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Le Bandiere Arancioni festeggiano i vent’anni

Le Bandiere Arancioni festeggiano i vent’anni

Lo scorso 22 gennaio a Palazzo Ducale, a Genova, oltre 160 sindaci, i rappresentanti della Regione Liguria e del Comune di Genova e lo staff del Touring Club Italiano si sono dati appuntamento per celebrare insieme i vent’anni dell’iniziativa Bandiera Arancione e rilanciarla per il triennio 2018-2020.

Oggi il programma non è più sperimentale, ma è una realtà consolidata che coinvolge 227 Comuni, almeno uno in ogni regione italiana, realtà spesso microscopiche a partire dai 68 abitanti di Bergolo (Cn) e senza mai superare i 15mila. Solo l’8 per cento dei 2.838 borghi candidati  si è visto assegnare il riconoscimento del TCI, che alla fine degli anni ’90, su impulso dell’assessorato al turismo della Regione Liguria, ha avviato questo progetto di valorizzazione dei borghi dell’entroterra (allora dimenticati dal turismo) con un modello in continua evoluzione finalizzato allo sviluppo sostenibile.

Qualità turistica che sia anche qualità di vita per gli abitanti delle comunità locali, ma soprattutto un turismo che non sia solo business ma un elemento di integrazione sociale dei valori materiali e immateriali dei nostri territori.

Principi che hanno da sempre ispirato anche le attività dell’Associazione nazionale delle Città del Vino e non è un caso, infatti, che nell’elenco delle bandiere arancioni, che il Touring aggiorna ogni tre anni, compaiano molte Città del Vino: Cocconato (At), La Morra (Cn), Dolceacqua (Im), Ala (Tn), Cividale del Friuli (Ud), Arquà Petrarca (Pd), Asolo (Tv), Soave (Tv), Castell’Arquato (Pc), Castelvetro di Modena (Mo), Verucchio (Rn), Castelnuovo Berardenga (Si), Cetona (Si), Chiusi (Si),  Massa Marittima (Gr), Montalcino (Si), Montecarlo (Lu), Murlo (Si), Peccioli (Pi), Pitigliano (Gr), Ripatransone (Ap), Radda in Chianti (Si), San Gimignano (Si), Staffolo (An), Suvereto (Li), Vinci (Fi), Bevagna (Pg), Montefalco (Pg), Nemi (Rm), Locorotondo (Ba), Sant’Agata De’ Goti (Bn).

E tra le 19 nuove bandiere selezionate quest’anno troviamo un’altra Città del Vino: Gavi (Al), la possente fortezza di origini medievali, una delle più importanti mete del turismo enogastronomico piemontese, scelta dai viaggiatori amanti dei paesaggi collinari, della sua gastronomia e del buon vino, l’impareggiabile Cortese.

Enoregioni italiane: Sicilia Occidentale Interna

Enoregioni italiane: Sicilia Occidentale Interna

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione Sicilia è possibile individuare sei enoregioni: Sicilia Occidentale, Sicilia Occidentale Interna, Isole, Etna, Terre del Cerasuolo, Sicilia Orientale.

 SICILIA OCCIDENTALE INTERNA

Due le zone di interesse vitivinicolo della Sicilia occidentale interna: l’Alta Valle del Belice a sud di Monreale e l’area tra le pendici delle Madonie e il corso del fiume Torto a nord-ovest di Caltanissetta. I suoli impiantati a vigneti variano dai sedimenti  marini argillosi ricchi di calcare intorno al Belice Destro e sui rilievi collinari a sud ovest delle Madonie, ai depositi di alternanze arenitiche e marnose dell’entroterra palermitano e del versante occidentale dell’Appennino Siculo. Le caratteristiche pedoclimatiche favoriscono la presenza di una grande varietà di uve pregiate bianche e nere, autoctone e internazionali. La prima testimonianza di vigneti nell’antico stato feudale della Contea di Sclafani risale all’epoca del domino aragonese in Sicilia nell’ultimo decennio del 1300, estendendosi poi notevolmente anche nel feudo di Valle dell’Olmo intorno al 1570. Nel comprensorio di quello che era un tempo il potente Arcivescovado di Monreale, già in un solenne atto del 1182 (redatto nelle tre lingue ufficiali greco, latino e arabo) numerose erano le contrade che figuravano coltivate a vite. Oggi la Strada del Vino Monreale conduce il visitatore dallo splendore architettonico della Cattedrale di Monreale, il massimo esempio di architettura Normanna in Sicilia, agli scavi archeologici sul monte Jato, che hanno messo in luce testimonianze datate agli inizi del primo millennio a.C., passando per il patrimonio etnico e culturale rappresentato da Piana degli Albanesi.

Vini locali. Dodici i vitigni ammessi alla produzione dal disciplinare del Monreale doc, disponibile come Bianco (anche Superiore e Vendemmia tardiva), Rosso (anche Riserva e Novello), Rosato,  Ansonica, Catarratto, Grillo, Chardonnay, Pinot bianco, Pinot nero, Sangiovese, Calabrese o Nero d’Avola, Perricone, Cabernet Sauvigno, Syrah, Merlot. Interessante, tra i rossi, il Syrah – colore rubino intenso, profumo caratteristico e fruttato, ricco di struttura, armonico e gradevolmente tannico – e, tra i bianchi, il Catarratto, giallo paglierino più o meno intenso, note olfattive intense, fruttate e leggermente floreali, sapore fresco e con una certa acidità. Il primo accompagna primi piatti sostanziosi e saporiti, arrosti  di carni bianche e rosse, selvaggina  e formaggi abbastanza maturi; il secondo è consigliato con antipasti di mare, insalate di pesce, paste asciutte, braciole di vitello e formaggi non piccanti. Conta numerose tipologie, in parte condivise con il vino Monreale, anche la doc Contea di Sclafani, valorizzata dalla Strada del Vino e dei Sapori dei Castelli Nisseni. Il Bianco (50% minimo di catarratto, inzolia e grecanico), sapido ed elegante  si sposa bene con piatti a base di pesce e a base di uova; il Rosso (50% minimo di nero d’avola e perricone), dai riflessi violacei, profumo vinoso e sapore asciutto, è adatto a grigliate, salumi piccanti e cacciagione; le versioni Dolce e Dolce Vendemmia tardiva vanno bevuti a fine pasto, da meditazione o  per accompagnare dessert.

