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Enoregioni Italiane: Colline Emiliane

Enoregioni Italiane: Colline Emiliane

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione Emilia Romagna è possibile individuare cinque enoregioni: Colline Emiliane, Terre dei Lambruschi Emiliani, Colline di Romagna, Pianura Emiliano-Romagnola, Delta del Po.

COLLINE EMILIANE

Le due aree geografiche distinte, che da secoli confluiscono in un’unica regione, esprimono ancora oggi le loro diversità enologiche, influenzate dalla differente posizione geografica, con vini frizzanti in Emilia e vini fermi in Romagna. L’Emilia ha legato il suo sviluppo ai traffici e ai commerci che si svolgevano sull’omonima strada consolare costruita dai Romani e cui va il merito dell’introduzione della vitivinicoltura nei molti territori che attraversava, come nella valle del Secchia e del Panaro, oggi regno del Lambrusco, mentre l’area dei Colli Piacentini vanta una tradizione ancora più antica legata ai vini dei Liguri che vi si erano insidiati. Le Colline emiliane comprendono le colline di Scandiano e Canossa nel reggiano e di Castelvetro nel modenese, i Colli bolognesi, i Colli di Parma e i Colli piacentini. Da un lato dunque la nebbiosa Bassa Padana del grande fiume Po, dei suoi affluenti, dei canali e dei pioppi; dall’altro la fresca collina con le valli punteggiate da castelli e ville, a memoria degli antichi feudi e delle signorie spesso in lotta fra loro. Qui numerose strade dei vini e dei sapori attraversano incantevoli paesaggi fluviali, borghi medioevali, siti archeologici di epoca romana, antichi mulini, boschi e pinete, lungo le quattro valli principali dell’Appennino piacentino e i comuni rivieraschi del fiume Po.

Vini locali. Numerosi i vini bianchi e rossi e le sottozone (Colline di Riosto, Colline Marconiane, Zola Predosa, Monte San Pietro, Colline di Oliveto, Terre di Montebudello, Serravalle) della denominazione Colli Bolognesi. Tra questi il Pignoletto, nella versione ferma e tranquilla o frizzante: vino bianco di colore paglierino chiaro con riflessi verdognoli, odore delicato e caratteristico, gusto fine e armonico, adatto sia come aperitivo che per accompagnare culatello, mortadella e minestre leggere. Molte anche le tipologie (pure Frizzanti e Spumanti) della doc Colli Piacentini – Trebbianino Val Trebbia, Valnure, Barbera, Bonarda, Malvasia, Pinot grigio, Pinot nero, Sauvignon, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Novello e Vin Santo – tra le quali ricordiamo il Vin Santo di Vigoleno, prodotto con una tecnica bicentenaria da un mosto densissimo e lasciato fermentare per anni in una botticella di rovere, e il Monterosso Val d’Arda, ricavato da uve di malvasia di candia aromatica e moscato biancotrebbiano romagnolo e ortrugo, nel tipo secco (adatto a pesce, antipasti e minestre asciutte) e amabile (ottimo con frutta e dolci a fine pasto). A merenda un bicchiere di Malvasia accompagna per tradizione una fetta del più classico dei dolci piacentini, la ciambella, ottima anche a colazione. Il Gutturnio doc, vino prodotto nel territorio da antica tradizione, deriva il suo nome da un calice romano d’argento trovato nel Po nel 1878: simile al Rosso dell’Oltrepò Pavese, è a base di barbera e bonarda: dall’intenso colore rubino, ricco bouquet di profumi, gusto secco alcolico e astringente, si abbina bene a carni rosse o formaggi piuttosto stagionati (il tipo Classico anche con la coppa e i tipici pisarei con i fagioli). Nasce dall’omonimo vitigno autoctono l’Ortrugo doc, dal colore giallo chiaro tendente al verdognolo, delicati profumi floreali e fruttati, gusto asciutto che chiude con una leggera nota amarognola, perfetto con frittate, formaggi molli, tortelli alle erbette e piatti di pesce.

