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Massa Marittima, città del vino nel cuore della California d’Italia

Massa Marittima, città del vino nel cuore della California d’Italia

C’è una Toscana che guarda il mare dall’alto, un territorio poco abitato, verde e fertile, dove la storia è antichissima, dove gli Etruschi scavavano i metalli più pregiati e dove l’Arte e la cultura sono fioriti molti secoli fa. Molti la definiscono la California d’Italia per il suo dolce clima e la bellezza del territorio. Un territorio che, proprio per la sua tipicità, quando è ben curato riesce a dare frutti speciali.

Questa nicchia di sostenibilità ambientale e sociale, dove il vivere è più facile e tranquillo, si presenta a pieno titolo tra i territori che rappresentano un’Italia di eccellenza, con persone capaci e creative che sanno proporre nel settore dell’agroalimentare prodotti di alta qualità. Ma qui c’è anche e, nel recente passato, soprattutto, l’anima di quello che da molti è stato definito il nuovo “Rinascimento” enologico toscano. E’ la terra dell’alta Maremma che vede da lontano le isole dell’Arcipelago, una difesa naturale dai venti freddi, e che dalle Colline Metallifere scende al Mare Tirreno incontrando sulla sua strada la splendida cittadina di Massa Marittima.

Massa Marittima è una città d’arte ricca di bellezze storiche, ambientali ed architettoniche, circondata dalla tipica vegetazione del luogo: dalla macchia fitta e bassa ai cespugli di alloro e ginestra fino ai fusti dei lecci e dei corbezzoli. Dal borgo medievale fino alla città nuova si possono percorrere i vicoli antichi e ripidi che si intrecciano nel centro storico e salgono fino alla parte alta del borgo; qui è facile trovare angoli suggestivi e caratteristici e punti panoramici che si affacciano a valle fino al mare. Molti dei luoghi più significativi sono racchiusi dalla piazza della città: la Cattedrale di San Cerbone il Palazzo Comunale le Fonti che cingono il famoso affresco dell’Abbondanza e il Palazzo del Podestà sede del museo archeologico. Salendo in Città Nuova si incontrano gli edifici risalenti al XIII secolo: il complesso di San Pietro all’Orto con il chiostro di Sant’Agostino la Torre del Candeliere e la Fortezza Senese.

Da non perdere è il Balestro del Girifalco, una delle maggiori rievocazioni storiche medievali della Toscana. Consiste in una gara di tiro al bersaglio (detto Corniolo o Tasso e fissato su un grande ritratto del Girifalco) con la Balestra antica all’italiana e  si svolge nella piazza del paese due volte all’anno: la quarta domenica del mese di maggio e la seconda domenica d’Agosto.

Fotogallery: Massa Marittima, città del vino nel cuore della California d’Italia

Film docu su Massa Marittima realizzato dal regista documentarista Piero Cannizzaro e andato in onda su Geo & Geo (RAI TRE)

Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa

Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa

Selinunte era una antica città greca sita sulla costa sud-occidentale della Sicilia. I ruderi della città si trovano sul territorio del comune di Castelvetrano, nella parte meridionale della provincia di Trapani e tutto il terreno interessato forma oggi un parco archeologico della dimensione di circa 40 ettari, il più grande d’Europa.

Sita presso la foce del fiume dove cresce ancora il prezzemolo selvatico (selinon) che diede il nome al corso d’acqua ed alla città, Selinunte si avvalse della sua felice posizione per esercitare i suoi fruttuosi commerci soprattutto con i Punici che vivevano nella parte più occidentale della Sicilia.


Fu fondata dai Megaresi di Sicilia nella seconda metà del VII secolo a.C. in prossimità di due porti-canali, oggi insabbiati, estremamente versatili per l’impianto di intensi commerci marittimi. Fu grazie a questa sapiente esaltazione del ruolo geografico di Selinunte che i loro abitanti, nell’arco di poco più di due secoli, raggiunsero una floridezza economica che ha pochi confronti nel mondo greco e siceliota/ magno-greco, costruendo una città di dimensioni grandiose, dotata di numerosi edifici di culto e di opere pubbliche di primissima qualità.