Piatti e prodotti tipici. Oltre a tutti i prodotti di qualità della tradizione palermitana e nissena, ricordiamo le susine bianche di di Monreale buone anche candite per decorare dolci e cassate (le profumatissime Sanacore, tutelate dal Presidio Slow Food), il succoso pomodoro siccagno di Valledolmo, il pane di Monreale cotto a legna (che in occasione della Pasqua o della Festa di S. Giuseppe assume le più svariate forme, i cosiddetti “pani votivi”),  l’olio extravergine d’oliva, le olive farcite o schiacciate. La cucina è generosa, dai celebri “cibi da passeggio” – arancini di riso, panelle (frittelle di farina di ceci inserite spesso insieme ad una fetta di melanzana fritta all’interno del croccante pane con i semi di sesamo chiamato mafalda) e sfincioni (piccole focacce ricoperte da cipolle, pomodori, pecorino siciliano fresco, acciughe o salame e origano, cotte a legna con rami d’ulivo ricchi di resine profumate) – a  lu maccu (purea di fave insaporita con finocchietti selvatici e un filo di olio a crudo), pappardelle alla monrealese (lasagne condite con denso sugo di beccaccini, estratto di pomodoro e vino rosso), farsumagro (fesa di vitello imbottita di carne macinata, salsiccia, provolone piccante, ciuffetti di prezzemolo, pezzettini d’aglio e cipollina fresca, piselli, uova sode, prosciutto crudo o mortadella), braciuluna di cutina (involtini di cotenne ripiene di mollica e formaggio al sugo di pomodoro),  carne di castrato alla brace, carciofi cà tappa ‘e l’uovo (carciofi preparati in tegame con il tappo) o passati nella  mollica e fritti, la frittedda (piselli, carciofi, favette verdi e finocchietti selvatici in umido). Molto vasta anche la scelta di gelati (gli artigiani locali arrivano a proporne anche settanta gusti diversi) e di dolci: i fragranti cannoli da riempire con  la freschissima ricotta di pecora solo al momento del consumo, gli scenografici buccellati con miele e fichi secchi,  i famosi biscotti ad S con i decori bianchi di zucchero sfornati per la prima volta nell’antico e glorioso monastero di San Castrenze fondato nel 1499 e lo sfoglio delle madonìe, antica torta farcita di tuma e canditi, pistacchi o cannella, creata nel ‘600 dalle monache benedettine per la festa del santo protettore. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Alcamo, Contea di Sclafani, Monreale, Sicilia

IGT: Fontanarossa di Cerda, Terre Siciliane

Alcamo doc

Contea di Sclafani doc

Monreale doc_ Baglio di Pianetto

Sicilia doc

Fontanarossa di Cerda igt

 

Terre Siciliane igt

Enoregioni italiane: Sicilia Occidentale

Enoregioni italiane: Sicilia Occidentale

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione Sicilia è possibile individuare sei enoregioni: Sicilia Occidentale, Sicilia Occidentale Interna, Isole, Etna, Terre del Cerasuolo, Sicilia Orientale.

 

SICILIA OCCIDENTALE

Questa enoregione, che coincide con le province di Trapani, Palermo e Agrigento, include tre macroaree: il Val di Mazara, uno dei tre valli in cui era suddivisa la Sicilia fino al Regno Borbonico (dalle strade tortuose, ai vicoli ciechi, ai cortili dei borghi, tutto qui ricorda la dominazione araba), le Terre Sicane un tempo abitate dalla popolazione dei Sicani di probabile origine iberica (montagne, boschi e colline, antichi paesi di tufo dal colore dorato, la Valle del Belice e il lago Arancio, valli e pianure che guardano il mare africano) e le Terre del Marsala, che offrono suggestivi itinerari attraverso le vie del vino (tra le aziende che lo imbottigliano dopo un affinamento nelle botti di rovere preparate con antiche tecniche di lavorazione del legno), del sale (alla scoperta di saline e mulini a vento) e dell’arte (reperti archeologici di varie epoche, mosaici, urne cinerarie e statue). Condizioni ideali di terreno e di clima hanno da sempre contribuito alla tradizione millenaria della vitivinicoltura, praticata nel corso dei secoli da Sicani, Cretesi, Fenici, Romani, Normanni e, negli ultimi anni, fortemente riqualificata sia con un ritorno ai vitigni tradizionali – catarratto bianco comune e bianco lucido, grillo, ansonica (o inzolia), grecanico  e damaschino, fra i bianchi; pignatello (perricone), nerello mascalese e nero d’Avola, fra i rossi – sia con l’introduzione degli internazionali (chardonnay, muller thurgau, sauvignon,  merlot, cabernet sauvignon e syrah).

Vini locali. La doc Marsala  (nelle tipologie Fine, Superiore anche Riserva,  Vergine o Soleras anche Stravecchio e Riserva) è un vino liquoroso il cui grado alcolico viene in parte integrato con aggiunta di alcol e mosto concentrato, dal sapore secco (da aperitivo), semisecco e dolce (per formaggi stagionati, dolci con ricotta e frutta matura) secondo il contenuto zuccherino. Di colore dorato nel tipo “Oro”, diventa giallo ambrato nell’“Ambra” e rosso rubino con riflessi ambrati nel “Rubino”. Il profumo, complesso e persistente, varia dagli aromi di ginestra, fiori secchi, zagara e caramello ai i sentori di mandorla, frutta cotta e noce. Le bottiglie più pregiate, invecchiate decine di anni, sono da meditazione. Condividono molte tipologie monovitigno (Catarratto, Ansonica, Grillo, Grecanico, Chardonnay, Muller Thurgau, Sauvignon, Nero d’Avola, Cabernet s., Merlot, Sangiovese, Syrah) i bianchi, rossi e rosati delle numerose altre denominazioni, tra le quali: Alcamo (Bianco anche Spumante, Classico e Vendemmia tardiva, Rosato anche Spumante, Rosso anche Riserva e Novello), Contessa Entellina (anche Fiano, Viognier e Vendemmia t.), Menfi (anche Vendemmia t., Feudo dei fiori, Rosso e Bonera anche Riserva), Delia Nivolelli (anche Damaschino, Perricone, Spumante, Novello), Salaparuta (anche Rosso, Rosso Riserva, Novello), Sambuca di Sicilia (anche Passito) e Santa Margherita. Gli aromi di pera matura e fiori di campo e il  retrogusto leggermente amarognolo dell’Alcamo a base di cataratto, che se opportunamente vinificato è valorizzato da qualche anno di invecchiamento, accompagna pesce, carni bianche e formaggi di media stagionatura. Di grande corpo, equilibrati al gusto e dai caratteristici profumi il Bianco (da uve ansonica per il 50% minimo) e lo Chardonnay della doc Contessa Entellina, il primo con note erbacee della macchia mediterranea, adatto a pasta con le sarde, seppie arrosto, antipasti e uova, il secondo con note di frutta esotica e miele perfetto da tutto pasto, con crostacei o primi piatti elaborati. Ricavato da una sapiente miscela di uve chardonnay, catarratto bianco lucido, ansonica e sauvignon lasciate parzialmente appassire sulle piante, è il Menfi  Vendemmia tardiva, dolce, armonico e avvolgente, ottimo da fine pasto.

