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Anteprima Sagrantino, l’annata 2014 si presenta

Anteprima Sagrantino, l’annata 2014 si presenta

Il 19 e 20 febbraio, a Montefalco, avrà luogo il quarto appuntamento con Anteprima Sagrantino, evento del Consorzio Tutela Vini Montefalco rivolto a stampa e operatori del settore chiamati a misurarsi con l’annata 2014 del Montefalco Sagrantino DOCG.

Quella del 2014 fu una vendemmia tecnicamente molto impegnativa.  L’estate piovosa e fredda mise a dura prova i produttori, chiamati ad operare una selezione scrupolosa delle uve raccolte – spiega Amilcare PambuffettiPresidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco – Dal punto di vista qualitativo e quantitativo, però, il risultato fu soddisfacente soprattutto per il Sagrantino, grazie alla maturazione più tardiva. Ci aspettiamo che l’annata 2014 sia caratterizzata da un buon equilibrio, vedremo cosa ci diranno i vini”. 

In occasione della prima edizione di Anteprima Sagrantino, si riconobbe che la preparazione tecnica degli enologi del territorio e i modelli montefalchesi di scienza applicata alla vigna rappresentarono un valore aggiunto nella gestione agronomica di una vendemmia così complessa. La manifestazione, dunque, rivelerà alla stampa e agli operatori di settore il livello qualitativo e le stelle conquistate dall’annata 2014. In degustazione le etichette delle 36 cantine aderenti.

 Per maggiori informazioni su evento e accrediti:  http://www.consorziomontefalco.it

Il cambiamento climatico cambierà anche il vino?

Il cambiamento climatico cambierà anche il vino?

Un recente studio dell’Università di Harvard pubblicato sulla rivista Nature Climate Change – “From Pinot to Xinomavro in the world’s future wine-growing regions” – evidenzia come gli impatti previsti dei cambiamenti climatici sulle colture, compresi i cali di rendimento e la perdita dei terreni di conservazione, potrebbero essere mitigati sfruttando la diversità esistente all’interno delle colture.

Il team di ricerca, coordinato dalla Professoressa Elizabeth Wolkovich, ha esaminato in particolare lo scenario viticolo mondiale, che viene analizzato con una forte preoccupazione e rivalutando quella biodiversità che una parte dell’industria vitivinicola aveva negli ultimi anni posto in secondo piano puntando maggiormente sulla semplificazione e sulla standardizzazione.

Su 1.100 varietà coltivate, le viti possiedono una incredibile diversità di tratti che influenzano le risposte al clima, come la fenologia e la tolleranza alla siccità. Eppure poco di questa diversità è sfruttata. Molti paesi coltivano infatti il 70-90% del totale degli ettari con le stesse 12 varietà, pari all’1% della diversità totale. Il lavoro evidenzia, invece, come pratiche di semina alternative e nuove iniziative potrebbero aiutare il settore ad adattarsi meglio ai continui cambiamenti climatici.

Un esempio: il riscaldamento globale potrebbe far sì che nei prossimi decenni l’Europa meridionale diventi troppo calda per produrre vino di qualità, ma anziché spostare le vigne al Nord – rinunciando a caratteristiche essenziali come il terreno, il fotoperiodo e l’esperienza dei vignaioli  – le varietà adatte a luoghi freschi perché maturano velocemente, come per esempio il Pinot Nero e lo Chardonnay, potrebbero essere sostituite da vitigni come il greco Xinomavro o lo spagnolo Monastrell, vitigni che hanno bisogno di estati lunghe e calde per maturare lentamente.

E’ importante anche ricordare che secondo importanti studiosi del panorama vitivinicolo italiano i vitigni autoctoni, soprattutto quelli cresciuti in zone vocate, sanno adattarsi meglio ai cambiamenti: essendo il frutto di un ciclo di selezione di alcune migliaia di anni, attraversano fasi climatiche estreme e per questo hanno accumulato nel loro DNA, per effetto di incroci spontanei e mutazioni, dei tratti genetici che consentono loro di superare condizioni davvero difficili. (di Alessandra Calzecchi Onesti

Un passo in avanti nel processo di valorizzazione di Pantelleria

Un passo in avanti nel processo di valorizzazione di Pantelleria

Pantelleria e la sua viticoltura di tradizione, insieme alle altre coltivazioni tipiche dell’isola, hanno reso il Paesaggio un giacimento unico e identitario. Con l’inserimento nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici del “Paesaggio della Pietra a secco dell’isola di Pantelleria” si compie un altro importante passo avanti nel processo di valorizzazione e promozione dell’agricoltura dell’isola che aveva già avuto lo straordinario riconoscimento UNESCO per la Pratica Agricola della Coltivazione della Vite ad Alberello”. È quanto ha dichiarato Benedetto Renda, Presidente del Consorzio Volontario di Tutela dei vini DOC dell’isola di Pantelleria.