Info: Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa – Marinella di Selinunte, 91022 Castelvetrano (Tp) – Tel. 092446277 – Fax 092446540 – www.regione.sicilia.it – urp.parco.archeo.selinunte@regione.sicilia.it

Percorsi in Teverina (Lazio)

Percorsi in Teverina (Lazio)

Castiglione in Teverina (Città del Vino), Lubriano (Città della chianina), Bagnoregio (I borghi più belli d’Italia), Celleno (Città delle ciliegie), Civitella d’Agliano e Graffignano fanno parte della Strada del Vino della Teverina, Bagnoregio fa parte anche della Strada del Vino Alta Tuscia. Gli stessi Comuni, tutti in provincia di Viterbo, formano il Consorzio di Comuni denominato Consorzio Teverina. L’agricoltura e la vitivinicoltura da queste parti risalgono a tempi antichissimi e numerosissimi sono i documenti che attestano il gradimento del vino di questi luoghi durante i secoli passati. I sei comuni insistono sull’area nord-orientale della Tuscia viterbese attraversata dal fiume Tevere,  un comprensorio –  al confine tra Lazio, Umbria e Toscana –  antico nella sua conformazione geografica come nella sua storia. Il cuore dell’area, stretta tra il lago di Bolsena da un lato e dalla selva cimina dall’altro,  è rappresentato dalla Valle dei Calanchi che appartiene, territorialmente, a quattro dei sei Comuni del Consorzio Teverina ed è identificato con Decreto del Ministero dell’Ambiente 30/03/2009 quale Sito di Importanza Comunitaria (SIC) per la Regione Biogeografia Mediterranea in Italia ai sensi della Direttiva 92/43/CEE. Il sito è stato proposto alla Regione Lazio per il riconoscimento quale “Monumento Naturale”. Tutta l’area è costellata di evidenze archeologiche, castelli medioevali e insediamenti rinascimentali. A completare l’offerta del territorio un’ampia proposta agroalimentare con vino, olio e altri prodotti di qualità.

Lazio, Castiglione in Teverina  (Vt): MUVIS – Museo del vino e delle scienze agroalimentari

Lazio, Lubriano (Vt): Museo naturalistico

Le isole del vento

Le isole del vento

Le Isole Eolie sono un arcipelago di origine vulcanica, situato nel Mar Tirreno a nord della costa sicula. Secondo la mitologia greca, Eolo riparò su queste terre e diede loro nome, grazie alla sua fama di domatore dei venti.  L’arcipelago – che comprende ben – è composto dalle isole Alicudi, Filicudi, Lipari, Panarea e Salina e ben due vulcani attivi, Stromboli e Vulcano.  

Nell’anno 2000 le Eolie sono state nominate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Destinazione turistica sempre più popolare, oggi registra fino a 300.000 visitatori annuali.

Particolarmente importante la produzione della Malvasia delle Lipari che è un vino dolce liquoroso che viene prodotto, da un particolare vitigno autoctono, nell’isola di Lipari.

Info: www.regione.sicilia.it/beniculturali/museolipari

Tiberina, il lungo viaggio del Tevere

Tiberina, il lungo viaggio del Tevere

Il bacino idrografico del Tevere è uno spazio geografico di 17.375 km quadrati che interessa principalmente il Lazio, l’Umbria, la Toscana e l’Abruzzo; secondariamente le Marche e l’Emilia Romagna, dove il fiume nasce da una piccolissima sorgente sul Monte Fumaiolo, nel Comune di Verghereto.

