+39 0925 940217 info@itervitis.eu
Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo

Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo

Nel 2016 il primo premio  del Concorso Letterario degli Ambasciatori delle Città del Vino è stato assegnato al libro “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo (a cura di Flavia Cristaldi e Delfina Licata, ed. Bruno Mondadori, 2015), presentato nella sezione “Storia vitienologica internazionale”.

Il volume, che racconta il profondo legame tra il vino e gli italiani all’estero, è il frutto di uno studio coordinato dalla Fondazione Migrantes, dalla Società Geografica Italiana e dal Dipartimento di Scienze Documentarie Linguistico, Filologiche e Geografiche – Sezione di Geografia dell’Università La Sapienza di Roma. La ricerca, condotta in 19 Paesi, dall’America all’Africa, dall’Australia alla più vicina Europa, nasce da un’idea di Flavia Cristaldi, docente di Geografia delle Migrazioni, che si  e avvalsa della competenza di geografi, sociologi, agronomi, winemakers, demografi, architetti e giornalisti, per  raccogliere storie e testimonianze di famiglie e di territori segnati dal vino disseminate in terre vicine e lontane.

Nei secoli, riempiendo le valigie di barbatelle e talee con cui iniziare una nuova vita, gli italiani hanno raggiunto ogni angolo del pianeta dove piantare una vite significava seminare una parte del luogo natio e ricostruire un senso di protezione e appartenenza riproducendo i sapori e le tradizioni della regione d’origine. Combattendo contro la nostalgia, la povertà, le difficoltà dell’integrazione, l’aridità del suoli e la durezza del clima, il lavoro di uomini e donne lontani da casa ha contribuito  allo sviluppo dei Paesi di arrivo addomesticando paesaggi e producendo vini di eccellente qualità, oggi famosi in tutto il mondo.

La lettura ci offre un affascinante viaggio intorno al mondo dove si intrecciano  gli aneddoti più vari: dalle donne che mimetizzavano i tralci nelle gabbie delle galline per superare i controlli in Tunisia (dove forte era la resistenza francese ad avere concorrenza in materia enologica) alle pergole fatte dai nostri connazionali coi tubi del gas dismessi nella città di Toronto e al ruolo inedito dei missionari come divulgatori del sapere vinicolo, indotti dalla necessità di celebrare Messa e confezionare vino in ogni dove.

Un viaggio che aiuta a richiamare alla memoria, togliendola dall’oblio, la storia di un Paese e dei suoi milioni di emigranti che, con sacrificio e tenacia, hanno conquistato davvero il mondo diffondendo una tradizione tipicamente italiana e creando, attraverso il vino, legami visibili e invisibili tra popoli e culture in uno scambio ed arricchimento reciproco di saperi, linguaggi e valori.

Ma soprattutto un viaggio che stimola la curiosità del lettore alla ricerca di tutte le  interconnessioni tra mobilità, tradizione, fede, storia, cultura, economia e politica che possono nascere lungo questo cammino, mai così attuali come in questi anni in cui assistiamo alle peregrinazioni dolorose e massicce di uomini, donne e bambini che oggi si trovano ad affrontare le stesse speranze e le stesse  difficoltà (spesso con esiti drammatici) che ieri abbiamo dovuto affrontare noi italiani. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

Scheda volume 

Presentazioni Nel solco degli emigranti

Dall’Europa al Brasile: la cultura del vino non ha confini

Dall’Europa al Brasile: la cultura del vino non ha confini

Siamo tutti figli di immigrati, siamo tutti figli di emigranti”: così il Professor Attilio Scienza sintetizza lo scambio di bevande, cibi e culture alimentari come espressioni centrali della diversità che gli immigrati hanno portato dall’Italia nel mondo, nel paragrafo “Il  contributo dell’emigrazione italiana nello sviluppo delle viticolture delle Americhe” del bellissimo libro  “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo” (a cura di F. Cristaldi e D. Licata, Bruno Mondadori, 2015). Ne abbiamo già parlato, anche perché vincitore nel 2016 del Primo Premio della seconda edizione del Concorso Letterario degli Ambasciatori delle Città del Vino e nel 2017 del riconoscimento OIV per  la categoria “Monografie e Studi specializzati”, ma ne torniamo a parlare perché la rete delle Città del Vino sta per accogliere  tra le sue fila Bento Gonçalves, la “Capitale Brasiliana dell’Uva e del Vino”, e il volume  riserva un intero capitolo, firmato da Flavia Cristaldi, al “sud del Brasile tra vigne e dialetti italiani”.