Il tessuto produttivo, ora ha il compito di fare sistema e di aprire nuovi scenari di condivisione e sviluppo che vedano agire insieme singoli agricoltori, piccole aziende e grandi marchi. Il patrimonio storico culturale e naturalistico di Pantelleria, insieme al suo sistema rurale, ai vini passiti, alla coltivazione del cappero e degli ulivi, rappresentano un unicum importante di attrazione per quel turismo enogastronomico e naturalistico che muove, già oggi, centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Il nostro compito è quello di intercettarne i flussi e rendere Pantelleria una meta privilegiata e di alto significato culturale. L’iscrizione di Pantelleria nel Registro – spiega il Presidente Rendaè il risultato importante raggiunto dalle istituzioni dell’isola e non può essere vissuto come una medaglietta ma deve ancora di più convincerci ad aprire un nuovo scenario. Le politiche di convergenza della UE, e il PSR in particolare, devono trovare sull’isola, in Sicilia e nel resto del paese un’unità di intenti che, come avvenuto per il riconoscimento UNESCO, sia in grado di assicurare risultati significativi e diffusi. Il Consorzio Volontario di Tutela dei vini DOC dell’isola di Pantelleria vuole esserne un attore coerente e totalmente consapevole”.

Enoregioni italiane: Ionio Meridionale

Enoregioni italiane: Ionio Meridionale

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione  Calabria è possibile individuare tre enoregioni: Cosentino e Fascia Tirrenica, Crotonese Ionico, Ionio Meridionale. 

IONIO MERIDIONALE

Contrafforti rocciosi e colline di media altura, lunghi arenili di sabbia bianca, fiumare, borghi montani e santuari: è la Riviera dei gelsomini che prende il nome dalla profumatissima coltivazione, tradizionalmente diffusa in tutta la provincia di Reggio Calabria ma in particolar modo in questo tratto di costa del basso Ionio tra Punta Stilo e Capo Spartivento, dove l’aria il gelsomino se la contende con la fragranza delle zagare, del bergamotto e degli eucalipti. Il litorale è scelto dalle tartarughe marine  Caretta Caretta  per la loro nidificazione. La parte montuosa è ricoperta da boschi di faggio, leccio, castagno e dalla tipica macchia mediterranea. Scendendo verso la collina la coltivazione prevalente è quella di uliveti, vigneti e frutteti, mentre nella parte pianeggiante prevalgono gli agrumeti. Consigliati, in Aspromonte, gli itinerari della fiumara Amendolea nell’area Grecanica. La produzione vinicola, circoscritta ai rilievi collinari e argillosi del versante orientale della catena delle Serre e ai brulli e ripidi versanti dell’Aspromonte nel territorio di Bianco, era già molto sviluppata ai tempi della Magna Graecia e poi nel periodo bizantino, come testimoniano nella zona di Ferruzzano, Bruzzano, Caraffa, S. Agata e Casignana, le centinaia di  palmenti (le antiche vasche per la pigiatura dell’uva scavate nella roccia) spesso contrassegnati da croci bizantine,  giustinianee e armene. 

Vini locali. La Strada del Vino e dei Sapori della Locride e la Strada del Vino e dei prodotti tipici del Mediterraneo congiungono un lungo tratto della costa ionica della Locride ai paesi interni che si arrampicano verso l’Aspromonte, caratterizzati dalla presenza di due denominazioni di nicchia. Nel secolo scorso la fama dell’area di provenienza della doc Bivongi, che prende il nome dall’omonimo Comune, era legata alle persone specializzate nell’arte della coltivazione della vite (potatori, innestatori nonché i “maestri” della preparazione del vino), alla produzione di vini robusti  e ai passiti, unici e apprezzati in tutto il comprensorio. Oggi dalle uve da uve gaglioppo, greco nero, nocera, calabrese e castiglione si ricavano un Rosso (anche Riserva e Novello), molto apprezzato per il suo gusto rotondo creato da una equilibrata presenza di glicerina e da una alcolicità contenuta, e un Rosato (vinoso,  asciutto, gradevolmente fruttato). Il Bianco è a base di greco b., montonico b. (da soli o congiuntamente a malvasia b. e ansonica) con una percentuale di guardavalle che conferisce corpo e complessità aromatica al vino. Il raro Greco di Bianco doc è un  passito ricavato da uve (per almeno il 95% di greco b.) che, prima di essere spremute, vengono appassite al sole direttamente sulla pianta oppure su graticci di canne, essiccatoi o bianche rocce roventi, dove subiscono una riduzione che può raggiungere anche un terzo del peso. Il risultato finale ha colore giallo ambrato, profumo di zagara, confettura d’albicocca, miele e arancia candita, sapore dolce,  morbido  e avvolgente, di stoffa elegante e sostenuta. Da fine pasto e da meditazione, è il compagno ideale per formaggi piccanti, pasticceria secca, dolci a base di pasta di mandorle e dessert molto strutturati.