Piatti e prodotti tipici. In tutta la Sicilia occidentale la gastronomia è ricca di cibi, spezie e profumi che testimoniano le differenti influenze culturali che si sono incrociate nei secoli. Tra le tantissime specialità: la salsiccia condita alcamese, il pecorino siciliano dop commercializzato sia fresco (tuma) che stagionato e salato, il caciocavallo palermitano noto fin dal 1400 (dal sapore piccante e la tipica forma a parallelepipedo), la rarissima vastedda della Valle del Belice (dop e Presidio Slow Food), uno dei pochi formaggi italiani a pasta filata prodotto con solo latte ovino intero, il sale marino igp, il  fico d’India della Valle del Belice, il succoso mandarino tardivo di Ciaculli (Presidio Slow Food), i cinque prodotti de.co. di Marsala (fragola, fragolina di bosco marsalese, pane nero di Castelvetrano, pane squaratu e rianata, la pizza origanata), le muffulette (pagnotte ripiene con ragù di manzo e maiale), il cabucio (sorta di panino un pò schiacciato, da passare a forno caldissimo con fette di pomodoro, acciughe salate e origano), le infigghulate (pagnottelle farcite di cipolla e salsiccia), la marmellata di lumie (particolare agrume selvatico oggi coltivato da un unico produttore di Palermo), l’olio Valli Trapanesi dop  e la nocellara del Belice dop che è la più famosa cultivar per olive verdi da tavola da cui si ottiene anche l’extravergine Valle del Belice dop. A tavola: pasta con fave e ricotta, busiati col pesto trapanese, sarde a beccafico (con pangrattato, finocchietto selvatico, uva sultanina e pinoli), caponatina (peperoni, melanzane, sedani, cipolle e pomodori con zucchero e aceto), cassateddi (ravioli a mezzaluna ripieni di ricotta, che possono essere salati e serviti bolliti come primo piatto, oppure dolci e fritti), sfinci (paste lievitate, fritte in olio di oliva e passate nel miele caldo). Da non mancare i dolcetti del 2 novembre noti come frutta della martorana (dal nome del convento vicino a Palermo dove furono preparati per la prima volta) o pasta reale per la delicatezza dell’impasto a base di mandorle variamente aromatizzato, colorato con prodotti naturali e lucidato, secondo tradizione, con la gomma arabica. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

 DENOMINAZIONI:

DOC: Alcamo, Contessa Entellina, Delia Nivolelli, Erice, Marsala, Menfi, Salaparuta, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita di Belice, Sciacca, Sicilia

IGT: Camarro, Salemi, Terre Siciliane, Valle del Belice

Alcamo doc

Contessa Entellina doc_phFabioGambina

Delia Nivolelli doc

Erice doc

Marsala doc

Menfi doc_mandrarossa

Salaparuta doc_nero d’avola

Sambuca di Sicilia doc_Lago Arancio

Santa Margherita di Belice doc_ansonica

Sciacca doc_inzolia

Sicilia doc

Camarro igt_grecanico dorato

Salemi igt_damaschino

Valle del Belice igt

 

Terre Siciliane igt

 

Un passo in avanti nel processo di valorizzazione di Pantelleria

Un passo in avanti nel processo di valorizzazione di Pantelleria

Pantelleria e la sua viticoltura di tradizione, insieme alle altre coltivazioni tipiche dell’isola, hanno reso il Paesaggio un giacimento unico e identitario. Con l’inserimento nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici del “Paesaggio della Pietra a secco dell’isola di Pantelleria” si compie un altro importante passo avanti nel processo di valorizzazione e promozione dell’agricoltura dell’isola che aveva già avuto lo straordinario riconoscimento UNESCO per la Pratica Agricola della Coltivazione della Vite ad Alberello”. È quanto ha dichiarato Benedetto Renda, Presidente del Consorzio Volontario di Tutela dei vini DOC dell’isola di Pantelleria.

Il tessuto produttivo, ora ha il compito di fare sistema e di aprire nuovi scenari di condivisione e sviluppo che vedano agire insieme singoli agricoltori, piccole aziende e grandi marchi. Il patrimonio storico culturale e naturalistico di Pantelleria, insieme al suo sistema rurale, ai vini passiti, alla coltivazione del cappero e degli ulivi, rappresentano un unicum importante di attrazione per quel turismo enogastronomico e naturalistico che muove, già oggi, centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Il nostro compito è quello di intercettarne i flussi e rendere Pantelleria una meta privilegiata e di alto significato culturale. L’iscrizione di Pantelleria nel Registro – spiega il Presidente Rendaè il risultato importante raggiunto dalle istituzioni dell’isola e non può essere vissuto come una medaglietta ma deve ancora di più convincerci ad aprire un nuovo scenario. Le politiche di convergenza della UE, e il PSR in particolare, devono trovare sull’isola, in Sicilia e nel resto del paese un’unità di intenti che, come avvenuto per il riconoscimento UNESCO, sia in grado di assicurare risultati significativi e diffusi. Il Consorzio Volontario di Tutela dei vini DOC dell’isola di Pantelleria vuole esserne un attore coerente e totalmente consapevole”.

Enoregioni italiane: Ionio Meridionale

Enoregioni italiane: Ionio Meridionale

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione  Calabria è possibile individuare tre enoregioni: Cosentino e Fascia Tirrenica, Crotonese Ionico, Ionio Meridionale. 