Piatti e prodotti tipiciTra i sapori spiccano i prodotti della lavorazione del maiale: dal prosciutto di Parma dop e salame di Felino igp ai tre salumi (coppa, pancetta e salame piacentini) certificati dalla dop per le particolari modalità di lavorazione e stagionatura, fino alla mortadella di Bologna igp, il cui vero segreto sta nell’abilità degli stufini, gli specialisti della cottura con le caldaie a vapore. Seguono la robiola di Castel S. Giovanni, le dop grana padano e provolone Val Padana, l’aglio bianco di Monticelli in attesa di igp, le ciliegie di Villanova, mele e pere di antiche varietà, il miele della Val Tidone. In primavera si raccolgono – ma con molta attenzione perché nei prati si trovano piante mortali assai simili – i mazzetti di barba di becco o basapret le cui foglie, che ricordano quelle del porro, sostituiscono a volte le bietoline nel ripieno dei tortelli. Le umide vallette sotto i frassini, nei frutteti e nei pioppeti dell’Appennino bolognese sono tra i pochi territori dove è ancora viva la tradizione delle pregiatissime spugnole, ingredienti di grande fama nella cucina rinascimentale ma poi cadute in disuso. Nel piacentino e nella Bassa si insaporiscono i piatti con il grass pist, un trito a base di aglio bianco, lardo e prezzemolo da provare anche su crostini di pane. Altre specialità: la salsa di noci e il pesto di matrice ligure, il food street emiliano (crescentine, borlenghi, tigelle, gnocchi fritti), ciccioli (scaglie rossicce di grasso suino croccanti e saporite), anolini (pasta fresca con ripieno di carne) in brodo, bomba di riso (con polpa di piccione e grana), tortelli di zucca, pisarei e fasoi (gnocchetti di pane e farina con fagioli), tortellini in brodo di cappone o al ragù, lasagne con spugnole o spinaci, picula ad cavàl (carne trita di cavallo in umido con cipolle e peperoni), coppa arrosto, tasto (la versione piacentina della più nota cima alla genovese). Seguono zuppa inglese, spongata (burrosa frolla di origini quattrocentesche dalla ricchissima farcitura di frutta secca e spezie), torta sbrisolona (versione con mandorle e farina gialla di un antico dolce dalle lontane origini ebraiche), torta degli addobbi, chisöla (focaccia fritta), turtlìt di Carnevale, ravioli di S. Giuseppe. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI

DOCG: Colli Bolognesi Classico Pignoletto

DOCColli Bolognesi, Colli di Parma, Colli di Scandiano e di Canossa, Colli Piacentini, Gutturnio, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, Modena o di Modena, Ortrugo, Reggiano, Reno      

IGTBianco di Castelfranco Emilia, Emilia o dell’Emilia, Fortana del Taro, Terre di Veleja, Val Tidone

             

Massa Marittima, città del vino nel cuore della California d’Italia

Massa Marittima, città del vino nel cuore della California d’Italia

C’è una Toscana che guarda il mare dall’alto, un territorio poco abitato, verde e fertile, dove la storia è antichissima, dove gli Etruschi scavavano i metalli più pregiati e dove l’Arte e la cultura sono fioriti molti secoli fa. Molti la definiscono la California d’Italia per il suo dolce clima e la bellezza del territorio. Un territorio che, proprio per la sua tipicità, quando è ben curato riesce a dare frutti speciali.

Questa nicchia di sostenibilità ambientale e sociale, dove il vivere è più facile e tranquillo, si presenta a pieno titolo tra i territori che rappresentano un’Italia di eccellenza, con persone capaci e creative che sanno proporre nel settore dell’agroalimentare prodotti di alta qualità. Ma qui c’è anche e, nel recente passato, soprattutto, l’anima di quello che da molti è stato definito il nuovo “Rinascimento” enologico toscano. E’ la terra dell’alta Maremma che vede da lontano le isole dell’Arcipelago, una difesa naturale dai venti freddi, e che dalle Colline Metallifere scende al Mare Tirreno incontrando sulla sua strada la splendida cittadina di Massa Marittima.

Massa Marittima è una città d’arte ricca di bellezze storiche, ambientali ed architettoniche, circondata dalla tipica vegetazione del luogo: dalla macchia fitta e bassa ai cespugli di alloro e ginestra fino ai fusti dei lecci e dei corbezzoli. Dal borgo medievale fino alla città nuova si possono percorrere i vicoli antichi e ripidi che si intrecciano nel centro storico e salgono fino alla parte alta del borgo; qui è facile trovare angoli suggestivi e caratteristici e punti panoramici che si affacciano a valle fino al mare. Molti dei luoghi più significativi sono racchiusi dalla piazza della città: la Cattedrale di San Cerbone il Palazzo Comunale le Fonti che cingono il famoso affresco dell’Abbondanza e il Palazzo del Podestà sede del museo archeologico. Salendo in Città Nuova si incontrano gli edifici risalenti al XIII secolo: il complesso di San Pietro all’Orto con il chiostro di Sant’Agostino la Torre del Candeliere e la Fortezza Senese.