Prodotti tipici. Semplice e austera, dai sapori aspri e decisi che risalgono all’antica civiltà magno-greca, la gastronomia calabra è stata fortemente influenzata nel corso dei secoli dalle abitudini alimentari dei vari popoli che l’hanno abitata (greci, albanesi, latini, normanni, spagnoli) e dalle regioni limitrofe. Tra le eccellenze del territorio: i germogli di pungitopo sottolio, il peperoncino piccante  rinomato in tutta la Regione, la clementina di Calabria igp, i formaggi (caprino dell’Aspromonte e della Limina,  caciocavallo di Ciminà, caciotta di Cirella, pecorino della Locride) e la n’duja, salume cremoso e piccante ottenuto dagli scarti della lavorazione del maiale, da spalmare su bruschette calde o utilizzare come condimento per la pasta. Il bergamotto, agrume tipico della fascia costiera da Scilla a Roccella Jonica dove fruttifica grazie a condizioni pedo-climatiche ottimali e irripetibili, è una pianta rustica, dai fiori bianchi a grappoli e frutti ovoidali color crema dai quali si estrae l’essenza, ingrediente fondamentale di molti prodotti di profumeria, liquoristica e pasticceria. Merita un assaggio anche l’olio extravergine di oliva della Locride, ottenuto dalla locale cultivar grossa di Gerace, fortemente aromatico e dal colore variabile dal verde scuro al giallo oro. Tra i piatti della cucina tradizionale troviamo i maccheroni al ragù di maiale, cavatelli di grano duro (fatti in casa col ferretto) al sugo di capretto,  linguine al sugo di pesce, pasta e fagioli, stufato di capretto con olive  nere e capperi, agnello arrosto con le patate e le dolci cipolle di Tropea, frittelle di bianco mangiare (cioè di “neonata” di pesce azzurro), pesce stocco (stoccafisso) con olive e patate, involtini di pescespada, surici fritti, pane con la giuggiulena (semi di sesamo), melanzane imbottite, peperonata, la sguta pasquale (pane dolce con incastonate all’interno una o più uova intere), i sanmartini (biscotti natalizi preparati con fichi secchi, spezie e agrumi), pignolate, cicerata, copete e il torrone gelato di Reggio Calabria: né torrone né gelato, è un ricco impasto ricoperto di glassa al cioccolato di pezzi di cedro, arancia e mandarino canditi mescolati a mandorle tritate e zucchero fondente di vari colori. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Bivongi, Greco di Bianco

IGT: Calabria, Locride, Palizzi

Bivongi doc_uva castiglione

Greco di Bianco doc

Locride igt

 

Palizzi igt

Calabria igt

XV Rapporto Ismea-Qualivita

XV Rapporto Ismea-Qualivita

Si terrà a Roma martedì 23 gennaio, ore 09,30 la presentazione del Rapporto Ismea-Qualivita 2017, lo studio che analizza lo scenario delle Indicazioni Geografiche nel mondo e riporta a livello nazionale i dati produttivi ed economici delle filiere, elaborando indicatori del loro impatto economico sui vari territori d’Italia:

  • Scenario europeo e italiano delle DOP IGP
  • Dati produttivi dei comparti Food e Wine
  • Focus con valori e impatti economici regionali (novità)
  • Consumi nella GDO
  • Attività di comunicazione dei consorzi
  • Contesto legislativo di riferimento
  • Attività di vigilanza

In occasione del 2018 Anno del Cibo Italiano, la qualità agroalimentare certificata DOP IGP è il comparto che anche forse meglio può rappresentare la peculiarità e la forza delle produzioni nazionali. Lo confermano i numeri di settore analizzati nel Rapporto Ismea-Qualivita, che come ogni anno, grazie alla collaborazione con AICIG, Federdoc, Consorzi di tutela e organismi di certificazione riporta l’analisi e l’interpretazione dei dati socio-economici più significativi del food&wine italiano a Indicazione Geografica.Il Ministro Maurizio Martina concluderà la presentazione commentando i dati del Rapporto 2017.