IONIO MERIDIONALE

Contrafforti rocciosi e colline di media altura, lunghi arenili di sabbia bianca, fiumare, borghi montani e santuari: è la Riviera dei gelsomini che prende il nome dalla profumatissima coltivazione, tradizionalmente diffusa in tutta la provincia di Reggio Calabria ma in particolar modo in questo tratto di costa del basso Ionio tra Punta Stilo e Capo Spartivento, dove l’aria il gelsomino se la contende con la fragranza delle zagare, del bergamotto e degli eucalipti. Il litorale è scelto dalle tartarughe marine  Caretta Caretta  per la loro nidificazione. La parte montuosa è ricoperta da boschi di faggio, leccio, castagno e dalla tipica macchia mediterranea. Scendendo verso la collina la coltivazione prevalente è quella di uliveti, vigneti e frutteti, mentre nella parte pianeggiante prevalgono gli agrumeti. Consigliati, in Aspromonte, gli itinerari della fiumara Amendolea nell’area Grecanica. La produzione vinicola, circoscritta ai rilievi collinari e argillosi del versante orientale della catena delle Serre e ai brulli e ripidi versanti dell’Aspromonte nel territorio di Bianco, era già molto sviluppata ai tempi della Magna Graecia e poi nel periodo bizantino, come testimoniano nella zona di Ferruzzano, Bruzzano, Caraffa, S. Agata e Casignana, le centinaia di  palmenti (le antiche vasche per la pigiatura dell’uva scavate nella roccia) spesso contrassegnati da croci bizantine,  giustinianee e armene. 

Vini locali. La Strada del Vino e dei Sapori della Locride e la Strada del Vino e dei prodotti tipici del Mediterraneo congiungono un lungo tratto della costa ionica della Locride ai paesi interni che si arrampicano verso l’Aspromonte, caratterizzati dalla presenza di due denominazioni di nicchia. Nel secolo scorso la fama dell’area di provenienza della doc Bivongi, che prende il nome dall’omonimo Comune, era legata alle persone specializzate nell’arte della coltivazione della vite (potatori, innestatori nonché i “maestri” della preparazione del vino), alla produzione di vini robusti  e ai passiti, unici e apprezzati in tutto il comprensorio. Oggi dalle uve da uve gaglioppo, greco nero, nocera, calabrese e castiglione si ricavano un Rosso (anche Riserva e Novello), molto apprezzato per il suo gusto rotondo creato da una equilibrata presenza di glicerina e da una alcolicità contenuta, e un Rosato (vinoso,  asciutto, gradevolmente fruttato). Il Bianco è a base di greco b., montonico b. (da soli o congiuntamente a malvasia b. e ansonica) con una percentuale di guardavalle che conferisce corpo e complessità aromatica al vino. Il raro Greco di Bianco doc è un  passito ricavato da uve (per almeno il 95% di greco b.) che, prima di essere spremute, vengono appassite al sole direttamente sulla pianta oppure su graticci di canne, essiccatoi o bianche rocce roventi, dove subiscono una riduzione che può raggiungere anche un terzo del peso. Il risultato finale ha colore giallo ambrato, profumo di zagara, confettura d’albicocca, miele e arancia candita, sapore dolce,  morbido  e avvolgente, di stoffa elegante e sostenuta. Da fine pasto e da meditazione, è il compagno ideale per formaggi piccanti, pasticceria secca, dolci a base di pasta di mandorle e dessert molto strutturati.

Prodotti tipici. Semplice e austera, dai sapori aspri e decisi che risalgono all’antica civiltà magno-greca, la gastronomia calabra è stata fortemente influenzata nel corso dei secoli dalle abitudini alimentari dei vari popoli che l’hanno abitata (greci, albanesi, latini, normanni, spagnoli) e dalle regioni limitrofe. Tra le eccellenze del territorio: i germogli di pungitopo sottolio, il peperoncino piccante  rinomato in tutta la Regione, la clementina di Calabria igp, i formaggi (caprino dell’Aspromonte e della Limina,  caciocavallo di Ciminà, caciotta di Cirella, pecorino della Locride) e la n’duja, salume cremoso e piccante ottenuto dagli scarti della lavorazione del maiale, da spalmare su bruschette calde o utilizzare come condimento per la pasta. Il bergamotto, agrume tipico della fascia costiera da Scilla a Roccella Jonica dove fruttifica grazie a condizioni pedo-climatiche ottimali e irripetibili, è una pianta rustica, dai fiori bianchi a grappoli e frutti ovoidali color crema dai quali si estrae l’essenza, ingrediente fondamentale di molti prodotti di profumeria, liquoristica e pasticceria. Merita un assaggio anche l’olio extravergine di oliva della Locride, ottenuto dalla locale cultivar grossa di Gerace, fortemente aromatico e dal colore variabile dal verde scuro al giallo oro. Tra i piatti della cucina tradizionale troviamo i maccheroni al ragù di maiale, cavatelli di grano duro (fatti in casa col ferretto) al sugo di capretto,  linguine al sugo di pesce, pasta e fagioli, stufato di capretto con olive  nere e capperi, agnello arrosto con le patate e le dolci cipolle di Tropea, frittelle di bianco mangiare (cioè di “neonata” di pesce azzurro), pesce stocco (stoccafisso) con olive e patate, involtini di pescespada, surici fritti, pane con la giuggiulena (semi di sesamo), melanzane imbottite, peperonata, la sguta pasquale (pane dolce con incastonate all’interno una o più uova intere), i sanmartini (biscotti natalizi preparati con fichi secchi, spezie e agrumi), pignolate, cicerata, copete e il torrone gelato di Reggio Calabria: né torrone né gelato, è un ricco impasto ricoperto di glassa al cioccolato di pezzi di cedro, arancia e mandarino canditi mescolati a mandorle tritate e zucchero fondente di vari colori. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Bivongi, Greco di Bianco

IGT: Calabria, Locride, Palizzi

Bivongi doc_uva castiglione

Greco di Bianco doc

Locride igt

 

Palizzi igt

Calabria igt

Enoregioni italiane: Crotonese Ionico

Enoregioni italiane: Crotonese Ionico

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione  Calabria è possibile individuare tre enoregioni: Cosentino e Fascia Tirrenica, Crotonese Ionico, Ionio Meridionale.

 CROTONESE IONICO

Estesa tra il  Mar Ionio  e i  Monti della Sila, l’enoregione si caratterizza per il paesaggio multiforme, dalle alture presilane agli incantevoli litorali. Un ambiente sub-tropicale che oltre i 900 mt cede il posto al vasto massiccio silano, coperto dalla neve per buona parte dell’anno e ricco di acque, boschi e radure. In tutta l’area, tutelata dal Parco Nazionale della Sila e valorizzata dalla Strada del Vino dei Saperi e dei Sapori, si ammirano grotte carsiche, percorsi sotterranei che sfociano in ampie caverne, ville romane, antichi insediamenti rupestri, castelli feudali e castra bizantini. Anche qui risiede una piccola comunità arbëreshë. Nell’entroterra, a nord dell’oasi naturale della foce del fiume Neto, i terreni argillosi di bassa montagna e alta collina, ricchi di calcare ed esposti a venti di tramontana e scirocco, danno vita ai tipici ed interessanti bianchi e rossi della doc Melissa, mentre lungo la fascia costiera, che da Cirò Marittima arriva a Capo Rizzuto, i suoli prevalentemente sabbiosi e le particolari condizioni climatiche (piogge concentrate nel periodo invernale ed elevate escursioni termiche tra il giorno e la notte) favoriscono la coltivazione, spesso ancora ad alberello basso, di uve a bacca rossa come il gaglioppo, autoctono di antichissima storia in grado di resistere alla siccità. Tra gli altri vitigni locali: greco di bianco, nocera, nerello mascalese, cappuccio, mantonico, malvasia, prunesta, magliocco canino, guarnacca.