Da non perdere è il Balestro del Girifalco, una delle maggiori rievocazioni storiche medievali della Toscana. Consiste in una gara di tiro al bersaglio (detto Corniolo o Tasso e fissato su un grande ritratto del Girifalco) con la Balestra antica all’italiana e  si svolge nella piazza del paese due volte all’anno: la quarta domenica del mese di maggio e la seconda domenica d’Agosto.

Fotogallery: Massa Marittima, città del vino nel cuore della California d’Italia

Film docu su Massa Marittima realizzato dal regista documentarista Piero Cannizzaro e andato in onda su Geo & Geo (RAI TRE)

Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa

Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa

Selinunte era una antica città greca sita sulla costa sud-occidentale della Sicilia. I ruderi della città si trovano sul territorio del comune di Castelvetrano, nella parte meridionale della provincia di Trapani e tutto il terreno interessato forma oggi un parco archeologico della dimensione di circa 40 ettari, il più grande d’Europa.

Sita presso la foce del fiume dove cresce ancora il prezzemolo selvatico (selinon) che diede il nome al corso d’acqua ed alla città, Selinunte si avvalse della sua felice posizione per esercitare i suoi fruttuosi commerci soprattutto con i Punici che vivevano nella parte più occidentale della Sicilia.


Fu fondata dai Megaresi di Sicilia nella seconda metà del VII secolo a.C. in prossimità di due porti-canali, oggi insabbiati, estremamente versatili per l’impianto di intensi commerci marittimi. Fu grazie a questa sapiente esaltazione del ruolo geografico di Selinunte che i loro abitanti, nell’arco di poco più di due secoli, raggiunsero una floridezza economica che ha pochi confronti nel mondo greco e siceliota/ magno-greco, costruendo una città di dimensioni grandiose, dotata di numerosi edifici di culto e di opere pubbliche di primissima qualità.

Info: Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa – Marinella di Selinunte, 91022 Castelvetrano (Tp) – Tel. 092446277 – Fax 092446540 – www.regione.sicilia.it – urp.parco.archeo.selinunte@regione.sicilia.it

Percorsi in Teverina (Lazio)

Percorsi in Teverina (Lazio)

Castiglione in Teverina (Città del Vino), Lubriano (Città della chianina), Bagnoregio (I borghi più belli d’Italia), Celleno (Città delle ciliegie), Civitella d’Agliano e Graffignano fanno parte della Strada del Vino della Teverina, Bagnoregio fa parte anche della Strada del Vino Alta Tuscia. Gli stessi Comuni, tutti in provincia di Viterbo, formano il Consorzio di Comuni denominato Consorzio Teverina. L’agricoltura e la vitivinicoltura da queste parti risalgono a tempi antichissimi e numerosissimi sono i documenti che attestano il gradimento del vino di questi luoghi durante i secoli passati. I sei comuni insistono sull’area nord-orientale della Tuscia viterbese attraversata dal fiume Tevere,  un comprensorio –  al confine tra Lazio, Umbria e Toscana –  antico nella sua conformazione geografica come nella sua storia. Il cuore dell’area, stretta tra il lago di Bolsena da un lato e dalla selva cimina dall’altro,  è rappresentato dalla Valle dei Calanchi che appartiene, territorialmente, a quattro dei sei Comuni del Consorzio Teverina ed è identificato con Decreto del Ministero dell’Ambiente 30/03/2009 quale Sito di Importanza Comunitaria (SIC) per la Regione Biogeografia Mediterranea in Italia ai sensi della Direttiva 92/43/CEE. Il sito è stato proposto alla Regione Lazio per il riconoscimento quale “Monumento Naturale”. Tutta l’area è costellata di evidenze archeologiche, castelli medioevali e insediamenti rinascimentali. A completare l’offerta del territorio un’ampia proposta agroalimentare con vino, olio e altri prodotti di qualità.

Lazio, Castiglione in Teverina  (Vt): MUVIS – Museo del vino e delle scienze agroalimentari

Lazio, Lubriano (Vt): Museo naturalistico

Le isole del vento

Le isole del vento

Le Isole Eolie sono un arcipelago di origine vulcanica, situato nel Mar Tirreno a nord della costa sicula. Secondo la mitologia greca, Eolo riparò su queste terre e diede loro nome, grazie alla sua fama di domatore dei venti.  L’arcipelago – che comprende ben – è composto dalle isole Alicudi, Filicudi, Lipari, Panarea e Salina e ben due vulcani attivi, Stromboli e Vulcano.  