 

Accrediti: segreteria@qualivita.it – www.qualivita.it/news/modulo-di-accredito-presentazione-xv-rapporto-ismea-qualivita 

Info: Fondazione Qualivita Area Comunicazione – Geronimo Nerli – 339 4835634 – comunicazione@qualivita.it

Vola l’export veneto con la novità biologico

Vola l’export veneto con la novità biologico

Veneto Agricoltura investirà nel settore vitivinicolo un milione di euro nei prossimi tre anni, specie nella sperimentazione presso la propria azienda Diana di Mogliano Veneto-Tv e con un nuovo vigore delle attività presso il CeRVEG di Conegliano, il proprio Centro di Ricerca per l’Enologia e la Grappa. Lo ha annunciato l’ing. Alberto Negro, Direttore dell’Agenzia regionale, in apertura del convegno vitivinicolo svoltosi oggi a Lonigo-Vi presso la Cantina del Gruppo Collis, che ha visto riunito il mondo del vino veneto, di fatto gli Stati Generali, accorso per conoscere tutti i numeri della vendemmia 2017.
Una raccolta che ha prodotto 11.023.000 q di uva, confermandosi in vetta tra le regioni italiane, segnando però un calo del -15,46% rispetto al 2016. Di questi, ben 8.815.000 q (+9,31%) sono costituiti da uve a Denominazione d’Origine (DO), a conferma dell’altissima qualità ormai raggiunta dal vigneto veneto. La riduzione delle rese, dovuta principalmente alle gelate tardive di aprile e alla prolungata siccità estiva, non ha interessato solo il Veneto ma tutti i principali Paesi produttori dell’Unione Europea, a cominciare dalla Francia (-17%), la Spagna (-22%) e la stessa Italia (-26%). Quella del 2017 sarà dunque ricordata come una tra le vendemmie più scarse degli ultimi decenni, ma di buona qualità, e il vino prodotto farà volare ancora più in alto le nostre esportazioni.
L’evento, al quale hanno partecipato circa 150 operatori, promosso da Veneto Agricoltura, Regione e Avepa, è servito per mettere sotto la lente l’ultima vendemmia e approfondire altre importanti tematiche quali l’export e il vino biologico.
Come hanno ricordato i tecnici regionali intervenuti, il Veneto vitivinicolo inteso per macrosistemi vede spadroneggiare il “Mondo Prosecco”, che da solo vale oltre 4,5 milioni di q. di uva, pari al 51,33% delle DO; e il “Sistema Verona” con quasi 2 mln di q. di uva (22,44% delle DO) suddiviso tra Valpolicella con 908 q. di uva (10,3%), Soave (677 q.; 7,67%), Bardolino (235 q.; 2,66%) e Bianco di Custoza (159 q.; 1,81%). Bene anche la Denominazione “Delle Venezie”, new entry nella vendemmia 2017, che ha esordito con ben 1.356 q di uva.
Se consideriamo i volumi imbottigliati, per quanto riguarda le DOCG, il Conegliano Valdobbiadene Prosecco ha superato i 655.211 ettolitri, attestandosi saldamente in cima alla graduatoria; seguono a distanza l’Amarone (111.699 hl; +4,3%), l’Asolo (80.064 hl; +42%), il Colli Euganeo Fior d’Arancio (7.228; +4,9%), e via via tutti gli altri. Per quanto riguarda invece le DOC, è ancora il Prosecco a farla da padrone con 3.297.718 hl (+7%), seguito dal Soave (401.203 hl; +9,1%), Valpolicella Ripasso (207.945 hl; -0,1), Bardolino, Valpolicella, Lugana, Valdadige, ecc.
Nel 2017, la superficie destinata a vigneto nel Veneto ha superato i 91.349 ettari, segnando un +4,7% rispetto all’anno precedente. Anche in questo caso, a dettar legge sono le province di Treviso con 38.625 ha e Verona (28.887 ha), a seguire Venezia (8.703 ha), Vicenza (7.712 ha), Padova (7.030 ha), Rovigo (242 ha) e Belluno ( 147 ha). Le uve a bacca bianca (72%) hanno ormai surclassato quelle a bacca nera. Il numero di aziende vitivinicole nel Veneto è leggermente calato, attestandosi sui 29.670, ma il “miracolo vinicolo” continua ad essere sotto gli occhi del mondo intero. Gli esperti regionali hanno ricordato, infatti, cha la nostra regione si conferma la quarta potenza mondiale in fatto di esportazioni: nei primi 9 mesi del 2017 ha segnato un +6,4% rispetto al corrispettivo periodo dell’anno precedente, quando aveva superato i 2 miliardi di euro in valore (pari al 35,6% del totale nazionale); solo il Prosecco vale 549 milioni di euro (Regno Unito 38,6%; Stati Uniti 23,7%, Germania 5,3%).
Per quanto riguarda invece l’affermazione del vino biologico, un fenomeno in crescita costante, gli esperti di Veneto Agricoltura hanno ricordato che nella nostra regione la superficie bio ha segnato un +192% dal 2009 al 2016.