Vini locali. Il Cirò doc è forse il rosso più famoso della regione, il vino Krimisa che veniva offerto ai vincitori delle antiche Olimpiadi, considerato fino a tutta l’epoca moderna uno degli elementi caratterizzanti l’economia di una Calabria felix, prospera e fertile. Dal colore rubino, con profumo intenso di confettura e spezie e dal sapore secco e corposo, equilibrato, poco tannico e vellutato con l’invecchiamento, è disponibile anche con la menzione Classico e nella tipologia Riserva. Consigliato l’accostamento con arrosti, capretto, formaggi stagionati, cacciagione e selvaggina. Con lo stesso uvaggio (gaglioppo minimo 80%) si produce il Rosato, fresco, delicato e vinoso, adatto a  primi piatti con sughi di verdure, antipasti saporiti, pesce e carni bianche. Il Bianco (greco bianco minimo 80%), giallo paglierino più o meno intenso con eventuali riflessi verdognoli, aromi leggermente floreali con note di miele di agrumi e caratteristico sapore da secco ad abboccato, accompagna antipasti di verdure, paste asciutte, tonno e pesce spada, piatti a base di uova. Molte le ipotesi sull’origine del nome della denominazione Melissa, da alcuni attribuito alla parola greca che significa “dolce” in contrapposizione al nome del Cirò che sempre in greco starebbe ad indicare l’“aspro”. Il colore dal rosato carico al rosso rubino trasparente del Rosso (da gaglioppo, greco n. e b., trebbiano toscano e malvasia bianca), acquista riflessi aranciati nella variante Superiore, dall’odore intenso e persistente e il sapore  asciutto, robusto  e vellutato, ideale con salumi e formaggi locali, piatti a base di funghi, capretto alla brace, trippa con patate, cacciagione e selvaggina. Si sposa bene con risotti, pesce alla griglia, torte di verdura e caciocavallo silano poco stagionato il tipo Bianco, dalle sfumature dorate, sapore asciutto e delicato e profumo vinoso con note fruttate e floreali.

Prodotti tipici. Diffusi negli incolti e nelle boscaglie fino ai 1400 mt si trovano l’origano, che caratterizza molti piatti della cucina regionale (sughi, carni, olive, insalate), e il finocchietto selvatico (particolarmente apprezzato quello di Isola Caporizzuto): i germogli destinati alle minestre, i semi per aromatizzare insaccati, sottoli e uno stimolante digestivo. Assai pregiati salumi (capocollo, pancetta, salsiccia e soppressata di Calabria dop) e formaggi (caciocavallo silano dop, abbespata, butirri, pecorino con il pepe, ricotta crotonese), spesso rafforzati da pepe o peperoncino. Popolarissima la pitta, ciambella dal buco molto accentuato, per utilizzare una limitata quantità di companatico quando la carne era un alimento raro, e variamente farcita, come la pitta ccu maiue (fiori di sambuco e pezzettini di grasso di maiale) o ccu sardi (sarde e origano). La mustica, il cosiddetto caviale dei poveri, è preparato con giovanissime sardelle pestate insieme a tanto peperoncino. Molto usati in cucina anche i peperoni topepo, a forma di ciliegia ma ben più grossi e di piccantezza assai variabile, e l’extravergine Alto Crotonese dop, ricavato dalla carolea, buona pure da mensa sotto sale e peperoncino. Tra le specialità: alici arriganate, metiturisca (tipica del periodo della mietitura, con ditaloni, pomodori, cipolla e ricotta affumicata), quadaru (zuppa di mare servita con pane casereccio e separata dal sugo piccantissimo, che solo all’atto della consumazione viene rimescolato al pesce), stigliole (intestini di capretto da latte cotti con pomodoro e peperoncino), trippa con il diavolillo, capretto ripieno, melanzane (a scapece, alla cioccolata, alla regina, alla rotese, alla ciambotta), sagne chine (strati di pasta alternati con spicchi d’uova sode, mozzarella, polpettine, carciofi), millecosedde (minestra di fave, ceci, cicerchie, fagioli bianchi, lenticchie, verze, cipolle, sedani, funghi, pasta e pecorino), pasta di mandorle, bocconotti con marmellata d’arance, pitta ccu passuli (sfoglia profumata con vincotto e spezie, ripiena di frutta secca e arrotolata a formare un cerchio di roselline) e le lucide nepitelle pasquali, dalla forma di occhio chiuso (dal lat. nepitedum, palpebra), farcite di frutta secca e candita. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Cirò, Melissa, Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto

IGT: Calabria, Lipuda, Val di Neto

Cirò doc

Val di Neto igt_ Librandi

Lipuda igt

Calabria igt

Melissa doc_greco bianco

Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto doc _gaglioppo

“La Cantina: storia, ambiente e progetto. Quindici cantine della Marca”

“La Cantina: storia, ambiente e progetto. Quindici cantine della Marca”

Il lavoro costituisce la Tesi di Laurea firmata dall’Architetto Edoardo Venturini (ideatore e fondatore di “Cantine fatte ad Arte”), che tra il 1999 e il 2003 ha realizzato uno studio approfondito sull’evoluzione storica e tecnologica della “Cantina” e nello specifico su quindici costruzioni enotecniche della Marca Trevigiana, dove l’attività vitivinicola delle aziende nelle varie epoche, in uno spazio temporale di 1000 anni, ha caratterizzato gli albori storici stessi delle ville rurali venete.

Delle cantine selezionate sono state  ricostruite le tecniche costruttive adoperate nel corso dei secoli e analizzati tutti gli aspetti rilevanti: dalla ricerca storica e costruttiva a quella vitivinicola ed enotecnica, cogliendo spunti di prospettazione urbanistica futura, nella consapevolezza che la promozione del mondo vitivinicolo ed enoturistico sia indissolubilmente legato alla valorizzazione delle bellezze dell’arte, dell’architettura, del paesaggio, delle tradizioni e infine, ma non per ultimo, ad un virtuoso e qualitativo marketing del territorio.