Nell’anno 2000 le Eolie sono state nominate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Destinazione turistica sempre più popolare, oggi registra fino a 300.000 visitatori annuali.

Particolarmente importante la produzione della Malvasia delle Lipari che è un vino dolce liquoroso che viene prodotto, da un particolare vitigno autoctono, nell’isola di Lipari.

Info: www.regione.sicilia.it/beniculturali/museolipari

Tiberina, il lungo viaggio del Tevere

Tiberina, il lungo viaggio del Tevere

Il bacino idrografico del Tevere è uno spazio geografico di 17.375 km quadrati che interessa principalmente il Lazio, l’Umbria, la Toscana e l’Abruzzo; secondariamente le Marche e l’Emilia Romagna, dove il fiume nasce da una piccolissima sorgente sul Monte Fumaiolo, nel Comune di Verghereto.

Nel corso del suo viaggio il “fiume di Roma incontra città storiche, città d’arte, grandi siti archeologici romani ed etruschi (Roma e Città del Vaticano, Ostia Antica, Tivoli, Perugia, Viterbo, etc); centri medio-piccoli di grande bellezza (Sansepolcro, Anghiari, Chiusi della Verna, Monterchi, Città di Castello, Gubbio, Montepulciano, Castiglione del Lago, Assisi, Orvieto, Spoleto, Todi, Baschi, San Gemini, Trevi, Spello, Bevagna, Visso, Norcia, Cascia, Bagnoregio, Calcata, Greccio, Grottaferrata, Frascati, Tagliacozzo, …);  caratteristici borghi; testimonianze d’arte diffuse un po’ ovunque, soprattutto a tema religioso, nei luoghi di nascita e di vita di artisti quali Michelangelo, Pintoricchio, Piero della Francesca; eremi, conventi, chiese, luoghi di meditazione; stazioni termali, laghi, parchi, riserve, monumenti naturali, aree protette; la media valle del Tevere, cerniera e frontiera fra Etruschi e Umbri; artigianato caratteristico e “patrimonio immateriale” di tradizioni popolari e naturalmente una concentrazione eccezionale di prodotti enogastronomici – vini, olii, pani, frutti, etc. – e ricette d’eccellenza.

Info: www.unpontesultevere.com

I Palmenti dell’area ionio-reggina meridionale

Fin dal III secolo a.C. nelle vallate del Bruzzano e del Buonamico era praticata la viticoltura per la produzione di vini di qualità destinati all’esportazione. Tale area collinare è caratterizzata da terreni sciolti, con terrazzamenti contenuti da muri a secco, talvolta costruiti con pietre irregolari di grande pezzatura e di forma triangolare, secondo l’uso pelasgico.

Il palmento tipo era costituito da due vasche scavate nella roccia arenaria, una superiore ed una inferiore, comunicanti attraverso un foro. In assenza di roccia friabile, il palmento veniva costruito in muratura, impermeabilizzando le vasche con uno stato di intonaco di circa 3 cm, costituito da sabbia e calce mista a coccio pestato come collante. Alcuni palmenti presentano graffiti a forma di croce, a testimonianza della dominazione bizantina e armena, riconoscibile dalla semisfera con cui termina il braccio verticale dell’incisione. Le croci potrebbero essere state incise dai Bizantini su palmenti di epoche anteriori, che vennero utilizzati nella loro fiorente attività vitivinicola.

I resti di anfore vinarie, provenienti dalla Calabria ionica meridionale, testimoniano la straordinaria vitalità dell’economia di questo territorio, ben attestata dai floridi commerci in tutto il bacino del Mediterraneo. L’esistenza, poi, di una scuola di scalpellini, di maestri d’ascia e di argagnari-figulini, in grado di realizzare sul posto i contenitori per lo stoccaggio e il trasporto del vino, sembrano testimoniare la presenza di popolazioni dedite a tale attività già in epoca romana.

I Palmenti del Giglio

Il paesaggio vitato dell’Isola del Giglio si è mantenuto intatto per secoli grazie al paziente e duro lavoro degli agricoltori del posto che sono intervenuti in maniera non invasiva assecondando il profilo dell’isola attraverso la costruzione di terrazzamenti e facendo ricorso principalmente al lavoro manuale. La presenza di una “viticoltura di frontiera”, in una condizione di isolamento rispetto alla terraferma, ha permesso la conservazione di un patrimonio genetico unico e fortemente legato al territorio, in particolare del vitigno ansonica, di probabile origine greca. Attualmente l’attività vitivinicola dell’Isola ha subito una forte contrazione, ma coloro che continuano a vinificare adottano le tecniche tradizionali.