Info: www.venetoagricoltura.org

Enoregioni italiane: Crotonese Ionico

Enoregioni italiane: Crotonese Ionico

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione  Calabria è possibile individuare tre enoregioni: Cosentino e Fascia Tirrenica, Crotonese Ionico, Ionio Meridionale.

 CROTONESE IONICO

Estesa tra il  Mar Ionio  e i  Monti della Sila, l’enoregione si caratterizza per il paesaggio multiforme, dalle alture presilane agli incantevoli litorali. Un ambiente sub-tropicale che oltre i 900 mt cede il posto al vasto massiccio silano, coperto dalla neve per buona parte dell’anno e ricco di acque, boschi e radure. In tutta l’area, tutelata dal Parco Nazionale della Sila e valorizzata dalla Strada del Vino dei Saperi e dei Sapori, si ammirano grotte carsiche, percorsi sotterranei che sfociano in ampie caverne, ville romane, antichi insediamenti rupestri, castelli feudali e castra bizantini. Anche qui risiede una piccola comunità arbëreshë. Nell’entroterra, a nord dell’oasi naturale della foce del fiume Neto, i terreni argillosi di bassa montagna e alta collina, ricchi di calcare ed esposti a venti di tramontana e scirocco, danno vita ai tipici ed interessanti bianchi e rossi della doc Melissa, mentre lungo la fascia costiera, che da Cirò Marittima arriva a Capo Rizzuto, i suoli prevalentemente sabbiosi e le particolari condizioni climatiche (piogge concentrate nel periodo invernale ed elevate escursioni termiche tra il giorno e la notte) favoriscono la coltivazione, spesso ancora ad alberello basso, di uve a bacca rossa come il gaglioppo, autoctono di antichissima storia in grado di resistere alla siccità. Tra gli altri vitigni locali: greco di bianco, nocera, nerello mascalese, cappuccio, mantonico, malvasia, prunesta, magliocco canino, guarnacca.

Vini locali. Il Cirò doc è forse il rosso più famoso della regione, il vino Krimisa che veniva offerto ai vincitori delle antiche Olimpiadi, considerato fino a tutta l’epoca moderna uno degli elementi caratterizzanti l’economia di una Calabria felix, prospera e fertile. Dal colore rubino, con profumo intenso di confettura e spezie e dal sapore secco e corposo, equilibrato, poco tannico e vellutato con l’invecchiamento, è disponibile anche con la menzione Classico e nella tipologia Riserva. Consigliato l’accostamento con arrosti, capretto, formaggi stagionati, cacciagione e selvaggina. Con lo stesso uvaggio (gaglioppo minimo 80%) si produce il Rosato, fresco, delicato e vinoso, adatto a  primi piatti con sughi di verdure, antipasti saporiti, pesce e carni bianche. Il Bianco (greco bianco minimo 80%), giallo paglierino più o meno intenso con eventuali riflessi verdognoli, aromi leggermente floreali con note di miele di agrumi e caratteristico sapore da secco ad abboccato, accompagna antipasti di verdure, paste asciutte, tonno e pesce spada, piatti a base di uova. Molte le ipotesi sull’origine del nome della denominazione Melissa, da alcuni attribuito alla parola greca che significa “dolce” in contrapposizione al nome del Cirò che sempre in greco starebbe ad indicare l’“aspro”. Il colore dal rosato carico al rosso rubino trasparente del Rosso (da gaglioppo, greco n. e b., trebbiano toscano e malvasia bianca), acquista riflessi aranciati nella variante Superiore, dall’odore intenso e persistente e il sapore  asciutto, robusto  e vellutato, ideale con salumi e formaggi locali, piatti a base di funghi, capretto alla brace, trippa con patate, cacciagione e selvaggina. Si sposa bene con risotti, pesce alla griglia, torte di verdura e caciocavallo silano poco stagionato il tipo Bianco, dalle sfumature dorate, sapore asciutto e delicato e profumo vinoso con note fruttate e floreali.