Missione prioritaria della tesi è infatti quella di cercare delle soluzioni per riadattare antiche cantine alla contemporaneità e far sì che la storia di queste strutture possa essere tramandata ai posteri, riassegnando loro un posto nel panorama produttivo vitivinicolo.

INDICE

Vasca vinificazione Villa Romana Marina di Lugugnana, Portogruaro (Venetia)

La Cantina: antica quanto l’umanità: il primo capitolo racconta l’evoluzione storica delle cantine, ripercorrendo tutte, o quasi, le tappe fondamentali che hanno caratterizzato la storia vitivinicola generale e quella trevigiana in particolare, dalla preistoria sino al debutto del Novecento (il “secolo corto” è affrontato in una seconda parte), attraverso il racconto storico-tipologico-architettonico delle “cantine”.

 

 

Tinaia ad una fila di tini in legno (in Mina G., 1892)

Le costruzioni enotecniche”: il secondo capitolo ha il compito di descrivere e portare alla luce le prescrizioni tecniche degli antichi e le pratiche del buon costruire la “madre del vino” (Cit. Giuseppe Mina, 1892).

 

 

 

 

Progetto cantina industriale (Bosi A. 1982)

Le cantine vinicole del Novecento: il terzo capitolo analizza come nei primi ottant’anni del ‘900 l’impiantistica enotecnica abbia avuto un balzo tecnologico straordinario e di assoluta rilevanza a tutto discapito degli involucri architettonici esistenti e non (cosa che invece verrà assolutamente spinto, anche troppo, forse, dagli anni ’90 in poi), ponendo questi ultimi in una situazione svantaggiata e di enorme disparità rispetto il livello tecnologico.

 

Monografia_Cantina Castello di Roncade (TV)

Quindici aziende della Marca: il quarto capitolo si propone di offrire un profilo completo delle 15 cantine prese in esame, al fine di proporre interventi migliorativi di riqualificazione dal punto di vista edilizio e del design degli interni, dell’accoglienza per il turismo del vino, delineare parametri urbanistici di salvaguardia, suggerire mitigazioni dall’impatto ambientale e rispetto paesaggistico, il ripristino delle tradizioni e coltivazioni vitivinicole locali e autoctone.

 

 

 

 

Château e chais Cos d’Estournel

“Le cantine vinicole francesi”: il quinto capitolo trasferisce l’attenzione verso lo studio di tipologie di strutture enotecniche di altri Paesi europei (in particolare nelle aree viticole francesi del Bordeaux e della Champagne) per individuare dicotomie, similitudini, affinità anche storiche, ma soprattutto architettoniche, tipologiche e costruttive con le nostre situazioni.

 

 

Planimetria Cantina Castello di Roncade (TV)_arch. Venturini

Le riflessioni progettuali”: il sesto capitolo propone idee di indirizzo progettuale, fattibili anche economicamente. Interventi, minimali, che tengono conto delle problematiche e delle situazioni di difficoltà quotidiane in cui operano le 15 cantine, come quelle di carattere edilizio, viabilistico, paesaggistico e di impatto ambientale, o più banalmente per l’individuazione di spazi di gestione e accoglienza dei turisti del vino in visita.

 

 

 

Planimetria Tenuta Bonotto delle Tezze(TV)_disegno arch. Venturini

Le tavole”: le tavole della tesi sono le rappresentazioni grafiche dei capitoli trattati, in cui si raffigura schematicamente e con didascalie il lavoro eseguito. Altre tavole, invece, rappresentano lo stato di fatto delle planimetrie delle cantine in scala reale. Le mappe sono graficamente rappresentate con la tecnica del disegno a mano libera e china, in un connubio tra il bianco e il nero, che le rende elegante strumento grafico-artistico personalizzato per ciascuna azienda.

 

 

Bibliografia

Enoregioni italiane: Cosentino e Fascia Tirrenica

Enoregioni italiane: Cosentino e Fascia Tirrenica

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione  Calabria è possibile individuare tre enoregioni: Cosentino e Fascia Tirrenica , Crotonese Ionico, Ionio Meridionale.

 COSENTINO E FASCIA TIRRENICA

Il territorio cosentino offre una vasta gamma di paesaggi, attraversati da numerose strade del vino e dei sapori: l’Altopiano della Sila e il Massiccio del Pollino tutelati dagli omonimi parchi nazionali, la Piana di Sibari, le coste ionica e tirrenica, laghi, fiumi, faggeti, rocce dolomitiche e bastioni calcarei, grotte e gole profondissime. Ai siti archeologici risalenti alla colonizzazione greca, santuari e conventi, si aggiunge la varietà culturale delle minoranze linguistiche: il dialetto albanese arbëreshë dell’Arberia calabrese e l’isola linguistica occitana a Guardia Piemontese. Negli ultimi anni la vitivinicoltura ha avuto una forte rinascita qualitativa, con produzioni piccole ma pregiate che nascono da una interessante ricchezza ampelografica: gaglioppo, magliocco dolce (localmente detto anche arvino, lacrima nera o guarnaccia nera), aglianico, calabrese, marcigliana (antico vitigno autoctono oggi in fase di riscoperta), greco nero e nerello cappuccio, odoacra o adduraca (molto profumato e aromatico), greco bianco, guarnaccia bianca, pecorello, montonico (o mantonico o greco bianco del Pollino), moscatello (uva locale mai censita, né moscato di Alessandria, né moscato di Amburgo), chardonnay e malvasia bianca. Nei vecchi vigneti del Pollino non mancano mai le viti di minn’i vak (guarnaccia), che per tradizione secolare i vignaioli vinificavano insieme alle uve nere conferendo ai rossi della zona quel caratteristico colore rosso rubino chiaro.