Nel corso del suo viaggio il “fiume di Roma incontra città storiche, città d’arte, grandi siti archeologici romani ed etruschi (Roma e Città del Vaticano, Ostia Antica, Tivoli, Perugia, Viterbo, etc); centri medio-piccoli di grande bellezza (Sansepolcro, Anghiari, Chiusi della Verna, Monterchi, Città di Castello, Gubbio, Montepulciano, Castiglione del Lago, Assisi, Orvieto, Spoleto, Todi, Baschi, San Gemini, Trevi, Spello, Bevagna, Visso, Norcia, Cascia, Bagnoregio, Calcata, Greccio, Grottaferrata, Frascati, Tagliacozzo, …);  caratteristici borghi; testimonianze d’arte diffuse un po’ ovunque, soprattutto a tema religioso, nei luoghi di nascita e di vita di artisti quali Michelangelo, Pintoricchio, Piero della Francesca; eremi, conventi, chiese, luoghi di meditazione; stazioni termali, laghi, parchi, riserve, monumenti naturali, aree protette; la media valle del Tevere, cerniera e frontiera fra Etruschi e Umbri; artigianato caratteristico e “patrimonio immateriale” di tradizioni popolari e naturalmente una concentrazione eccezionale di prodotti enogastronomici – vini, olii, pani, frutti, etc. – e ricette d’eccellenza.

Info: www.unpontesultevere.com

I Palmenti dell’area ionio-reggina meridionale

Fin dal III secolo a.C. nelle vallate del Bruzzano e del Buonamico era praticata la viticoltura per la produzione di vini di qualità destinati all’esportazione. Tale area collinare è caratterizzata da terreni sciolti, con terrazzamenti contenuti da muri a secco, talvolta costruiti con pietre irregolari di grande pezzatura e di forma triangolare, secondo l’uso pelasgico.

Il palmento tipo era costituito da due vasche scavate nella roccia arenaria, una superiore ed una inferiore, comunicanti attraverso un foro. In assenza di roccia friabile, il palmento veniva costruito in muratura, impermeabilizzando le vasche con uno stato di intonaco di circa 3 cm, costituito da sabbia e calce mista a coccio pestato come collante. Alcuni palmenti presentano graffiti a forma di croce, a testimonianza della dominazione bizantina e armena, riconoscibile dalla semisfera con cui termina il braccio verticale dell’incisione. Le croci potrebbero essere state incise dai Bizantini su palmenti di epoche anteriori, che vennero utilizzati nella loro fiorente attività vitivinicola.

I resti di anfore vinarie, provenienti dalla Calabria ionica meridionale, testimoniano la straordinaria vitalità dell’economia di questo territorio, ben attestata dai floridi commerci in tutto il bacino del Mediterraneo. L’esistenza, poi, di una scuola di scalpellini, di maestri d’ascia e di argagnari-figulini, in grado di realizzare sul posto i contenitori per lo stoccaggio e il trasporto del vino, sembrano testimoniare la presenza di popolazioni dedite a tale attività già in epoca romana.

I Palmenti del Giglio

Il paesaggio vitato dell’Isola del Giglio si è mantenuto intatto per secoli grazie al paziente e duro lavoro degli agricoltori del posto che sono intervenuti in maniera non invasiva assecondando il profilo dell’isola attraverso la costruzione di terrazzamenti e facendo ricorso principalmente al lavoro manuale. La presenza di una “viticoltura di frontiera”, in una condizione di isolamento rispetto alla terraferma, ha permesso la conservazione di un patrimonio genetico unico e fortemente legato al territorio, in particolare del vitigno ansonica, di probabile origine greca. Attualmente l’attività vitivinicola dell’Isola ha subito una forte contrazione, ma coloro che continuano a vinificare adottano le tecniche tradizionali.

Dopo secoli di storie di invasioni e difficoltà, fu nel tardo ‘600 che l’allevamento della vite ebbe vigore sull’Isola del Giglio, grazie alla famiglia dei Medici che stimolò al massimo i contadini locali, con agevolazioni economiche di vario tipo, a riprendere la coltivazione dell’uva. Alla fine del ‘700 l’Ansonica si affermò come vitigno principale, prendendo il posto del Biancone. Un vitigno apprezzato anche come uva da tavola, conteso dai mercati di Livorno, Civitavecchia, Genova e Firenze, anche Stendhal ne parlò tessendone le lodi. E nonostante fosse un luogo di difficilissima vinificazione, la produzione di Ansonica è sempre stata abbondantissima. Dopo il grande successo del XIX secolo, ai primi del ‘900 la situazione della viticoltura volse al peggio, per la migrazione verso il continente degli isolani e l’avvento della fillossera con un declino che ha portato la produzione di vino ai minimi storici, lasciando che il turismo prendesse il sopravvento. Qualche anziano vignaiolo ancora ricorda le barchette che venivano dalla terra ferma per caricare questo straordinario prodotto.