Prodotti tipici. Diffusi negli incolti e nelle boscaglie fino ai 1400 mt si trovano l’origano, che caratterizza molti piatti della cucina regionale (sughi, carni, olive, insalate), e il finocchietto selvatico (particolarmente apprezzato quello di Isola Caporizzuto): i germogli destinati alle minestre, i semi per aromatizzare insaccati, sottoli e uno stimolante digestivo. Assai pregiati salumi (capocollo, pancetta, salsiccia e soppressata di Calabria dop) e formaggi (caciocavallo silano dop, abbespata, butirri, pecorino con il pepe, ricotta crotonese), spesso rafforzati da pepe o peperoncino. Popolarissima la pitta, ciambella dal buco molto accentuato, per utilizzare una limitata quantità di companatico quando la carne era un alimento raro, e variamente farcita, come la pitta ccu maiue (fiori di sambuco e pezzettini di grasso di maiale) o ccu sardi (sarde e origano). La mustica, il cosiddetto caviale dei poveri, è preparato con giovanissime sardelle pestate insieme a tanto peperoncino. Molto usati in cucina anche i peperoni topepo, a forma di ciliegia ma ben più grossi e di piccantezza assai variabile, e l’extravergine Alto Crotonese dop, ricavato dalla carolea, buona pure da mensa sotto sale e peperoncino. Tra le specialità: alici arriganate, metiturisca (tipica del periodo della mietitura, con ditaloni, pomodori, cipolla e ricotta affumicata), quadaru (zuppa di mare servita con pane casereccio e separata dal sugo piccantissimo, che solo all’atto della consumazione viene rimescolato al pesce), stigliole (intestini di capretto da latte cotti con pomodoro e peperoncino), trippa con il diavolillo, capretto ripieno, melanzane (a scapece, alla cioccolata, alla regina, alla rotese, alla ciambotta), sagne chine (strati di pasta alternati con spicchi d’uova sode, mozzarella, polpettine, carciofi), millecosedde (minestra di fave, ceci, cicerchie, fagioli bianchi, lenticchie, verze, cipolle, sedani, funghi, pasta e pecorino), pasta di mandorle, bocconotti con marmellata d’arance, pitta ccu passuli (sfoglia profumata con vincotto e spezie, ripiena di frutta secca e arrotolata a formare un cerchio di roselline) e le lucide nepitelle pasquali, dalla forma di occhio chiuso (dal lat. nepitedum, palpebra), farcite di frutta secca e candita. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Cirò, Melissa, Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto

IGT: Calabria, Lipuda, Val di Neto

Cirò doc

Val di Neto igt_ Librandi

Lipuda igt

Calabria igt

Melissa doc_greco bianco

Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto doc _gaglioppo

La Cantina, la “madre del vino”

La Cantina, la “madre del vino”

E’ disponibile, nella sezione Studi e Ricerche  del sito dell’Associazione nazionale delle Città del Vino, un approfondito lavoro di ricerca realizzato tra il 1999 e il 2003 dall’Architetto Edoardo Venturini (ideatore e fondatore di “Cantine fatte ad Arte”) sull’evoluzione storica e tecnologica della “Cantina” e nello specifico su 15 cantine della Marca Trevigiana. Lo studio, dal titolo “La Cantina: storia, ambiente e progetto. Quindici cantine della Marca“, costituisce oggetto di una Tesi di Laurea (Relatore Arch.  Maurizio Schembri,  Istituto  Universitario  di  Architettura  di Venezia) finalizzata a cercare soluzioni per riadattare alla contemporaneità le strutture enotecniche prese in esame e tramandarne la storia riassegnando loro un posto nel panorama produttivo vitivinicolo.

Villa Romana di Marina di Lugugnana, Portogruaro (Venetia)_grande vasca di vinificazione

Le aziende analizzate sono localizzate nell’area che comprende geograficamente quelle che oggi sono le docg Conegliano Valdobbiadene – Prosecco e Colli di Conegliano e le doc Prosecco, Montello-Colli Asolani e Piave: Abbazia di Vidor del Conte da Sacco – VidorCastello di Roncade del Barone Ciani Bassetti – RoncadeVilla di Maser dei Conti Luling Buschetti – MaserAntiche Cantine (Bressa) Amistani di Guarda Villa Guillion-Mangilli – PederivaRechsteiner dei Baroni Stepski Doliwa – Piavon di Oderzo, Villa Ronche del Conte Brandino Brandolini d’Adda- CordignanoBianchi de Kunkler dei Baroni Kunkler – Mogliano VenetoCantine Giuseppe Geronazzo & C. – SolighettoCollalto Giustiniani Cecilia – Monastier, Conte Loredan-Gasparini – VenegazzùTenuta Bonotto delle Tezze – Tezze di PiaveCantine Giol – San Polo di PiaveCantina Adamo Canel s.a.s – Col San MartinoConte Collalto – SuseganaGregoletto Luigi – Premaor di Miane.

Assunto di partenza della tesi è la consapevolezza che le produzioni agricole e in particolare i vigneti coltivati, la loro cura e un loro corretto sfruttamento produttivo, sono gli unici fattori che possono contrastare il degrado delle colline trevigiane, tutelando l’aspetto paesaggistico-ambientalista del bene e favorendone una valorizzazione turistica a 360 gradi. A partire dal rispetto delle tradizioni colturali e dei sistemi d’impianto dei vigneti, preziosi strumenti per garantire la stabilità geomorfologia, geologica e idrogeologica dei suoli, fino al compito che, soprattutto in questi ultimi tempi, le opere e i monumenti storici spalmati nelle campagne e nei colli si sono ritagliati nell’ambito dell’enoturismo.