Situata nello stato Rio Grande do Sul, Bento Gonçalves è un comune di oltre centomila abitanti incastonato nella celebre Valle dei Vigneti, considerata la culla della vitivinicoltura in Brasile e prima regione ad ottenere l’Indicazione e la Denominazione d’Origine per i suoi vini. Intorno alla città –  che ospita una delle quattro  Facoltà brasiliane di Vinicoltura  per la formazione di enologo (le altre si trovano a São Roque,  Petrolina e Pelotas), cui si aggiungono più di 50 scuole di formazione per sommeliers – prosperano le cantine fondate da immigrati italiani che, giunti nella regione intorno al 1875, hanno gradualmente trasformato lembi di foreste impenetrabili in paesaggi addomesticati, impiantando vigneti da cui ancora oggi nascono uve destinate alla produzione di ottimi vini e succhi naturali. Il periodo migliore per visitare la regione è tra dicembre e marzo, quando le viti sono cariche di uva, si organizzano le raccolte e le cantine organizzano visite guidate da enologi e degustazioni. Tra le tante ricordiamo Cantina Aurora, Casa Valduga, Famiglia Tasca, Miolo, Don Laurindo e Dal Pizzol.

Fu proprio tra le colline dell’altopiano basaltico del Rio Grande do Sul, lungo i pendii  delle valli incise dai fiumi e ricoperte da una fitta foresta, che alla fine dell’Ottocento si insediarono migliaia di veneti, lombardi, trentini e friulani fuggiti dalla miseria. Ottenuta da pochi anni l’indipendenza dal Portogallo, il  Brasile aveva iniziato a portare avanti una politica di colonizzazione con l’intento di attirare individui di pelle bianca e religione cattolica. Dopo una prima ondata tedesca, furono gli italiani (quasi un milione, interi villaggi e famiglie) ad arrivare in massa e nel giro di poco tempo venire assoldati come artigiani e contadini da alcuni imprenditori locali, che fiutando lauti guadagni, assicuravano loro la possibilità di diventare piccoli proprietari terrieri. Tentando di superare con il duro lavoro le diverse condizioni climatiche e ambientali, impiantarono le varietà di Vitis vinifera che avevano nei cortili delle loro case o nei campi, ma poi si accorsero che quelle coltivate dai coloni tedeschi (soprattutto quelle rustiche di origine americana: Isabella, Francese nera e Catawba)  meglio si adattavano. Così portandole dalla pianura alle alture della Serra, ridiedero vita alla vinificazione gettando le basi di un lento ma costante processo di rinnovamento e qualificazione delle cantine e dei vini brasiliani.

L’importanza economica, sociale e culturale delle pratiche vitivinicole presenti nella Serra Gaucha hanno spinto le amministrazioni locali verso azioni di valorizzazione di tale patrimonio anche con l‘obiettivo di aumentare il flusso turistico, dai singoli monumenti (come la botte all’entrata di Bento Gonçalves) ai percorsi tra i vigneti (come il “Caminhos de Pedra” o la “Vale dos Vinhedos”), mentre dalla collaborazione tra province italiane e comuni del Rio Grande do Sul stanno nascendo, grazie anche ai finanziamenti dell’Unione Europea, progetti di itinerari enoturistici che riconoscano le valenze storiche e culturali dell’emigrazione italiana e le preservino dall’oblio.