Straordinaria testimonianza sono i palmenti (costruiti tra il 1500 ed il 1700) che ancora si possono individuare qua e là tra vigneti e pezzi di antiche vigne lasciate ormai incolte.  Le operazioni di spremitura delle uve, infatti, venivano condotte negli stessi vigneti e precisamente all’interno di vasche in pietra o scavate nella roccia, singole o comunicanti (i palmenti). Il mosto ricavato da una prima fermentazione veniva separato dalle vinacce e raccolto in contenitori di terracotta o in botti di legno per essere trasportato al paese in maniera da essere ulteriormente lavorato nelle cantine. I palmenti sono stati riutilizzati fino agli anni Sessanta del Novecento.

Irpinia: da antichi padri nascono nuovi figli

Irpinia: da antichi padri nascono nuovi figli

Le viti ultracentenarie

L’Azienda Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico (Av) è impegnata da tempo in un progetto di recupero di piante plurisecolari che ha riportato alla luce un prezioso  archivio varietale, una sorta di “Pompei viticola”.

Il primo passo è stato l’acquisto di terreni (6 ettari) dove le cosiddette viti monumentali, che hanno in media 75/100 anni di età ma alcune anche 250, dimoravano nell’incuria dell’uomo. In questa operazione, dalla grandi prospettive future ed esportabile in altri luoghi del nostro Paese, accompagnano la Feudi di San Gregorio l’Università di Milano (Attilio Scienza) e quella di Napoli (Luigi Moio).

Dopo aver  riportato all’antica vigoria i “Patriarchi”, sono stati allestiti dei veri propri giardini viticoli, destinati alla visita come in una sorta di museo a cielo aperto. Ma, soprattutto,  è stato costituito un vero e proprio bacino di approvvigionamento di “nuove-vecchie” varietà, destinate alla produzione. Con implicazioni scientifiche e direttamente produttive enormi: basti pensare, solo per fare un esempio, alla possibilità di riportare nei vigneti dei nostri giorni piante antichissime e, per questo, dotate di una vitalità superiore, allargando ed arricchendo il già notevole patrimonio varietale del “vigneto Italia”.

Info: www.feudi.it

Favignana (Tp), la “farfalla” delle Egadi

Favignana è la più grande isola dell’arcipelago delle Egadi, chiamata anche, in virtù della sua conformazione, la “farfalla” delle Egadi. L’antico nome Aegusa sottolineava proprio questa particolarità, mentre quello attuale deriva da Favonio che è un vento di ponente che determina il clima mite dell’isola e che ha un effetto provvidenziale sui vigneti allevati, difendendo naturalmente l’uva dagli attacchi di muffe e parassiti che potrebbero gravare sulla viticoltura.

Da questo contesto produttivo così particolare per le condizioni pedoclimatiche e di sorprendente bellezza paesaggistica, ai primi del novecento sparì la vitis vinifera.

Grazie al Progetto Insulae nei vigneti della Tenuta Firriato, che hanno un’estensione di cinque ettari a pochi passi dal mare – saranno ora  reimpiantate viti ad alberello su terreni arenari, tra rocce affioranti di tufo e sabbia rossa. Il mare avrà un ruolo fondamentale nel forgiare le proprietà organolettiche delle uve e quindi del vino che ne deriverà, donando un bagaglio di componenti saline di sicuro pregio.