Tinaia ad una fila di tini in legno (Mina G., 1892)

Ma l’aspetto particolarmente interessante del lavoro  è l’attenzione posta a quella che Giuseppe Mina nel 1892 chiamava la “madre del vino” e cioè la cantina, una “struttura” che per un lungo periodo tempo è stata espropriata dalle molte delle funzioni che svolgeva a causa della operazione di meccanizzazione che nel corso del Novecento ha portato sulla scena enotecnica nuovi impianti e soprattutto nuove cisterne vinarie autoregolanti. Mentre le apparecchiature e la meccanizzazione delle cantine progredivano ed avanzavano tecnologicamente, la cantina vinicola rimaneva priva di ogni interessamento tecnologico-costruttivo e soprattutto di dignità architettonica. Questa  insidiosa “crepa” tra l’impiantistica enologica e la cantina vinicola, presente anche in altri paesi europei, ha portato tra l’altro a quel continuo depauperamento delle campagne inflitto dalle migliaia e migliaia di capannoni in “stile” industriale che invadono i vigneti con la presunzione di rapportarsi ai celebri modelli delle cantine moderne.

Al contrario le nuove costruzioni enotecniche, dovrebbero essere realizzate nel rispetto delle tradizioni costruttive rurali locali (adoperando i materiali del luogo, i colori predominanti del sito, ecc.) e valorizzare anche gli aspetti dell’accoglienza, dei confort garantiti, dei servizi pubblici assicurati, dell’accesso alle informazioni, del gradimento dell’aspetto storico e architettonico della cantina, per costruirequel mix ottenuto da vino-paesaggio-gastronomia-arte che aumenta spaventosamente il valore del prodotto.

Basandosi su questi presupposti e distinguendo tra costruzioni antiche ancora in attività (a questo scopo sono state rilevate edifici che spaziano temporalmente dall’anno 1106 all’anno 1904) e cantine di nuova costruzione,  la tesi ipotizza  altrettanti e diversi interventi che tengono conto di tutte le problematiche del sito, del paesaggio, dell’ambiente, della struttura edilizia, delle regole costruttive, dell’impiantistica, della sicurezza e dell’igiene.

Schizzi progettuali Cantina Villa di Maser (TV)_arch. Edoardo Venturini)

Le architetture del vino sono peraltro un ambito di forte interesse per l’Associazione nazionale delle Città del Vino, che ha tra l’altro sostenuto fin dal suo avvio il progetto “Toscana. Wine Architecture”, un circuito di 25 cantine d’autore e di design, contemporanee per le loro strutture e per lo spirito culturale che le anima.  Senza dimenticare che anche in molte altre regioni italiane – Piemonte, Trentino, Veneto, Campania, solo per ricordarne alcune – grandi maestri dell’architettura del XX secolo hanno adottato, nella costruzione delle cantine, linee progettuali innovative.

E’ evidente, infatti, che il rinnovato rapporto estetico fra spazio di produzione e prodotto lavorato, l’introduzione della bioarchitettura, un utilizzo sostenibile delle risorse (riduzione dei consumi energetici, uso dei materiali locali, controllo tecnologico attraverso centrali informatizzate intelligenti) e la riduzione dell’impatto visivo attraverso sistemi di verde e l’integrazione con il paesaggio, contribuiscono ad offrire un qualificante biglietto da visita non solo delle aziende, ma di tutto il territorio circostante. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

Cantine d'autore
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Biodiversità agricola al Rural Market di Parma

Biodiversità agricola al Rural Market di Parma

Con il mese di gennaio riprendono al Rural Market di Borgo Giacomo Tommasini 7 a Parma gli appuntamenti dedicati alla biodiversità agricola del territorio tosco-emiliano. Quella biodiversità che ormai i parmigiani, e non solo, hanno imparato a conoscere sia facendo spesa nel negozio, che ogni giorno propone materie prime stagionali genuine e rare delle aziende agricole Rural, sia attraverso i due Rural Festival settembrini a Rivalta di Lesignano de’ Bagni (PR) e a Gaiole in Chianti (SI). Dove i protagonisti sono gli agricoltori e gli allevatori custodi, guidati dalla passione per la salvaguardia di prodotti della terra e di razze animali a rischio di estinzione, che hanno un forte legame con il territorio, oltre a un’ottima qualità. Piccole realtà emiliane e toscane che periodicamente si presentano al pubblico tramite gli incontri organizzati al Rural Market il sabato mattina dalle 10.30 alle 12.30 con approfondimenti e assaggi.