Uno dei più importanti patrimoni dell’Italia nel mondo del vino in Brasile è, peraltro, il Taliano (italiano senza “i”), una lingua parlata da 500.000 persone ogni giorno in 133 comunità in 4 stati brasiliani (è  la seconda più parlata in Brasile), risultato della fusione di dialetti come il Veneto, il Trentino e il Tuscan – portati dagli immigrati italiani prima dell’unificazione dell’Italia –  con quelli portoghesi e spagnoli. Molto interessanti in proposito gli articoli del giornalista Rogerio Ruschel pubblicati sul suo blog “In Vino Vijas“.

In questo contesto spiccano le iniziative dell’azienda Dal Pizzol, cui dedichiamo un particolare spazio attingendo al racconto della Cristaldi che è andata ad intervistare il titolare,  Rinaldo, erede di una famiglia “vocata” al vino da 13 generazioni (sette in Veneto e sei in Brasile) e fortemente impegnato nella valorizzazione di una conoscenza vitivinicola che deriva dai suoi antenati.

Con un intento didattico Rinaldo Dal Pizzol ha, infatti, realizzato un piccolo “Ecomuseu da Cultura do Vinho”: l’area, che copre complessivamente 80mila metri quadrati, comprende laghi e zone verdi e mira a consolidare la tradizione secolare e millenaria della civiltà del vino nella regione di Serra Gaúcha con la ricostruzione di un esempio di vigneto realizzato dai primi migranti italiani e l’esposizione di molti oggetti personali delle famiglie, utensili e attrezzature del lavoro, foto, documenti e centinaia di bottiglie di vini locali e stranieri. Nell’ecomuseo trovano, inoltre, posto circa 400 varietà di uve provenienti da 30 paesi, il “Vinhedo do Mundo”,  considerato una delle tre più grandi collezioni di uve private del pianeta, la più grande in America Latina. “Il Vigneto Mondiale – dice Dal Pizzol, presidente dell’omonimo Istituto che gestisce il Vinhedo do Mundo è un simbolo e un messaggio di fraternità e solidarietà umana che solo la cultura del vino e le sue implicazioni filosofiche sono in grado di esprimere”. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

 

LA VALLE DEI VIGNETI

Con 600 mila visitatori l’anno e i suoi tour enogastronomici, la “Vale dos Vinhedos” rappresenta oggi un punto di riferimento nel settore del turismo brasiliano.

Da Porto Alegre inizia un itinerario che collega le zone rurali dei municipi di Bento Gonçalves, Farroupilha e Monte Belo do Sul: è la Serra Gaucha, chiamata anche “La  Strada del Vino e dell’Uva”, lungo la quale è possibile visitare piccole proprietà rurali convertite in aziende vinicole, ristoranti, negozi di artigiani e laboratori artistici. Tra una degustazione in cantina e l’esperienza di produrre il vino, si possono fare escursioni di ogni genere, dal rafting lungo gli spettacolari fiumi alle esplorazioni in jeep, a piedi o a cavallo.

Vale Trentino”, tra Caxias do Sul e Farroupilla, si caratterizza per gli stretti legami con l’immigrazione italiana sotto l’aspetto della religiosità (l’itinerario tocca ben 15 cappelle, una delle quali dedicata a Nostra Signora di Salete, santo patrono degli agricoltori) e della produzione vitivinicola, con  numerose  aziende vinicole dove si possono trovare vini e spumanti della nostra tradizione.

Il “Caminhos de Pedra” è un percorso turistico di 12 km che attraversa paesaggi mozzafiato  tra le case costruite in pietra dagli immigrati italiani che vi si stabilirono all’inizio del secolo: Bento Gonçalves si trova infatti su una fuoriuscita di basalto e quindi la pietra era la materia prima abbondante e libera a loro disposizione. Qui tra i discendenti di quegli immigrati sono ancora vive cultura, abitudini e attività artigianali.

Un discorso a parte merita, poi, la bucolica e ospitale città di Garibaldi, molto conosciuta per essere la capitale dello champanhe, le bollicine brasiliane, e che accoglie i suoi visitatori con una gigantesca (è alta 8 metri) bottiglia di spumante  e un cartello di benvenuto che recita “Un brindisi al tuo arrivo”.