La media valle del Tevere, cerniera e frontiera fra Etruschi e Umbri

Grazie al clima continentale, alla struttura argilloso-calcarea dei terreni e alla configurazione geografica in rilievo che le consente una felice esposizione al sole, l’Umbria è  terra di grandi vini. Pur disponendo di una superficie vitata di estensione ridotta e apparentemente omogenea, la regione presenta un panorama vitienologico assai complesso a causa della mancata coincidenza dei confini geografici con i limes culturali, espressione delle differenti civiltà che si sono avvicendate nel corso dei secoli. In epoca preromana, infatti, gli Umbri occupano un territorio più ampio di quello attuale: i confini si estendono a nord fino al Po e a est fino alle rive dell’Adriatico.  Con la suddivisione augustea in Regio VII e Regio VI, viene inglobato l’ager gallicus a est, mentre Perugia, Orvieto e i territori oltre il Tevere vengono assegnati all’Etruria.

Il comprensorio di Orvieto con l’omonimo Trebbiano, da una parte, e l’area interna lungo la Flaminia con il Trebbiano spoletino allevato in forme espanse e il Sagrantino di Montefalco dall’altra, presentano caratteri propri di viticolture assai differenti. Le sponde del medio corso del Tevere sembrano rappresentare la rigida linea di confine fra Etruschi e Umbri, ma le testimonianze archeologiche attestano, invece, l’assoluta permeabilità di queste aree di frontiera nonché l’osmosi di culture e pratiche fra questi due popoli.

Orvieto (Tr)

La tradizione vinicola dell’Orvietano ha radici antiche. Già gli Etruschi avevano scavato cantine nel masso tufaceo, che caratterizza la città, e nel fresco di queste grotte la fermentazione si completava solo dopo parecchi mesi, lasciando al vino un residuo zuccherino che contribuì a decretarne il successo. Nel medioevo e nel Rinascimento fu uno dei vini preferiti alla Corte pontificia,  lodato da poeti, artisti e uomini insigni, tra cui il Pinturicchio. La stessa Opera del Duomo lo elargiva nelle grandi occasioni come il compimento dei lavori importanti o su richiesta del capo maestro e lo si trovava espressamente richiesto nei contratti di lavoro,  come quello stipulato da Luca Signorelli nel 1500 per la realizzazione degli affreschi. In epoca a noi più vicina fu usato da Garibaldi e dai suoi Mille per brindare, prima di lasciare il porto di Talamone per l’avventura siciliana; D’Annunzio lo definì “Sole d’Italia in bottiglia”; Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna salutarono con calici di Orvieto l’avvenuta reazione nucleare.  Oltre al Trebbiano o Procanico nell’Orvieto Doc è presente il Grechetto di Orvieto, vitigno portato in Italia meridionale dai coloni greci e maggiormente diffuso nell’orvietano, in provincia di Terni e in parte della provincia di Perugia. Tra i vitigni minori del territorio si segnalano il Verdello e il Drupeggio.

Montefalco (Pg)

Il Sagrantino è coltivato solo in Umbria, in particolare nel territorio dei comuni di Montefalco e parte del territorio dei comuni di Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria in provincia di Perugia. Le prime testimonianze che ne documentano la presenza risalgono ai primi del 500. Alcuni ipotizzano che il Sagrantino sia stato importato dall’Asia Minore dai seguaci di San Francesco di ritorno dai loro viaggi di predicazione intorno al XIV-XV secolo. Il nome deriverebbe – dal latino sacer = sacro  per l’usanza dei frati di ricavarne un vino passito da impiegare nei riti religiosi. Ancora oggi alcuni conventi del territorio conservano ceppi centenari di Sagrantino allevati in forma di pergolato. Sembra poi che i contadini del luogo ne facessero uso per le festività e le ricorrenze religiose.

Il Trebbiano spoletino, non ancora iscritto al registro delle cultivar ma classificato come “ecotipo a diffusione locale”, ha il suo areale di diffusione nella Valle Umbra meridionale solcata dai torrenti Ruicciano e Tatarena (Spoleto, Castel Ritaldi, Montefalco e Trevi). Si caratterizza per il portamento vigoroso e le forme espanse. In passato veniva coltivato franco di piede, in forma di alberata e con il supporto del tutore vivo.

 

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