Il primo appuntamento dopo le Feste è quindi per sabato 20 gennaio con Enzo Melegari, docente dell’istituto tecnico agrario di Parma e uno dei maggiori esperti di piante da frutto dell’Emilia, che parlerà di quei tanti frutti dimenticati del territorio parmense, svelando proprietà e ricette di una volta che si sono tramandate nel tempo e aneddoti che non smettono di meravigliare ogni volta che vengono raccontati. A breve verrà comunicato il calendario con i prossimi incontri.

 

Il Rural Market è aperto dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 13.30 e dalle 17 alle 20. Chiuso la domenica e il lunedì. Info: www.rural.it

Incontri con il paesaggio

Incontri con il paesaggio

Nell’ambito dell’attività didattica del corso di laurea magistrale interateneo in ‘Progettazione delle aree verdi e del paesaggio’ tra l’Università degli Studi di Torino, il Politecnico di Torino, l’Università degli Studi di Genova e l’Università degli Studi di Milano, si terranno – giovedì 18 gennaio e giovedì 25 gennaio alle ore 17.30 presso l’aula 10V del Castello del Valentino in Viale Pier Andrea Mattioli 39 a Torino – i primi due seminari del 2018 del ciclo di ‘Incontri con il paesaggio’.

18 gennaio 2018

Relatori: Prof. Michael Jakob e Arch. Ing. Maria Cristina Petralla

Titolo: Taranto. Uno, nessuno, mille futuri possibili

Abstract: Taranto, città dal grandioso e nobile passato, si trova negli ultimi anni ad essere nuovamente al centro delle attenzioni sebbene per questioni tutt’altro che entusiasmanti: inquinamento, mancanza di lavoro, disagio e malattia.

Sui giornali si susseguono notizie sempre più controverse che aiutano solo ad aumentare la preoccupazione al riguardo e a confondere le idee. Nel corso di questi eventi nel 2017, fra polemiche e dubbi, entusiasmi e speranze, è stato proclamato il vincitore del concorso #Opentaranto. Con lo scopo di avviare una riflessione sulla Città Vecchia, Invitalia ha avuto il compito di guidare una competizione di respiro internazionale che ha visto le partecipazione di gruppi provenienti da tutta l’Italia e l’Europa.

Il progetto vincitore (MATE Società Cooperativa et alii), estremamente strutturato nei contenuti a fronte di un messaggio molto diretto, ha la forza di interpretare in maniera multiscalare e multidisciplinare la complessità oggettiva della situazione. Questo ci permette di riflettere in maniera profonda su come si possa ritessere un futuro differente per Taranto e su quale debba essere la strada da percorrere, i passi, le potenzialità e i rischi. Ma, soprattutto, offre la possibilità di interrogarci sul senso stesso del pensiero progettuale nell’attualità, su come debba evolvere in funzione di una realtà in così veloce mutamento, su come si caricano le priorità e su quanto e in che maniera il lavoro dei professionisti possa intervenire in situazioni di tale complessità. In questa cornice il paesaggio e l’approccio paesaggistico si caricano di nuovi significati e responsabilità.

25 gennaio 2018

Relatori: Prof. Biagio Guccione con la partecipazione di Arch. Paolo Pejrone e Arch. Ferruccio Capitani

Titolo: Maestri di paesaggistica per una paesaggio di qualità

Abstract: Una vita dedita alla Paesaggistica. Esperienze e idee di 20 figure di primo piano (10 straniere e 10 italiane) per scoprire un’affascinante disciplina, dai confini labili e dai contenuti suggestivi.

La fortuna di una disciplina dipende da chi si adopera nella pratica; dunque, tanto più sono coloro che si dedicano ad essa con impegno, passione ed intelligenza, tanto più la Paesaggistica sarà apprezzata. Essa è fra le attività emergenti nel panorama professionale del nostro Paese e di tutta l’Europa. Se finora essa è stata una professione poco praticata, se ne prospetta un futuro più fecondo e fertile; di essa non possiamo prefigurare quanto si espanderà. In ogni caso, una cosa è certa: negli ultimi decenni si è costruito molto, in ogni dove: vicino alle città, in campagna, in montagna, lungo le coste ed anche a ridosso di ecosistemi fragili. Nella consapevolezza che nessuna norma, nessuna regola, nessun vincolo può garantirci un’evoluzione corretta delle trasformazioni del Paesaggio, dobbiamo auspicare la nascita di un grande numero di paesaggisti preparati e avvertiti. Cominciare a conoscere alcuni di loro è un primo e fondamentale passo!

Gli incontri sono accreditati presso l’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali.

E’ necessario effettuare la prenotazione inviando una mail di conferma a: andrea.vigetti@unito.it

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