante, dal caratteristico profumo fruttato, è ideale come aperitivo o insieme ad antipasti a base di crostacei e molluschi. Si esalta infine con formaggi erborinati e piccola pasticceria il sapore dolce e vellutato della Vendemmia Tardiva, dal colore giallo intenso tendente all’ambrato e profumo intenso e persistente.

Piatti e prodotti tipici. Il territorio offre una vasta gamma di prestigiose produzioni, dai formaggi noti in tutto il mondo come la provola ragusana e il Ragusano dop alle carrube di Pozzallo, dalle carote novelle di Ispica all’olio extravergine di oliva Monti Iblei dop. Antichissimo formaggio a pasta filata esportato fin dal Trecento oltre i confini del Regno di Sicilia, il cosacavaddu rausano è un caciocavallo cagliato con presame d’agnello o capretto, ottenuto da latte intero crudo delle vacche modicane che pascolano nell’altopiano ibleo e che oggi rischiano l’estinzione: dalla storica forma a parallelepipedo ad angoli smussati, di mezzo metro di lunghezza e peso variabile tra i sei e i sedici chili, ha un sapore dolce e aromatico con note floreali e tendente al piccante solo a stagionatura molto avanzata. La stagionatura, dai quattro mesi fino ai due anni e oltre, si svolge nei maizzè, locali freschi, umidi e ventilati a volte interrati, a volte cantine e grotte naturali, dove i formaggi legati a coppia con funi di liama o corde di cannu, di zammarra o di cotone sono appesi a cavaddu di una trave di legno. Da non mancare le tante eccellenze della cucina, come pasta alla norma, pasta ‘ncasciata, zucchine alla nissena (fritte e aromatizzate con aceto e menta), pesce in umido, trippa all’olivetana (parmigiana al forno che alterna melanzane grigliate, trippa al sugo di pomodoro, uova sode tagliate a rondelle, vastedda del Belice a fettine, pecorino grattugiato e uovo fresco sbattuto), la torta di San Chiara, il torrone (che in realtà è un croccante di mandorle), la cassata ‘o furnu (pasta frolla riempita di ricotta, pan di spagna e canditi, cotta al forno e spolverizzata di zucchero a velo), pupi di zucchero, cuccìa, mustazzola, granite e gelati. E naturalmente quella che fu definita da Sciascia cioccolata dell’assoluto, archetipo di prodotto dolciario impossibile da uguagliare; in Sicilia esiste una grande tradizione di pasticceria al cioccolato che a Modica trova il suo apice: il cacao, dalla caratteristica consistenza “polverosa”, viene lavorato a freddo e totalmente a mano, e variamente aromatizzato (alla vaniglia, alla cannella, …) seguendo ricette e lavorazioni dalle origini antichissime. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOCG: Cerasuolo di Vittoria

DOC: Riesi, Sicilia,Vittoria

IGT: Terre Siciliane

Vittoria doc

Sicilia doc

Terre Siciliane igt

Riesi doc_nerello mascalese

Enoregioni italiane: Etna

Enoregioni italiane: Etna

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italiane. Nella Regione Sicilia è possibile individuare sei enoregioni: Sicilia Occidentale, Sicilia Occidentale Interna, Isole, Etna, Terre del Cerasuolo, Sicilia Orientale.

ETNA

Compresa nell’area del Parco dell’Etna, che con i suoi 59mila ettari protegge un ambiente naturale unico, l’enoregione forma un semicerchio che da Randazzo a Ragalna ricama le pendici orientali del vulcano attivo più alto d’Europa di neri muretti a secco in pietra lavica e filari interrotti dal tradizionale sistema ad alberello. Le colate meno recenti hanno creato terreno fertile per una flora molto varia: vigneti, noccioleti, querce, pometi e castagni nei piani più bassi, dove un tempo c’erano i lecci; faggio e betulla sopra i 2000 metri. La Strada del Vino dell’Etna tocca terrazze a picco sul mare, boschi, chiese e castelli, in un paesaggio a volte desertico e reso ancora più affascinante dalle “viterelle” di carricante e nerello mascalese, apparentemente deboli ma in grado di produrre i grappoli più turgidi e i sapori più intensi. La vitivinicoltura ha qui origini remote (già nel III sec. a.C. si parla di grandi vigneti alle falde dell’Etna e oltre i 1000 metri sono visibili resti di antichi palmenti), ma per secoli si è limitata all’esportazione dell’uva da taglio nelle cantine francesi e del nord Italia; solo nel secondo dopoguerra è iniziato un deciso processo di valorizzazione. Le eruzioni hanno spesso influito sulla quantità ma mai sulla qualità, favorita anzi dalle eccezionali condizioni di insolazione, fortissime escursioni termiche e abbondanza di sali minerali nel suolo, che conferiscono complessità e struttura, note di mineralità e grandi profumi ai vini.