Info: www.valedosvinhedos.com.br – www.turismobento.com.brwww.turismogaribaldi.com.br

 

 

I NUMERI DEL VINO IN BRASILE NEL 2015

32 mln di litri di concentrato di succo d’uva

10.000 ettari di vitis vinifera

32.000 ettari di uva americana o ibrida

30.000 ettari di uve da tavola

1.100 cantine di cui il 90% sono piccole e medie imprese

20 mln di litri di vino pregiato

20 mln di litri di spumante

80 mln di litri di vino importato

5 mln di litri di spumante importato

110 mln di litri di succo d’uva pronto da bere

(Fonte: Ivane Fàvero, “Esperienze di successo nel confronto tra vecchio e nuovo mondo. La rete Aenotur”, in occasione del “Simposio Europeo sull’Enoturismo: Marketing e redditività d’impresa” organizzato dall’Associazione nazionale Città del Vino a Torgiano-PG, il 23 Giugno 2017)

 

AENOTUR, L’ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DELL’ENOTURISMO

Nata nel 2014 a Cambados (Galizia, Spagna),  l’Associazione Internazionale del Turismo del Vino è un’organizzazione senza scopo di lucro incentrata sullo sviluppo e la promozione del turismo del vino in tutto il mondo. È costituita da comuni ed enti di gestione, che collaborando in rete danno vita ad un osservatorio internazionale sull’enoturismo.

Tra le prime adesioni quattro municipi brasiliani (Bento Gonçalves, Farroupilha, Flores da Cunha, Garibaldi), che sono entrati a far parte di AENOTUR accanto ai soci fondatori: il Comune di Cambados (socio ACEVIN, l’associazione delle città del vino spagnole, e Iter Vitis), il Comune di Viana do Castelo (socio AMPV, l’associazione delle città del vino portoghesi), la Prefettura comunale di Garibaldi (Brasile) e la  Federazione Europea Iter Vitis.

Durante il Congresso Europeo dell’Enoturismo e Assemblea dell’Aenotur – realizzati a Torgiano, in Umbria, lo scorso giugno è stata eletta presidente la brasiliana Ivane Fávero, già vice-presidente di Aenotur per l’America Latina,  consulente nel settore turistico  e  responsabile del Convivium di Slow Food Primeira Colonia Italiana.

La nuova direzione dell’Aenotur è formata, inoltre, dal  vice-presidente José Calixto (rappresentante portoghese di Recevin, la Rete Europea delle Città del Vino) e dal segretario generale Jose Arruda, rappresentante dell’Associazione dei Municipi del Vino Portoghesi (AMPV).

Info: www.aenotur.org

vistamontes_Brasile

invinoviajas_veneto-trentino-e-toscano-veja-como_1

garibaldi8650

cantinas-historicas_pousada-casa-de-pedra_Brasile

cantinas-historicas_dal-pizzol_Brasile

Caminhos de Pedra_Brasile

amp_dalpizzol_ecomuseu-morio muskat

amp_dalpizzol_ecomuseu-cabernet

amp_dalpizzol_ecomuseu-arinto

amp_dalpizzol_ecomuseu-04

amp_dalpizzol_ecomuseu

Le vie dei palmenti

Le vie del vino

I palmenti, generalmente di forma rettangolare o circolare, sono costituiti da vasche scavate nel banco tufaceo o in blocchi di roccia, in molti casi vulcanica. Il nome deriva dal latino palmes palmitis, tralcio di vite, o da paumentum, l’atto di battere, pigiare. Utilizzati sia per la pigiatura dell’uva sia per la fermentazione dei mosti, ne esistono di vari tipi: alcuni a vasca singola, altri a doppia vasca comunicante, altri ancora (ma sono più rari) a tre vasche. Come attestano fonti storiche, il termine palmentum si trova in numerosi documenti medievali del IX e X secolo dell’Italia meridionale, accanto a quello di trapetum, suo omologo per l’estrazione dell’olio.