Vini locali. Terre di Cosenza e Savuto sono le denominazioni che oggi sintetizzano il senso della viticoltura dell’intera provincia cosentina. Numerosissime le tipologie della prima, che ha recentemente inglobato come sottozone alcune importanti doc preesistenti (Condoleo, Donnici, Esaro, Pollino, San Vito di Luzzi, Colline del Crati e Verbicaro): dai monovitigni al Rosso anche con menzione Riserva, Passito, Vendemmia tardiva e Novello, Rosato anche Spumante, Bianco anche Spumante, Passito e Vendemmia tardiva. Il magliocco è presente per il 60% nell’uvaggio del Rosso (dal colore tendente al cerasuolo, note olfattive fruttate, sapore pieno e asciutto) e del Rosato (dal tipico odore delicato e gusto fresco) della sottozona Donnici, mentre è il montonico a dare al Bianco bianco riflessi gialli o verdolini, odore e sapore gradevolmente fruttati. L’incontro della guarnaccia n. con greco n. e un livello medio-basso di zuccheri conferisce ai rossi della sottozona Verbicaro le classiche tinte rubino più o meno cariche con sapore vinoso, asciutto e delicato; il Bianco, dal colore giallo paglierino e sapore più secco e aromatico, è invece ottenuto da una mescolanza di greco b., malvasia b. e guarnaccia b.: questi vini, gelosamente conservati nei catui (cantine che danno sulla strada) dell’omonimo Comune, si sposano bene ai piatti della locale gastronomia marina e montana. La presenza del gaglioppo nel Rosso della sottozona Pollino enfatizza le potenzialità del magliocco, dando vita ad un vino con intense note di prugne e ribes, gusto secco e morbido. Una vera rarità è il Moscato passito di Saracena (Presidio Slow Food), frutto di una tecnica più che centenaria, sopravvissuta grazie alla produzione familiare e nata dalla necessità di vinificare insieme i frutti di quattro viti con tempi e procedimenti diversi di lavorazione: la parziale bollitura di malvasia, guarnaccia e odoacra e l’appassitura del moscatello, che solo qui raggiunge buoni livelli qualitativi di coltivazione e dona al prodotto finale il suo peculiare gusto e aroma. Vino da meditazione, perfetto  insieme a pecorini non eccessivamente stagionati con l’aggiunta di miele o marmellata, formaggi erborinati, macedonie e dessert a base di frutta secca.

Prodotti tipici. Particolarmente dolce e buona è la liquirizia di Calabria dop, che a   Sibari cresce spontanea contribuendo ad arricchire il suolo e renderlo ideale per varie culture. Sui pascoli del Pollino e della zona di Altomonte si trovano i carciofini selvatici, carnosi e saporiti, da immergere nell’olio extravergine d’oliva Bruzio dop. Inconfondibile il caciocavallo silano dop, formaggio vaccino semiduro a pasta filata, il cui nome deriva dalle sue radici storiche nell’altopiano ma che oggi è prodotto pure in Molise, Campania e Puglia. Oltre ai saporiti salumi del Pollino come il prosciutto crudo di San Lorenzo Bellizzi o il salame crudo di Albidona, da non perdere è il gammune di Belmonte (Presidio Slow Food) simile al culatello, che fin dall’800 è il frutto del felice incontro tra la carne del suino nero calabrese e una sapiente lavorazione e stagionatura. E ancora: pane di Cerchiara, patate della Sila e limoni di Rocca Imperiale igp, fichi di Cosenza dop e i funghi rositi (Lactarius deliciosus e sanguifluus), ottimi arrosto, nelle salse e polpette o sotto sale, con peperoncino, aglio e fior di finocchio selvatico. A tavola: fusilli col sugo di capra, lagani e fasuoli o ciciri (tagliolini fatti in casa e conditi con legumi, aglio e olio e molto peperoncino rosso) di San Giuseppe, laganieddi ccu luattu (tagliatelle cotte nel latte) dell’Ascensione, pesce stocco con i safarani (baccalà con cipolle, peperoncino e carnosi peperoni rossi), agnello arrosto, vrasciole (involtini di carne di maiale), melanzane ripiene, olive infornate, melanzane, zucchine e pomodori sottolio, torroni al sesamo, panicelli di uva passa (involtini di foglie di cedro ripieni di zibibbo e disidratati in forno), cannaricoli (dolcetti natalizi impastati con il Moscato), grispedde allo zucchero (crespelle lievitate e fritte), cuzzupe di Pasqua (pasta di pane modellata in diverse forme e decorata con uova sode), mostaccioli, il pan di Spagna di Dipignano (ricchissimo di uova e senza lievito, da cuocere per 2 ore in forno a legna) e i fichi secchi nelle loro molteplici varianti con mandorle, noci, scorzette di limone o cioccolata. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Lamezia, Savuto, Scavigna, Terre di Cosenza

IGT: Calabria, Valdamato

Lamezia doc

Scavigna doc

Valdamato igt_gaglioppo canino

Terre di Cosenza doc_Donnici

Calabria igt

Pantelleria nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici

Pantelleria nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici

Il “Paesaggio della pietra a secco dell’Isola di Pantelleria” (Comune aderente alle Città del Vino) è entrato a far parte del Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici. Il Registro è uno strumento del MIPAAF finalizzato ad orientare le future misure del PSR in funzione delle esigenze delle aree ove è ancora presente un’agricoltura tradizionale. L’iscrizione di un paesaggio nel Registro determina inoltre una serie di vantaggi: aumenta la visibilità delle aree rurali, favorisce lo sviluppo di un turismo culturale d’eccellenza, offre la possibilità di usufruire di un marchio di qualità (“Paesaggio rurale storico”) per i prodotti coltivati nell’area candidata e, in futuro, di usufruire di fondi speciali riservati all’interno dei PSR.

Dal 10 gennaio 2017 i vigneti, gli uliveti e i cappereti dell’isola pantese, coltivati su terrazzamenti, sono ufficialmente un patrimonio rurale da tutelare anche con misure e finanziamenti ad hoc all’interno del PSR regionale.

Il Ministero delle Politiche Agricole Agroalimentari e Forestali ha accettato la candidatura di Pantelleriain ragione della forte storicità, integrità e significatività del paesaggio rurale pantesco, inserendo nel Registro circa 2.200 ettari compresi tra le contrade di Bukkuram, Bugeber, Sibà, Monastero, Rekhale, Barone, Ghirlanda, Mueggen, Cala Cottone.

Il lavoro di ricerca è stato svolto dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali dell’Università di Palermo ed è stato presentato ieri dall’arch. Giorgia De Pasquale presso la sede del Ministero di via XX settembre.

 

Enoregioni italiane: Salento

Enoregioni italiane: Salento

Prosegue la nostra panoramica delle 92 enoregioni italianeNella Regione Puglia  è possibile individuare quattro enoregioni: Tavoliere, Terra di Bari, Messapia e Valle D’Itria, Salento.