Vini locali. L’Etna doc nasce da uve prevalentemente autoctone: il Bianco (anche Superiore) da carricante (minimo 60%), il Rosso e il Rosato (anche Riserva) da nerello mascalese (minimo 80%) e nerello cappuccio, lo Spumante da nerello mascalese (60-100%). Di colore paglierino carico, aromi intensi e fruttati con note di zagara, sapore fresco e secco, il Bianco esprime il meglio nei primi due anni e bene accompagna antipasti di mare, cozze, involtini di melanzane, grigliate di pesce. L’abbinamento del Rosso – dalla tinta rubino tendente al mattone, gusto morbido e un singolare profumo di spezie – è con primi piatti saporiti, carni grigliate e arrosti, ragusano e pecorino siciliano, formaggi semiduri e stagionati in genere. Il Rosato, dal profumo vinoso e gusto pieno, è adatto a maccheroni con le sarde, tonno e cipolle, cuscus di pesce. Una rarità, che si rifà comunque a una tradizione che risale alla fine dell’800, è lo Spumante dal perlage fine e persistente, odore intenso e caratteristico con note floreali di ginestra e delicato sentore di lievito, sapore pieno e armonico da brut a extra-dry. Il colore varia dal rosato scarico con riflessi rubino con l’invecchiamento del tipo rosato al giallo paglierino scarico con riflessi dorati con l’invecchiamento del tipo vinificato in bianco. Ottimo come aperitivo e con tutte le pietanze a base di pesce e crostacei. Tra le 99 menzioni geografiche aggiuntive consentite dal disciplinare in relazione a contrade e località, ricordiamo le contrade Cottanera, Schigliatore, Piano Filici, Pietra Marina e Vignagrande (Castiglione di Sicilia), Pomiciaro e Valle Galfina (Linguaglossa), Villagrande, Pianogrande e Praino (Milo), Pignatuni, Statella, Sciara nuora, Calderana e Calderara Sottana (Randazzo).

Piatti e prodotti tipici. Chiamato l’oro verde di Bronte, il pistacchio dop (tutelato anche dal Presidio Slow Food) è coltivato sui terreni lavici intorno Catania e in parte nelle province di Agrigento e Caltanissetta. La sua coltivazione sull’Isola fu introdotta dalla dominazione araba, insieme a quella degli agrumi, canna da zucchero, cotone, palme, melanzane, riso e melone. I suoli di origine vulcanica, il clima mediterraneo con estati lunghe e siccitose e piovosità concentrata nel periodo autunnale ed invernale e le notevoli escursioni tra il giorno e la notte conferiscono al frutto, presente in moltissimi dolci siciliani, particolari caratteristiche – colore intenso, forma allungata, sapore aromatico e alto contenuto in acidi grassi monoinsaturi – difficilmente riscontrabili altrove. L’offerta dei prodotti di qualità è vastissima: le dop olio extravergine di oliva Monte Etna, pagnotta del Dittaino, pecorino siciliano, fico d’India e ciliegia dell’Etna (la cirasa Mastrantoni), le igp arancia rossa e uva da tavola di Mazzarrone, e, ancora, i presidi slow food cavolo trunzu, pesca tabacchiera e capra argentata dell’Etna, salumi come la salsiccia secca e lo zuzzu (gelatina di maiale), fragola di Maletto, pere butirra d’estate, spinelli, virgolosa e ucciardona, la mela cola e la mela gelato cola dell’Etna, funghi pregiati (dai porcini ai “fungi ferra”, il Pleurotus ferulae), biscotti pazientini, miele di Zafferana Etnea, mostarde e cotognate. Imperdibili gli arancini di riso (al ragù, al burro, agli spinaci, melanzane o pistacchi), probabilmente importata dagli Arabi che erano soliti mangiare riso condito con zafferano, erbe e carne, mentre l’invenzione della croccante panatura è attribuita alla corte di Federico II, che sfruttava questo metodo di conservazione e trasporto dei cibi durante viaggi e battute di caccia. Tra gli innumerevoli piatti: polenta di fave e funghi, spaghetti con muddica e uvetta, braciole alla siciliana (involtini di carne di vitello, farciti di pangrattato, formaggio, basilico e salame e cotti in padella o alla brace), agnello e capretto alla griglia. Rinomati i dolci dell’area catanese, dal gelato ai torroncini, dagli sciauni (frittelle di ricotta) ai pasticcini secchi di mandorle, pistacchi, nocciole e noci. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Etna, Sicilia

IGT: Terre Siciliane

Terre Siciliane igt

Sicilia doc

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