Dopo secoli di storie di invasioni e difficoltà, fu nel tardo ‘600 che l’allevamento della vite ebbe vigore sull’Isola del Giglio, grazie alla famiglia dei Medici che stimolò al massimo i contadini locali, con agevolazioni economiche di vario tipo, a riprendere la coltivazione dell’uva. Alla fine del ‘700 l’Ansonica si affermò come vitigno principale, prendendo il posto del Biancone. Un vitigno apprezzato anche come uva da tavola, conteso dai mercati di Livorno, Civitavecchia, Genova e Firenze, anche Stendhal ne parlò tessendone le lodi. E nonostante fosse un luogo di difficilissima vinificazione, la produzione di Ansonica è sempre stata abbondantissima. Dopo il grande successo del XIX secolo, ai primi del ‘900 la situazione della viticoltura volse al peggio, per la migrazione verso il continente degli isolani e l’avvento della fillossera con un declino che ha portato la produzione di vino ai minimi storici, lasciando che il turismo prendesse il sopravvento. Qualche anziano vignaiolo ancora ricorda le barchette che venivano dalla terra ferma per caricare questo straordinario prodotto.

Straordinaria testimonianza sono i palmenti (costruiti tra il 1500 ed il 1700) che ancora si possono individuare qua e là tra vigneti e pezzi di antiche vigne lasciate ormai incolte.  Le operazioni di spremitura delle uve, infatti, venivano condotte negli stessi vigneti e precisamente all’interno di vasche in pietra o scavate nella roccia, singole o comunicanti (i palmenti). Il mosto ricavato da una prima fermentazione veniva separato dalle vinacce e raccolto in contenitori di terracotta o in botti di legno per essere trasportato al paese in maniera da essere ulteriormente lavorato nelle cantine. I palmenti sono stati riutilizzati fino agli anni Sessanta del Novecento.

Irpinia: da antichi padri nascono nuovi figli

Irpinia: da antichi padri nascono nuovi figli

Le viti ultracentenarie

L’Azienda Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico (Av) è impegnata da tempo in un progetto di recupero di piante plurisecolari che ha riportato alla luce un prezioso  archivio varietale, una sorta di “Pompei viticola”.

Il primo passo è stato l’acquisto di terreni (6 ettari) dove le cosiddette viti monumentali, che hanno in media 75/100 anni di età ma alcune anche 250, dimoravano nell’incuria dell’uomo. In questa operazione, dalla grandi prospettive future ed esportabile in altri luoghi del nostro Paese, accompagnano la Feudi di San Gregorio l’Università di Milano (Attilio Scienza) e quella di Napoli (Luigi Moio).

Dopo aver  riportato all’antica vigoria i “Patriarchi”, sono stati allestiti dei veri propri giardini viticoli, destinati alla visita come in una sorta di museo a cielo aperto. Ma, soprattutto,  è stato costituito un vero e proprio bacino di approvvigionamento di “nuove-vecchie” varietà, destinate alla produzione. Con implicazioni scientifiche e direttamente produttive enormi: basti pensare, solo per fare un esempio, alla possibilità di riportare nei vigneti dei nostri giorni piante antichissime e, per questo, dotate di una vitalità superiore, allargando ed arricchendo il già notevole patrimonio varietale del “vigneto Italia”.

Info: www.feudi.it

Favignana (Tp), la “farfalla” delle Egadi

Favignana è la più grande isola dell’arcipelago delle Egadi, chiamata anche, in virtù della sua conformazione, la “farfalla” delle Egadi. L’antico nome Aegusa sottolineava proprio questa particolarità, mentre quello attuale deriva da Favonio che è un vento di ponente che determina il clima mite dell’isola e che ha un effetto provvidenziale sui vigneti allevati, difendendo naturalmente l’uva dagli attacchi di muffe e parassiti che potrebbero gravare sulla viticoltura.

Da questo contesto produttivo così particolare per le condizioni pedoclimatiche e di sorprendente bellezza paesaggistica, ai primi del novecento sparì la vitis vinifera.

Grazie al Progetto Insulae nei vigneti della Tenuta Firriato, che hanno un’estensione di cinque ettari a pochi passi dal mare – saranno ora  reimpiantate viti ad alberello su terreni arenari, tra rocce affioranti di tufo e sabbia rossa. Il mare avrà un ruolo fondamentale nel forgiare le proprietà organolettiche delle uve e quindi del vino che ne deriverà, donando un bagaglio di componenti saline di sicuro pregio.

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