Questa particolare categoria di evidenze legate ai processi di lavorazione delle uve è presente in molti Paesi dell’area del Mediterraneo (Armenia, Bulgaria, Cipro, Corsica, Francia, Italia, Malta, Spagna, Israele, Mauritania) e rappresenta una preziosa testimonianza delle trasformazioni virtuose dei paesaggi agrari ad opera dell’uomo. I palmenti raccontano la storia della civiltà contadina e pastorale, legata ad una cultura trasmessa oralmente che non ha lasciato testimonianze scritte; illustrano il lavoro e le tecniche di trasformazione dell’uva, dall’età protostorica sino ai nostri giorni, contribuendo alla riscoperta di vitigni di antica origine.  

Tali manufatti sono stati individuati in gran parte dell’Italia: dalla Liguria (San Lorenzo, Ventimiglia, IM), all’Emilia Romagna (zone appenniniche), alle Marche (San Leo, PU), alla Toscana (Sansepolcro, AR; Abbadia San Salvatore, SI; Vitozza, GR; Isola del Giglio, GR; Isola d’Elba, LI; Isola di Capraia, LI), al Lazio (molte località delle Province di Viterbo e di Roma), alla Campania (Isola di Ischia), alla Basilicata (Pietragalla, PZ), alla Calabria (Ferruzzano, RC; Bruzzano, RC; Caraffa del Bianco, RC; S. Agata, RC; Casignana, RC) e alla Sicilia (Montalbano Elicona, ME; Camastra, AG; Motta, ME;  Moio Alcantara, ME).

La via Flaminia in Umbria

La strada attraversa vari centri, divenuti poi municipi romani. L’itinerario comprende le aree archeologiche di Otricoli e Carsulae poi Narni, Massa Martana, Bevagna, Nocera Umbra, Sigillo, Spoleto e Trevi. Da non perdere, poi, i resti della villa di Plinio con annesse strutture per la lavorazione e lo stoccaggio del vino nel comune di San Giustino Umbro.

Via Cassia (171 a.C.)

Via Cassia (171 a.C.)

 Le vie del vino

 

La grande via che collegava Roma alla Liguria, attraverso l’Etruria interna, offre al visitatore la possibilità di un compiere un viaggio nel tempo, dalla Roma repubblicana ed imperiale alla Toscana medievale e rinascimentale, attraversando zone di rinomata tradizione vitivinicola come il Lago di Bolsena con Montefiascone la Val d’Orcia, il Chianti e le colline della Maremma Grossetana. 

 La prima parte del percorso, che iniziava dalla Porta Fontanalis delle Mura Serviane, era comune con la via Flaminia, da cui si separa dopo Ponte Milvio, e con la via Clodia, da cui si separava invece al IX miglio, all’altezza dall’attuale “La Storta”.  All’inizio della via, verso il decimo chilometro, si trova la Tomba di Nerone, così chiamata nonostante il sarcofago sul ciglio della strada contenga in realtà i resti di Publio Vibio Mariano. Uscita da Roma la Cassia attraversava il territorio di Veio e quello di Sutri e Forum Cassi (oggi Vetralla). Per poi proseguire nella Tuscia toccando il Castrum Viterbii (Viterbo), il lago di Bolsena, la cittadina etrusca di Velzna (la romana Volsinii Novi), Clusium (Chiusi), Cortona e Arretium (Arezzo).

Ad un primo prolungamento, che verso la fine del II secolo a.C. la portò fino a Florentia (Firenze), ne seguì un altro che, passando per Pistoria (Pistoia) e Luca (Lucca),  che, valicando il Monte Magno per raggiungere prima Campus Maior (Camaiore) poi Pietrasanta, proseguiva fino alla città di Luni dove la Cassia si ricongiungeva con l’Aurelia.

A partire dal 774, quando i Franchi sconfissero i Longobardi, il percorso coincise con un tratto della Via Francigena, essendo particolarmente usato dai pellegrini che si recavano a Roma. In epoca medievale le spartizioni di territorio toscano tra Bizantini, Longobardi e Franchi unitamente all’impaludamento della Valdichiana modificarono il tratto dopo il lago di Bolsena deviandolo verso Radicofani, San Quirico d’Orcia, Siena Monteriggioni, Poggibonsi e San Gimignano.

Nuovo layer…
by Transposh - plugin di traduzione per wordpress