 

SALENTO

Nella parte meridionale della Puglia, a cavallo tra le province di Brindisi e di Lecce, si estende il “tacco d’Italia”, un’area piatta o appena ondulata (Piana Messapica o Tavoliere di Lecce) movimentata, da una parte, dai rilievi collinari delle Murge tarantine e brindisine e, dall’altra, dagli affioramenti poco elevati e interrotti improvvisamente dalle gole scavate dal tempo nella roccia calcarea, chiamati Serre. I suoli rossi e fertili ma dalla ridotta disponibilità idrica beneficiano di veri e propri fiumi carsici sotterranei, dove defluiscono le acque piovane, e di un clima mediterraneo che, per la posizione di collegamento tra l’Adriatico e lo Jonio, presenta precipitazioni più elevate rispetto ad altre aree vitate e l’influsso di correnti fredde di origine balcanica. Nell’agro salentino, quasi ovunque coltivato, si ammirano le più belle distese d’ulivi secolari della regione, i muretti a secco, le masserie fortificate, i furnieddi e le pajare (caratteristiche costruzioni rurali simili a piccoli nuraghi), la macchia mediterranea, le spiagge bianche e le basse scogliere con le loro torri di avvistamento. Fu proprio a partire da questi litorali che nel VII sec. a.C. i Greci introdussero la coltivazione della vite in Puglia e principalmente del vitigno negroamaro, che viene ancora allevato ad alberello e qui esprime grandi potenzialità soprattutto nei rosati.

Vini locali. Antica terra di vini da taglio, oggi il Salento rivendica un posto tra le eccellenze enologiche italiane. Accanto al negroamaro, che è la varietà a più ampia diffusione regionale e concorre alla produzione di tutti rossi delle doc salentine, altri autoctoni come il primitivo e le malvasie nere di Brindisi e di Lecce insieme a montepulciano, fiano, aglianico e vitigni internazionali danno ormai brillanti risultati. Tra le tipologie della doc Brindisi (anche Spumante e Novello), oltre al Susumaniello (ricavato per l’85% minimo da un’uva tradizionale a bacca rossa di recente riscoperta), buon tenore alcolico e aroma fruttato-vegetale ideale con piatti e formaggi saporiti, ricordiamo il Bianco, fresco ed equilibrato con note odorose di frutta bianca, il Rosso dai profumi intensi e sapore asciutto, che bene si sposa con salumi, carni bianche e formaggi semiduri, e il Rosato, dall’aroma leggermente fruttato e gusto piacevolmente amaro, adatto alla zuppa alla brindisina, orecchiette con le cime di rapa,  preparazioni a base di uova e pesci al forno con salse delicate. Il Salice Salentino doc, che prende il nome dall’omonimo Comune a nord di Lecce, è disponibile come Bianco, Rosato, Rosso, Negroamaro (anche rosato), Pinot bianco, Fiano, Chardonnay e Aleatico, i bianchi e rosati anche nella versione Spumante e i rossi con menzione Riserva. Particolarmente interessante è il Rosso: dalla tinta rubino tendente al mattone con l’invecchiamento, profumo vinoso e gradevole, gusto robusto, secco e armonico, accompagna carni rosse e formaggi stagionati. Il colore granata con riflessi violacei dell’Aleatico (anche Riserva, Dolce, Liquoroso Dolce, Liquoroso Riserva) si accompagna a un persistente profumo fruttato ed etereo e gusto pieno e caldo, che si valorizza in abbinamento al cioccolato nero o come vino da meditazione. Caratterizzati dalle note di frutti rossi e ciliegia e dalla leggera vena amarognola tipici del negroamaro sono anche i vini asciutti e armonici delle doc Leverano e Squinzano, da gustare insieme a salumi stagionati, carni rosse alla griglia, al forno o in umido, parmigiane di melanzane e formaggi ovini stagionati, il Rosso; antipasti all’italiana, minestre di legumi, carni di coniglio e verdure fritte, il Rosato.

Piatti e prodotti tipici. Accanto ai prodotti della gastronomia comuni ai vicini territori del tarantino, molte sono le specialità brindisine e leccesi, a cominciare dai latticini  (come la ricotta marzotica, la giuncata di pecora, il cacioricotta e la ricotta forte), le bionde arance Navelina, l’olio extravergine di oliva dop Terra d’Otranto (poco amaro e poco piccante, ottimo anche per friggere), il latte di mandorla, le friselle d’orzo da inumidire e mangiare con i pomodori o intingere nel brodetto della pepata di cozze, le piccole olive nere (bella di cerignola, termite di bitetto, sant’agostino, ogliarola) in salamoia, la salsiccia leccese (originale insaccato a base di carne di vitello e maiale tagliata in punta di coltello e condita con vino bianco secco, scorza di limone grattugiata, pepe garofanato, cannella e prezzemolo). Da non perdere un assaggio di pizzicarieddi (fili sottili di pasta fatta a mano cavati col firricieddu) con la ricotta o cu le muddricule (briciole di pane fritte), sagne ‘ncannulate (lasagne dalla particolare forma attorcigliata), la minestra di ceci e tagliatelline fritte chiamata ciceri e tria (dall’arabo itrya che significa «pasta secca»), i morsi (pezzetti di pane raffermo tostanti in aglio, olio e peperoncino) con le cime di rapa, cozze racanate (cioè gratinate al forno), polpo alla pignatta o in insalata, pezzetti alla pignatta (stracotto di carne di cavallo), turcinieddhi (interiora di agnello) e gnemarrieddi (involtini di trippa), lo sformato di lampascioni, il rustico leccese (pasta sfoglia ripiena di mozzarella, besciamella e pomodoro), i dolci augurali di pasta di mandorla, marmellata e cioccolato (il pesce e il tronco a Natale, l’agnello e l’uva a Pasqua), lo spumone salentino (semisfere di gelato e pan di spagna), croccanti e mostaccioli, bocche di dama, gelosie (biscotti farciti, profumati all’arancia e glassati di zucchero bianco) e fichi secchi variamente conditi. Nascono a Galatina a metà del Settecento, da un avanzo di pasta e di crema, i celebri pasticciotti tutelati dalla de.co. e disponibili anche nella versione chiamata fruttone: una formina di pasta frolla ripiena di pasta di mandorle fresca e marmellata di mele cotogne e ricoperta da uno strato di cioccolato fondente. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

DENOMINAZIONI:

DOC: Aleatico di Puglia, Alezio, Brindisi, Copertino, Galatina, Leverano, Matino, Nardò, Negroamaro di Terra d’Otranto, Salice Salentino, Squinzano, Terra d’Otranto 

IGT: Puglia

Alezio doc

Brindisi doc

Copertino doc

Galatina doc

Leverano doc_malvasia bianca

Matino doc

Nardò doc_malvasia nera di lecce

Salice Salentino doc

Terra d’Otranto doc

Negroamaro di Terra d’Otranto doc – negroamaro

Aleatico di Puglia doc

 

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